FUORI CONTROLLO | 08 Settembre 2016

La crisi politica ed emotiva dei leader 5 Stelle

Giunta Raggi e i vertici 5 Stelle in preda a pianti e crisi isteriche. Roma continua a non avere un governo stabile e autorevole mentre il movimento grillino implode per un eccesso di spontaneità e anarchia

di ROBERTO BETTINELLI

Il Movimento 5 Stelle è destinato all’implosione. Emotiva ancora prima che politica. Ormai, nella vicenda romana, piangono tutti. Prima la Raggi, poi l’astro nascente Di Maio accusato di aver taciuto  l’indagine sull’assessore Muraro. 

Alla prima verifica della capacità di governo su grande scala, come è quella che si rende necessaria quando si conquista l’amministrazione di una capitale come Roma, la corazzata grillina è affondata. Virginia Raggi, salita al potere con percentuali plebiscitarie, non ha evidentemente il controllo della situazione. La sua inesperienza e la mancanza di un partito strutturato ormai fanno sentire tutto il loro peso.

Il flop romano dei 5 Stelle è da attribuire alla mancanza di leadership del candidato che pure, viste le alternative poco motivanti, è risultato vincente alle elezioni. Altra causa scatenante è rintracciabile nell’ingenuo e utopico persistere del volontariato in voga fra i pentastellati. Un atteggiamento che è rimasto presuntuosamente tale, indifferente alla necessità di professionalizzare il contatto con il potere, masochisticamente prigioniero dell’idea di poter fare a meno della ‘forma partito’.  

I testimonial grillini buttano fango sulla casta, si prendono spazi generosi nei talk show e nei tg per tirare colpi micidiali contro il governo e le opposizioni, imputando ogni genere di misfatti e inadempienze. Ma si tratta di un discorso vuoto, che rimane sospeso a mezz’aria, e che alla fine non ‘quaglia’ mai. E’ una lavatrice di contenuti che seguitano ad essere messi in circolazione nel macro contenitore mediatico, una sorta di loop che ripete indefessamente sé stesso, e proprio per questo motivo finisce per risultare inconsistente. Non credibile. 

Perché lo sia, infatti, è indispensabile un bagno di concretezza che può venire solo dal riscontro dei fatti. Ossia da una prova di buon governo nell’esperienza romana. Ma per rivoluzionare davvero la politica bisogna essere dei politici. E molto bravi. 

La battaglia della moralità e della trasparenza è utile nella fase di costruzione del consenso, soprattutto in presenza di un parlamento di voltagabbana come è quello attuale, ma serve ben poco nella fase successiva quando l’obbiettivo è costruire maggioranze solide e durature. 

Oggi, se si guarda ciò che accade in Campidoglio, difficilmente si può sostenere che la Raggi e l’entourage grillino siano da considerare adatti per assumersi le gravose responsabilità che si associano ineluttabilmente alle decisivi collettive. Tutte le risorse, infatti, sono concentrate nell’attivare e spegnere liti, che nulla hanno a che vedere con una seria gestione della cosa pubblica, mentre si lasciano evase le soluzioni ai problemi enormi che attanagliano la vita dei romani. Anche quando si cerca di promuovere, di passare quindi alla dimensione fattiva che riguarda le decisioni, scoppiano risse sulle alternative in gioco, non si riesce a fare sintesi e tutto si conclude nell'assenza di un piano praticabile. 

La giunta Raggi, costituta da un gruppo di uomini e di donne che dicono di voler lavare l’onta delle giunte Marino e Alemanno, è caratterizzata dall’apertura di falle continue e dalla paralisi. Persone che arrivano, durano lo spazio di una conferenza stampa, e poi sono costrette a lasciare per una serie di veti incrociati che nascono all’interno dello stesso movimento. L’ultimo è stato l’assessore al Bilancio Raffaele De Dominicis che solo 4 giorni fa, in un video su Facebook, era presentato come una certezza della giunta Raggi e che poi si è scoperto essere soggetto ad un'indagine per abuso di ufficio ed essere stato ‘raccomandato’ dall’avvocato di Cesare Previti, titolare dello studio dove la sindaca aveva svolto il tirocinio. La stessa fine è toccata al mini direttorio che doveva sorvegliare l'amministrazione capitolina. 

Insomma, quello che doveva essere un sodalizio di amici uniti e affiatati, non lo è affatto. E’ piuttosto la sommatoria di individualità che si ostacolano a vicenda, incuranti dello spirito di disciplina e delle gerarchie che pure devono rimanere un punto saldo in politica. Smaltita la sbornia per il trionfo elettorale, la fragilità dei rapporti è emersa clamorosamente. La rete di internauti nata dalle suggestioni sociologiche di Casaleggio senior e dalle bordate televisive di Beppe Grillo non riesce a mutare di pelle. Il passaggio da movimento a partito è traumatico, ma è il solo che consente di applicarsi con successo al governo della cosa pubblica. 

Il partito è innanzitutto forma, si incardina su un organigramma, livelli gerarchici, decisioni prese da una leadership. Il movimento è ‘energia’, protesta libera, spontaneità e dinamismo allo stato puro. Non che i 5 Stelle siano incapaci di erogare sanzioni e punizioni, ma finora l’hanno fatto con il consueto stile oppositivo, ossia contro qualcosa e qualcuno, non certo seguendo una direzione propositiva. La Lega di Bossi, per intenderci, è nata come movimento e nel tempo, con grande fatica, si è trasformata in un partito. L’approdo di questa evoluzione è stato il primo governo Berlusconi. 

Ma ora che la pressione della realtà è tale da generare tensioni che possono portare alla disgregazione del movimento, per reazione naturale e spirito di sopravvivenza iniziano a comparire anche i primi favori e privilegi. Diego Di Maio, per esempio, pur avendo commesso lo stesso errore del sindaco di Parma Pizzarotti che a suo tempo non aveva informato di un’indagine sulle nomine al Teatro Regio, ha ottenuto un salva condotto. Mentre Pizzarotti è stato messo alla gogna e sospeso sedia stante il fidato Di Maio è stato perdonato. E anche in fretta. 

L’abbraccio in lacrime con Grillo ha riprodotto il livello imbarazzante di pathos raggiunto con il pianto di Virginia Raggi dopo le dimissioni del capo di gabinetto Carla Raineri, dell’assessore al Bilancio Marcello Minenna e dei vertici Ama e Atac. Una scena che mal si concilia con i sangue freddo che dovrebbe essere la prerogativa di chi, in quanto eletto dal popolo, deve decidere per il bene di tutti. 

La ragione di questo trattamento privilegiato è semplice: il vice presidente della Camera guiderà il movimento nella corsa alle prossime politiche e il suo profilo non può essere infangato con un provvedimento di sospensione che invece, stando al regolamento interno, si dovrebbe meritare  pienamente. 

Indebolire il presentabile Di Maio significa condannarsi ad una sconfitta certa. Beppe Grilo lo sa bene. E, da persona navigata quale è, ha evitato di commettere l’errore. Ma premiare il delfino nonostante ci sia agli atti una email che lo inchioda platealmente, è il sintomo che anche fra i 5 Stelle l'innocenza non può essere tutelata a lungo.

Quanto a Di Maio, nel comizio organizzato a Nettuno dopo la crisi che l’ha visto protagonista ha negato tutto. E ha attaccato i giornalisti chiedendo dov’erano ai tempi di Mafia Capitale. Segno che molto probabilmente ha imparato la lezione. La Raggi dovrebbe sbrigarsi a imitarlo se non vuole essere la prossima a dare le dimissioni. Cosa che, proseguendo di questo passo, non solo sarà inevitabile ma anche auspicabile. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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