RIFORMA & ITALICUM | 14 Aprile 2016

La costituzione autoritaria che piace al Pd

Riforma costituzionale più Italicum. Renzi va oltre il governo forte di Berlusconi affossato dalla sinistra nel 2006. Ma il Pd questa volta, pur di restare al potere, protegge il suo leader e fa tabula rasa della democrazia parlamentare

di ROBERTO BETTINELLI

Renzi la chiama stabilità, ma la parola giusta sarebbe autorità. E’ questo in sostanza il significato della riforma costituzionale che ha superato la sesta votazione alla Camera e che, difficile a credersi, è il frutto di un governo a trazione Pd. 

Il partito, nonostante la protesta della minoranza, non è andato in pezzi reggendo alla prova del molteplice voto nelle aule parlamentari. Bersani, D’Alema, Cuperlo e i loro accoliti, pur segnalando le criticità verso il contenuto delle modifiche soprattutto alla luce dell’abbinata con la nuova legge elettorale, l'Italicum, hanno ingoiato il boccone amaro per non far cadere il governo incentrato sul loro amato partito. 

Una priorità rispetto alla tradizione e alla storia della sinistra italiana. E che ha fatto tabula rasa di ogni forma di collaborazione con le opposizioni che, tutte, si sono negate al momento del voto in aula. Così hanno fatto i deputati dei 5 Stelle mentre i colleghi di Forza Italia, Lega Nord e Sinistra Italiana sono addirittura usciti in segno di protesta contro il ‘metodo Renzi’. «Arrogante», l’ha definito Silvio Berlusconi denunciando le numerose forzature che hanno caratterizzato l'iter della legge e che sono state sistematicamente avvallate dal Pd. Un giudizio che sancisce la sostanziale differenza fra il testo approvato dai padri costituenti e l’attuale rimaneggiamento. Allora il rispetto degli avversari, e fra gli avversari, era tale da spingere i protagonisti, pur in presenza di una conflittualità estrema, a lavorare insieme fino al raggiungimento di una soluzione comune.

Oggi hanno prevalso il liderismo irrefrenabile del premier e l’egemonia assordante del Pd. Due forze ormai abituate a dilagare in un parlamento dove non si contano più i cambi di casacca e dove i centristi della maggioranza hanno impunemente azzerato la volontà dei cittadini aderendo in massa al renzismo dopo essere stati eletti con i voti del centrodestra. 

Il contenuto della riforma ha il suo punto più qualificante nel superamento del bicameralismo perfetto con il depotenziamento del Senato al quale non è più attribuita una elettività propria ma dipendente dal voto regionale. Una rappresentanza costituita da 21 sindaci, 74 consiglieri-senatori e 5 nominati dal presidente della Repubblica, tutti protetti dall’immunità che impedisce l’arresto e l’intercettazione. Il nuovo Senato avrà una competenza piena solo sulle leggi costituzionali e non su quelle ordinarie. Non voterà la fiducia al governo.  

Nella periferia dei livelli istituzionali la riforma abolisce le Province mentre in quella legislativa sparisce il Cnel, il Consiglio Nazionale Economia e Lavoro. La Camera potrà fare incursioni in campi che finora erano di esclusica competenza delle Regioni. Settori strategici come l’energia, le infrastrutture strategiche e la protezione civile sono stati riportati in capo al governo. 

Un centralismo che si associa al verticismo legato all’innalzamento della soglia delle firme necessarie per il referendum abrogativo, 800mila invece di 500mila, e all’aumento da 50mila a 150mila firme per le leggi di iniziativa popolare. In merito ai referendum propositivi, che potrebbero attenuare la tendenza elitaria della riforma, non si sa nulla di preciso dal momento che tutto è affidato ad una successiva legge ordinaria. 

Lo schema è accentratore e privilegia l’esecutivo rispetto al parlamento, cosa in sé non negativa, ma stabilisce una evidente rottura rispetto all’impostazione originaria della costituzione che la sinistra ha sempre custodito come un patrimonio inestimabile. Viene stravolta la matrice federalista, tutta improntata alla devolution, che aveva caratterizzato la riforma berlusconiana del titolo V approvata nel 2001. 

A ciò si deve aggiungere la prospettiva offerta dalla nuova legge elettorale dell’Italicum che prevede il ballottaggio fra le due forze politiche più votate con il premio di maggioranza assegnato alla lista che ottiene più voti. 

Riforma più Italicum cambiano radicalmente lo scenario della democrazia italiana, che non sarebbe più parlamentare, ma maggioritaria ossia contraddistinta da un contesto istituzionale dove i cittadini eleggono direttamente il governo e dove sono il potere e la volontà dell’esecutivo a primeggiare sull’attività operativa e di indirizzo politico del parlamento. 

Un cambiamento che rende più agevole la fase della decisione rispetto a quella deliberativa con un premier non più costretto a misurarsi con due camere ma una sola, dove peraltro può muoversi indisturbato grazie al surplus dei seggi dovuti al premio di maggioranza. 

La riforma disegna uno scenario ancora più spinto rispetto al modelllo del ‘premierato’ che Berlusconi aveva sostenuto con la riforma del 2006 e che all’epoca aveva scatenato l’odio di tutta la sinistra, tanto da impegnare i Ds in una violentissima campagna referendaria contro quella che veniva indicata come un'iniziativa in odore di tirannia. 

Oggi è il Pd a inneggiare alla necessità del ‘governo forte’ facendo quadrato intorno al suo leader e mostrando la più totale indifferenza verso un esito così contrario alla sua storia. Tanto più che l'assetto dei poteri dello Stato viene riscritto estromettendo le opposizioni. Un coinvolgimento doveroso quando si mette mano alla costituzione, la regola delle regole, e che non può essere assolutamente evitato davanti all’imperdonabile omissione di chi, come Renzi, è alla guida il Paese senza una legittima investitura popolare. 

Saranno i cittadini a decidere con il referendum del prossimo ottobre se cambiare la costituzione avendo a che fare con una democrazia più debole, aperta e conciliante oppure più forte, selettiva e autoritaria. La sinistra dei voltagabbana, nel frattempo, ha già deciso.  


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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