AREA POPOLARE | 13 Aprile 2015

La difesa d’ufficio del governo non paga

Il governo Renzi perde consensi. Perfino Alesina e Giavazzi l'hanno mollato. Per gli alleati di Area Popolare c'è il rischio di essere declassati a corrente del Pd, tagliati fuori dal nuovo corso centrodestra

di ROBERTO BETTINELLI

La fotografia del centrodestra odierno non può che essere deludente. Il fronte che dovrebbe essere avversario delle sinistre e che dovrebbe assumersi il compito di ‘cantarle’ a Matteo Renzi in un momento in cui la sua sua leadership inizia ad appannarsi per l’evidente populismo che dimostra in campo economico, non esiste più. Il miracolo dell’unionismo, ben realizzato al tempo dei fasti del Pdl, è stato spazzato via da rivalità di partito, faide correntizie e ambizioni personalistiche che hanno via via preso il sopravvento sulla costruzione di un progetto nobile, forte, dotato di ampie prospettive. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ed è penoso. 

Salvini è stato lasciato solo a coltivare una zona di consenso dove si annida l’elettorato storico che non si riconosce nella sinistra. La sua Lega ha toccato quota 15%, ma c’è da essere sicuri che crescerà ancora di più. Davanti al segretario del Carroccio ci sono praterie vergini. E non c’è nessun altro a contenderle. Berlusconi gode ancora di molto credito nel Paese. Ha il suo zoccolo duro di sostenitori, ma deve fare i conti con il limite oggettivo dell’età e con una serie di veti giudiziari che ne ostacolano la libertà d’azione. Nel caso del Cavaliere la politicizzazione di una parte della magistratura è emersa con chiarezza e ha prodotto effetti devastanti. Il fondatore di Forza Italia è stato relegato ai margini della scena politica, imbrigliato nei lacci e laccioli di sentenze discutibili. 

La creatura di Alfano, Ncd, non ha sfondato. E’ stata costretta a fondersi con l’Udc per rimpinguare le casse del consenso. Area Popolare, così si chiama la nuova formazione, nei sondaggi oscilla continuamente sopra e sotto l’asticella del 3%. Una cifra cruciale dal momento che rappresenta la soglia di sbarramento della nuova legge elettorale. Ma è un punto di partenza troppo debole per garantire non solo una eventuale rimonta, ma la stessa sopravvivenza. Si stanno facendo largo altre forze, come Fratelli d’Italia, che giocano in attacco e lanciano critiche più dure e incisive contro un governo che sta dando prova di gravi incapacità a causa dello strapotere della sinistra che impedisce il varo di misure innovative. Il gradimento dell’opinione pubblica verso Giorgia Meloni migliora di settimana in settimana. La stessa cosa vale per Sel e il Movimento 5 Stelle, guarda caso ostili a Renzi, mentre il Pd arretra. Il partito di maggioranza relativa ha imboccato una discesa che dal 40% l’ha portato in breve tempo ad avvicinarsi al 35%.  

A giudicare da questa rapida carrellata, un dato si afferma come prioritario. Stare al governo, diventa sempre più difficile per Matteo Renzi. Ma se lo è per lui, figuriamoci per gli alleati. E’ comprensibile che Alfano rivendichi la necessità di far parte dell’esecutivo. I vantaggi sono immediati e facilmente identificabili: il potere dei ministeri, il privilegio di far parte della stretta cerchia dei decisori, l’opportunità di ricompensare le seconde linee con incarichi ambiti, la visibilità mediatica. Ma è una scelta che a lungo andare può tramutarsi in una prigionia dorata.

I sondaggi sono impietosi con AP. Le rilevazioni che registrano quotidianamente il valore delle sigle e dei leader non devono spaventare oltre il dovuto. Ma quando alle previsioni seguono i fatti, allora il campanello d’allarme deve suonare. Finora non c’è stata nessuna prova elettorale che abbia premiato la scelta dei fuoriusciti da Forza Italia. 

Detto questo il problema non riguarda il ‘cosa’ fare. Ma il ‘come’ farlo. Che l’Italia sia un Paese bisognoso di riforme, è indubbio. Se questo è ciò che serve davvero, però, le riforme bisogna realizzarle il prima possibile. Non è sufficiente limitarsi alla fase degli annunci come ha fatto finora Renzi. Una critica che ormai ha preso piede anche tra i commentatori più entusiasti come i due economisti del Corriere della Sera Alesina e Giavazzi. Nel loro editoriale di domenica 12 aprile hanno disegnato un ritratto di Renzi come non avevano mai fatto, scrivendo che in fondo sembra essersi abituato ad esercitare «l’uso di parole che indulgono al populismo, condite con un ottimismo perenne, ma combinate con pochi fatti concreti».

Area Popolare, se ha l’obbiettivo di rimanere nella compagnie governativa con dignità e senza essere declassata a corrente centrista del Partito Democratico, deve manifestare più personalità. Deve marcare il suo territorio. Deve, in ultima analisi, tirare fuori gli attributi. E può farlo in un solo modo: difendendo gli interessi di quell’Italia che intraprende, rischia e lavora senza aspettarsi che sia lo Stato a offrire l’agognata pagnotta. Un’Italia che ha nel Nord la sua naturale collocazione e che non può essere tutelata da un partito di sinistra come il Pd. 

Il tema del posizionamento, quando si ha a che fare con la politica, è cruciale. Solo chi è in malafede può sostenere il contrario. Un partito non può che essere percepito e giudicato all’interno di uno spettro dove figurano altri soggetti analoghi. Area Popolare è a destra del Pd, ma a sinistra della Lega. E lo stesso Carroccio è considerato un partito di destra unicamente perché alla sua sinistra c’è un’altra forza con un programma differente. Lo stesso vale per Forza Italia, Pd e per tutti i simboli che affollano il mercato elettorale. E’ la grande legge della politica. La distinzione rispetto ai competitors è la prima ragione d’essere oltre che l’unica speranza per mantenersi in vita. 

L’abile comunicazione di Matteo Renzi e la furbizia del suo posizionamento centrista sembrano aver provocato una diffusa amnesia che sembra aver contagiato anche gli alleati di governo. Pare che siano ormai in pochi a ricordare che Matteo Renzi è alla guida del principale partito della sinistra italiana ed europea. Può trattare male D’Alema e Bersani, può alzare la voce con la Cgil di Susanna Camusso, ma alla fine ha il compito di portare al successo un partito il cui Dna è da rintracciare integralmente nella storia della sinistra. La stessa componente della Dc che ha tenuto a battesimo la carriera politica del premier non ha nulla a che fare con il liberalismo di Sturzo e De Gasperi. I padri nobili sono identificabili in figure del calibro di Dossetti e La Pira: uomini politici che predicavano l’intervento dello stato e la necessità del dirigismo, erano animati dal sospetto verso il capitalismo e l’impresa privata, erano innamorati del terzo mondo più che del Nord Italia, teorizzavano il pauperismo e l’assistenzialismo. 

Renzi è la vulgata rozza e televisiva di questa cultura politica. Gli 80 euro sono una misura che costa tantissimo, dieci miliardi di euro, ma premia soltanto i potenziali elettori del Pd. Non stupisce che il segretario dei democratici se ne sia servito per aggiudicarsi l’ultima tornata delle elezioni europee. Ma nulla o quasi è stato fatto sugli altri fronti economici. Le tasse continuano a crescere. Il taglio dell’Irap per le aziende è francamente poca cosa. Le imprese continuano ad arrancare. Lo partite Iva sono abbandonate a sé stesse. La burocrazia non accenna a diminuire. L’Inps ha pubblicato i dati sul precariato relativi ai primi due mesi dell’anno. Si è verificato un incremento dei contratti fissi mentre quelli a termine hanno fatto registrare una riduzione. Ma il saldo dei posti di lavoro è rimasto invariato. In sintesi: non è stata creata nuova occupazione. 

Un governo che si presenta agli elettori con questo curriculum non può essere difeso. O meglio: è legittimo e doveroso che lo faccia Renzi. Ma è un errore che lo facciano gli alleati di Area Popolare che invece dovrebbero sfruttare appieno il loro potere di coalizione, condizionando con più energia l’agenda e l’azione dell’esecutivo. Senza gli oltre 30 parlamentari di Ap, infatti, il premier dovrebbe iniziare una disperata ricerca di voti alla Camera e al Senato che lo porterebbe allo sfinimento. 

Il Pd, non va dimenticato, è un partito di sinistra. Renzi ne è il segretario e se è entrato a Palazzo Chigi da trionfatore è solo grazie alle primarie. Senza il Pd, Renzi sarebbe un signor nessuno. Per questo motivo è inutile illudersi, come in tanti fanno, soprattutto al centro, che possa guidare un domani una formazione diversa da quella che gli ha permesso di scalare il potere. Il Partito della Nazione è una chimera che Renzi ha messo in campo per impedire la rinascita di un centrodestra autenticamente competitivo. 

Ncd non è un partito di sinistra. Lo stesso vale per Area Popolare che nelle parole di un esponente di spicco come l’ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi viene descritta come una forza irriducibilmente alternativa alla sinistra. Se è così va bene. Ma che il messaggio arrivi limpido e forte oltre i muri ovattati e impermeabili di Palazzo Chigi. Così che gli elettori, al prossimo giro, abbiamo una valida ragione per ricordarsi di qualcun altro che non sia Renzi o degli oppositori di Renzi. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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