ALLARME ROSSO | 17 Febbraio 2016

La crisi dell’artigianato e le ombre sull’economia

L’artigianato è tra i simboli del Made in Italy. Ma il settore vive da anni un declino che sembra inarrestabile. L’allarme della Cgia di Mestre: dall’inizio della crisi spazzate via 116mila attività. I nodi irrisolti: tasse schiaccianti e costi abnormi

di LUCA PIACENTINI

Le imprese artigiane di eccellenza sono il simbolo del genio italiano, che affonda le radici nella tradizione ed è capace di innovare. Una sintesi perfetta del Made in Italy. Vale in diversi settori: legno, moda, enogastronomia, oreficeria, occhialeria, per citarne alcuni. Il cuore è la bottega, origine e solco dove si incanala e cresce il «saper fare», luogo in cui la famiglia gioca un ruolo essenziale. Artigiani che fondano l’impresa e coinvolgono la moglie. Molto spesso i figli. Tramandano passione e segreti. L’obiettivo? Garantire un prodotto unico, possibilmente il migliore nel genere. Se si parla di mestieri d’arte, poi, il legame con l’eccellenza è ancora più evidente. E’ questa l’Italia che il mondo ammira e ci invidia. 

Sappiamo che da decenni parecchi «mestieri» vivono il declino. L’oblio è lento ma progressivo, ed è legato in particolare alle difficoltà di tramandare ai giovani un tesoro di conoscenze ed esperienza che in alcuni casi è il frutto maturo di generazioni. Le radici di questo male sono anzitutto culturali. Ma c’è una crisi più estesa. Un male diffuso che sembra colpire non solo l’artigianato artistico di eccellenza, bensì l’intera categoria. Il segnale di allarme lo lanciano gli esperti della Cgia di Mestre. 

«A differenza degli altri settori economici - sottolinea Paolo Zabeo, coordinatore dell’ufficio studi - l’artigianato è l’unica categoria economica che continua a registrare un netto calo delle imprese attive; infatti, guardando alle imprese non artigiane solo l’agricoltura e l’estrazione di minerali evidenziano una flessione nell’ultimo anno». Tentando di risalire alle cause della «moria», si individuano calo dei consumi, tasse e costi inaccettabili. «La caduta dei consumi delle famiglie e la loro lenta ripresa, l’aumento della pressione fiscale e l’esplosione del costo degli affitti hanno spinto fuori mercato molte attività - spiega Zabeo - senza contare che l’avvento delle nuove tecnologie e delle produzioni in serie hanno relegato in posizioni di marginalità molte professioni caratterizzate da un’elevata capacità manuale». Economia e società: ne va del prodotto, del crollo verticale della presenza di manufatti originali, ma anche del benessere del tessuto sociale. «Oltre al danno economico causato da queste cessazioni - prosegue infatti la Cgia - c’è anche un aspetto sociale molto preoccupante da tenere in considerazione. Quando chiude definitivamente la saracinesca una bottega artigiana, la qualità della vita di quel quartiere peggiora notevolmente. C’è meno sicurezza, più degrado e il rischio di un concreto impoverimento del tessuto sociale”.

I numeri descrivono un declino apparentemente inarrestabile. Il 2015 ha seguito il trend negativo degli anni passati e ha visto una diminuzione di 21.780 imprese attive. Se poi si allarga l’orizzonte e si include l’inizio della crisi (2009), il dato è da scenario post bellico: sono 116mila le attività spazzate via. Risultato? «Al 31 dicembre 2015 il numero complessivo delle aziende artigiane presenti in Italia è sceso sotto quota 1.350.000». Edilizia e trasporti, rispettivamente - 65.455 e - 16.699, le categorie artigiane più colpite, anche se in sofferenza sono «anche le attività manifatturiere, in particolare le imprese metalmeccaniche (-12.556 per i prodotti in metallo e -4.125 per i macchinari) e gli artigiani del legno (-8.076 che diventano -11.692 considerando anche i produttori di mobili). Per contro, invece, parrucchiere ed estetiste (+2.180), gelaterie-rosticcerie-ambulanti del cibo da strada (+ 3.290) e le imprese di pulizia e di giardinaggio (+ 11.370) sono aumentate di numero». La nota della Cgia si chiude richiamando la Costituzione, che all’articolo 45 dice chiaramente che «la legge deve provvedere alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato. In questi ultimi decenni, invece, questo principio spesso è stato disatteso, in particolare modo dalle norme in materia fiscale che hanno aumentato in maniera sconsiderata il carico fiscale/contributivo sugli artigiani».

Potremmo chiederci se il governo abbia fatto abbastanza. Un paio di anni fa Matteo Renzi diceva agli artigiani modenesi: «Insieme ce la faremo». Ma la crisi del settore descritta dalla Cgia sembra dargli torto. Più volte le associazioni di categoria hanno richiamato il governo ai suoi impegni. «Non bastano i tweet» diceva nel maggio scorso il prendente di Confartigianato, sottolineando le criticità dovute alle tasse ancora troppo alte e agli effetti inconsistenti di una ripresa difficile. 

E oggi? Per i prossimi anni i balletti al ribasso delle previsioni di crescita disegnano numeri da prefisso telefonico. E lasciano perplessi anche gli osservatori più ottimisti. Lo scetticismo non è solo a Bruxelles, dove l’Italia è considerata tra i paesi da sorvegliare sul piano economico. Qualche giorno fa il Financial Times ha ospitato le considerazioni amare del columnist tedesco Wolfgang Munchau, che nutre seri dubbi sulle capacità di miglioramento della «performance economica» e arriva a dire che l’Italia non può stare nell’Ue. La cruda analisi evidenzia che il nostro paese rimane paralizzato dai consistenti nodi tutt’ora da sciogliere: crescita della produttività immobile dagli anni Duemila, super debito pubblico «che lascia l’esecutivo privo di possibilità di manovra» e crisi del sistema bancario. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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