SCENARI | 05 Dicembre 2017

La crisi nord coreana e il Trump negoziatore

Dal ‘muslim ban’ ai tagli delle tasse, Trump incassa due successi che confermano le sue doti di uomo pragmatico e negoziatore. E se, nonostante tutto, facessero la differenza anche nel risolvere la crisi nord coreana?

di LUCA PIACENTINI

La Corte Suprema americana ha dato il via libera al Muslim ban. E il Congresso ha approvato i tagli delle tasse. Oggi commentatori e giornalisti danno conto di questi due punti messi a segno da Donald Trump. Le cronache riferiscono anche della nuova strategia per la sicurezza del presidente, meno idealista e più concreta dei predecessori. 

In tutti e tre i casi siamo di fronte ad un capo di stato e di governo pragmatico, che bada al sodo, guarda al proprio elettorato e alle priorità politiche del mandato. Tutti elementi che, uniti alle doti di abile negoziatore riconosciute unanimemente a Trump, potrebbero giustificare un cauto ottimismo - nonostante gli innegabili segnali negativi - su un altro fronte caldo: le crisi nord coreana. 

Il capo della Casa Bianca era stato attaccato sul divieto di ingresso dai paesi a maggioranza musulmana, finendo sulla graticola degli attacchi politici e dei ricorsi nei tribunali; inoltre sul fronte delle riduzioni fiscali a molti il presidente aveva dato la sensazione di non essere in grado di mettere insieme i pezzi di una maggioranza repubblicana riottosa. Nel primo caso le cronache sottolineano l’inserimento ‘tattico’ nella black list di due paesi non musulmani, la Corea del Nord e il Venezuela, cosa che consentirebbe di superare l’accusa di discriminare i fedeli di religione islamica. 

In entrambe le partite The Donald esce vincitore seguendo le regole: iter giudiziari e iter legislativi. Si tratta di un indice di astuzia e buon senso che - nonostante le indubbie cadute e gli errori di questa prima parte del mandato - continuano ad animare e caratterizzare l’attività di Trump. Lanciamo una provocazione: perché questa capacità di calarsi nel problema e risolverlo in modo pragmatico non potrebbero fare la differenza anche nella complicatissima partita a scacchi con Kim Hong-un?

Che l’interrogativo non sia campato in aria lo si può ricavare anche leggendo in modo provocatorio l’opinione di Nicholas Kristof, un giornalista liberal del New York Times (non certo sospettabile di partigianeria pro Trump) che in una lucidissima analisi dal titolo drammatico «Are We Headed Toward a New Korean War» (qui l’originale, qui la traduzione di Repubblica) rileva sì che la strategia americana oggi sta fallendo, ma non solo non attacca il presidente americano, evidenzia anche che, se da un lato il raggiungimento di quelli che ad oggi sono i due obiettivi principali degli Usa appare poco probabile (il disarmo nucleare e l’isolamento con le sanzioni economiche) dall’altro non è certo a causa di errori di Trump se si è arrivati a questo punto di stallo, segnato da una tensione altissima (gli esperti danno le probabilità di guerra tra il 15% e il 50%), poiché tutti i predecessori sulla poltrona presidenziale, come sottolinea lo stesso attuale inquilino della Casa bianca, hanno tirato a campare. 

La Nord Corea è sempre stata una patata ‘ultra bollente’ praticamente ingestibile. L’analisi del giornalista Nyt aggiunge anche se per molti un attacco avrebbe avuto senso soltanto prima dello sviluppo della tecnologia nucleare nord coreana, in ogni caso anche allora Pyongyang avrebbe potuto attaccare Seul con armi batteriologiche e chimiche, col rischio di una guerra su vasta scala. 

Nel 1969, ricorda sempre Kristof, nonostante l’abbattimento di un areo spia americano e la morte di 31 membri dell’equipaggio, neppure Nixon reagì militarmente per evitare una guerra totale. Che fare? 

Se non resta che sperare nel dialogo, come rileva giustamente l’editorialista del Nyt, perché non sperare anche, aggiungiamo noi, nelle doti di negoziatore di Donald Trump?

 

 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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