POLITICA E POTERE CULTURALE | 01 Marzo 2016

La crescita morale imposta dall'alto

Da una parte un Pd da stato etico che si sente in «dovere» di «pensare alla crescita morale di questo Paese»; dall'altra l'accondiscendenza di chi non capisce l'omologazione a cui punta il pensiero unico

di ROSSANO SALINI

«Noi non possiamo pensare solo all'economia, alla crescita, ma noi abbiamo il dovere morale di pensare alla crescita morale di questo Paese, attraverso l'allargamento dei diritti sociali». Debora Serracchiani, che ha recentemente pronunciato queste parole durante la scuola di formazione politica del Pd, dimostra certamente di non brillare per qualità retoriche e per varietà lessicale; al tempo stesso, però, ci aiuta con la sua goffa eloquenza a mettere in luce in maniera chiara e a tutti ben visibile quali sono i reali intenti che sottostanno alla politica progressista di marca renziana. Vale a dire la versione italiana, con venature da stato etico, di quel progressismo liberal divenuto culturalmente il pensiero unico mondiale nell'epoca obamiana.

Il passo appena citato esplicita infatti un elemento culturale di centrale importanza per capire la forza autoritaria del pensiero dominante nel mondo contemporaneo: il pensiero debole che elimina le differenze e che nega il concetto di verità in funzione di un relativismo indistinto, dove tutto si equivale, sale autoritariamente in cattedra, con tutto il suo armamentario di potere anche politico, nel momento in cui qualcuno osa dissentire. Il caso più eclatante è naturalmente quello delle unioni omosessuali, di cui tanto in questi giorni si parla nel nostro Paese: si nega la preminenza della famiglia proprio sulla base di quel pensiero per cui non esiste una verità superiore, e ognuno ha la sua verità relativa coincidente con le proprie inclinazioni e le proprie voglie. Con palese contraddizione, però, di fronte a chi afferma ancora l'esistenza di un valore oggettivo, fondato su dati di fatto, dell'istituto famigliare scatta l'anatema: tale posizione è segno di una inferiorità morale, bisognosa di correzione in nome di quella ''verità della non-verità'' che è il cuore dell'attuale pensiero unico. Si nega l'esistenza di una verità oggettiva, salvo il fatto che questa negazione diventa essa stessa una verità oggettiva. Opporsi ad essa significa porsi su un piano di inferiorità, bisognoso di correzione in funzione della «crescita morale» del Paese. E il potere politico è il soggetto che si pone l'obiettivo di mettere in atto questa correzione.

Queste considerazioni servono a fare chiarezza su un punto ulteriore, che certamente non è una novità di questi giorni: uno degli obiettivi primari del potere dominante, sul piano prima culturale e poi politico, è quello dell'omologazione. Proprio in Italia, tramite la riflessione di un Pier Paolo Pasolini o l'elaborazione teorica di un Augusto Del Noce (e cito non a caso intellettuali di diversa matrice), abbiamo avuto un'analisi molto ragionata e approfondita sulle dinamiche tipiche del potere contemporaneo e della sua spinta omologante.

Mi spinge a questa riflessione la lettura di un intervento della costituzionalista cattolica Lorenza Violini, in difesa del compromesso attuato con il testo definitivo sulle unioni civili approvato al Senato. Tale intervento – che, al di là delle rigorosissime argomentazioni sul piano del diritto, mostra però la sua prima pecca retorico-argomentativa nel fatto di non riuscire a non palesare a più riprese l'evidente intento apologetico nei confronti dell'operato del Nuovo Centrodestra, quasi volesse fornire ad esso un fondamento teorico – scivola però a mio avviso in maniera grave proprio sull'aspetto delle riflessioni sul rapporto con il potere. Dovendo (anche per coerenza interna al suo ragionamento) difendere l'idea del dialogo ad oltranza, Violini arriva a insinuare l'idea che le contrapposizioni in questo dibattito altro non siano che «barriere ideologiche», «frutto di un potere cui fa comodo dividere (ed imperare)».

Non è affatto così. L'impostazione del «divide et impera» ha un valore sul piano della strategia politica, e forse più propriamente politico-militare. Non per nulla viene usata spesso per descrivere una tipicità della politica imperiale romana. L'impostazione del potere dominante, che agisce innanzitutto sul piano culturale, è invece quella di ridurre tutto a un'unica indistinta posizione, eliminando le differenze. È proprio quell'omologazione denunciata dai citati Pasolini e Del Noce; ed è d'altronde la strategia dell'imperatore profeticamente tratteggiato da Vladimir Solov'ev sul finire del diciannovesimo secolo.

La traduzione politica di questo è che chi ha in mano il potere porta a casa passo passo tutto ciò che vuole, con la complicità di chi (spesso per convenienza) non vi si oppone, leccandosi i baffi per le briciole che gli vengono gettate dal tavolo delle decisioni. Venendo infatti al caso specifico, al Pd e a tutto ciò che esso rappresenta va bene un testo purchessia sulle unioni civili, primo passo significativo di un percorso che ora è definitivamente aperto (non per nulla già si preannunciano leggi sulle adozioni per tutti); all'Ncd, e a quel poco o ormai nulla che esso rappresenta, non capisco proprio quanto possano interessare quelle poche smussature apportate a una legge che viene non per nulla accolta tra le grida di giubilo di chi l'ha proposta e l'ha vista, nella sostanza, approvata.

A questa omologazione politico-culturale è bene opporsi. Il che non significa vestirsi da crociati e mettersi gli elmetti. Significa semplicemente dire apertamente che non si è d'accordo. Significa affermare, testimoniare e manifestare quello che si è e il giudizio che si porta nel mondo. Significa anche, quando è il momento, non difendere leggi sbagliate.

Chi è in politica prenda le sue decisioni, in piena autonomia e responsabilità (il che significa anche subire le conseguenze delle proprie scelte). Ma far retrocedere la strategia del compromesso dal piano politico (di qualunque natura esso sia) a quello culturale è a mio avviso un sostanziale errore di metodo da cui guardarsi con molta attenzione. A meno che non si voglia farsi trasportare in quel processo di «crescita morale del Paese» che Serracchiani, Renzi e compagnia ci vogliono imporre.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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