IL CASO CONSIP | 02 Marzo 2017

La crisi del Pd tra pizzini e scissioni

L'inchiesta Consip travolge il 'giglio magico': il Pd è alle prese con la peggiore crisi della sua storia ma Renzi deve difendere parenti e amici dalle accuse dei magistrati. Una leadership e un partito che hanno smesso di entusiasmare gli italiani

di ROBERTO BETTINELLI

Che Renzi non navigasse in buone acque lo si sapeva. La situazione del Pd è lì a dimostrarlo: la sinistra che conta davvero ha lasciato il partito sbattendo la porta e all’interno della stanza dei bottoni è rimasto l’ex segretario insieme ai sodali più convinti e a qualche irriducibile che si incaponisce nel pretendere libera concorrenza da un partito ormai in balia di una deriva monocratica.

Un sogno, la democrazia interna, che Renzi ha definitivamente affossato con il congresso lampo che il Pd si prepara a celebrare e che servirà unicamente a consolidare lo status quo.

Il talentuoso presidente del consiglio che ipnotizzava il popolo italiano a forza di slides e slogan è pronto a recuperare il suo posto, ma a ben vedere non è mai stato così fragile. La drammatica scissione della sinistra, i contrasti accesi con Emiliano e Orlando, la perenne diffidenza dei sindacati ormai indisposti a fare da umili servitori per racimolare preferenze elettorali, i nuovi competitor alla Giuliano Pisapia che hanno tutte le carte in regola per fornire un’alternativa di governo e i poco attendibili tesseramenti di massa in vista delle primarie non sono i soli guai che Renzi deve affrontare.

Né sono i più gravi come si evince dall’inchiesta Consip che ha visto il padre, Tiziano Renzi, finire sotto accusa per le presunte interferenze che avrebbero favorito l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, in carcere per corruzione, nell’ottenere appalti dalla centrale generale di acquisti della pubblica amministrazione. Un colosso in grado di erogare flussi di denaro pari a 2,7 miliardi di euro in una volta sola.

Un’inchiesta che non ha risparmiato nemmeno il fedelissimo Luca Lotti, ministro dello Sport con le importanti deleghe del Cipe e dell’editoria, e l’amico Carlo Russo, abile imprenditore farmaceutico. Esponenti, tutti, di quel ‘giglio magico’ che accompagna l’ex premier ovunque vada e che con ritmo implacabile non manca di metterlo in imbarazzo.

La posizione di Tiziano Renzi, al pari di quella del ministro Lotti e delle altre persone coinvolte nell’indagine delle procure di Napoli e Roma, è tutta da verificare. Renzi si è già espresso, legittimamente, a tutela del genitore. Ci mancherebbe.

Ma qui è tutto il Pd ad essere finito nell’ennesima ‘discarica’ giudiziaria insieme ai famosi pizzini stracciati dall’imprenditore Romeo e sopra i quali c’erano il numero ‘30’ e la lettera T. Brandelli di carta recuperati dalla spazzatura, pazientemente ricostruiti dai carabinieri del Noe e che nell’ipotesi dell’accusa starebbero a significare 30mila euro per Tiziano Renzi. E tutto questo, sempre secondo gli inquirenti, mentre il ministro Lotti avrebbe spifferato ai dirigenti Consip la presenza di cimici per carpire i segreti dei dirigenti Consip.

Renzi sapeva tutto, qualcosina o niente? E’ la domanda che i responsabili delle indagini si stanno facendo ed è la domanda che, silenziosamente, angoscia il Pd.

Quesito brutale ma legittimo, e proprio in virtù dello stile dell'ex presidente del consiglio ostinatamente dedito a costruire un partito nel partito, portatore di una leadership dai tratti monopolistici e tentacolari, caratterizzata da un infantile personalismo anche se mai negligente rispetto all’obbiettivo di piazzare l’uomo giusto al posto giusto.

Visto il recente addio dei padri fondatori, Renzi oggi equivale al Pd. Il processo d’identificazione è totale e pienamente concluso. Un partito alle prese con la peggiore crisi della sua storia e che deve affrontare episodi come l’umiliante congettura di un accordo tra Renzi e il governatore campano Vincenzo De Luca, siglato con il solo scopo di sistemare il primo genito di quest’ultimo con un comodo seggio in parlamento. Potere che certamente Renzi è in grado di esercitare, essendo ormai il solo e indiscusso padrone delle liste elettorali del Pd.

Consapevoli che potremmo risvegliarci un domani e scoprire che tutte le accuse del caso Consip non avevano il benché minimo fondamento, misurando così l’ennesimo errore di una magistratura che spesso non è stata all’altezza delle aspettative, è doveroso fermarsi alle domande lasciando a chi di dovere la responsabilità di fornire le riposte.

Ma nel periodo più sofferto e lacerato della sua giovane storia, il Pd si sarebbe meritato forse un leader non costretto a difendere amici e parenti, impegnato com’è a difendersi dalla contestazione di aver distrutto il proprio partito. Accusa questa sì manifestatamente oggettiva e inconfutabile. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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