LE RIFORME DEL RENZISMO | 06 Marzo 2016

La dolce oligarchia del ministro Boschi

Il ministro Maria Elena Boschi ribalta completamente il senso delle riforme renziane. Da iniziative di vertice diventano occasioni di partecipazione e di apertura. Ma la verità è molto più rischiosa e inquietante per la democrazia italiana

di ROBERTO BETTINELLI

Il carteggio tra Ferruccio De Bortoli e Maria Elena Boschi pubblicato sul Corriere della Sera rivela il fossato che esiste tra il ‘livello’ istituzionale e popolare della nazione. Tra il potere che viene dall’alto e quello che viene dal basso. Tra gli eletti e gli elettori. Tra i politici di professione e i comuni cittadini. 

Non è la prima volta che il ministro delle Riforme si prodiga per difendere il premier e il governo. E’ normale che un volto ‘fresco’ e pulito come quello della Boschi, capace di incarnare il lato dolce della rottamazione, si esponga nei momenti di difficoltà. Ma da qui a ottenere lo scopo, e cioè la persuasione, ce ne vuole davvero. 

La critica di De Bortoli al ‘riformismo renziano’ è riassumibile nella ‘deriva oligarchica’ che riduce gli spazi della democrazia. L’intervento ha come antefatti le riflessioni di intellettuali del calibro di Gustavo Zagrebelsky e Stefano Petrucciani, molto fermi nel segnalare il pericolo di una democrazia non più egualitaria ma per pochi. 

De Bortoli si concentra su alcuni fenomeni del renzismo: la riforma costituzionale che prevede l’azzeramento del Senato elettivo, l’Italicum con la maggioranza schiacciante conferita al partito vincitore, la compravendita di voti in parlamento, la mortificazione delle periferie a tutto vantaggio del ‘centro politico’ del Paese. 

Tutti argomenti che la Boschi riprende nella sua lettera di risposta ribaltandoli uno ad uno. La soppressione del Senato diventa uno «sforzo di rendere l’architettura delle istituzioni più lineare e coerente, anche con la sua ispirazione costituente». Una frase che appare senza senso dal momento che risulta pressochè impossibile asserire che è preservata l’integrità della Costituzione quando viene fatto a pezzi il bicameralismo ossia il pilastro della magna carta nata dopo il crollo del fascismo. 

Nè risulta convincente il discorso intorno all’istituto referendario che la riforma vincola ad un aumento delle firme necessarie per l’approvazione. Una modifica che la Boschi presenta come «un rafforzamento» quando è evidente che si tratta del contrario. Finora per una proposta di legge popolare bastavano 50mila firme. In futuro ne serviranno tre volte tanto. Per il referendum abrogativo, secondo la Costituzione, la soglia era di 500mila firme. Ora passiamo a 800mila. La Boschi può presentarla come vuole, ma da che mondo è mondo più sono le firme da raccogliere e più è difficile indire il referendum. 

Il ministro delle Riforme si concentra infine sulla legge elettorale, l’Italicum, dichiarando che il vantaggio rispetto al passato coincide con la possibilità offerta ai cittadini di «scegliere la maggioranza di governo». Vero, ma è doveroso sottolineare che anche in precedenza era possibile farlo. Semplicemente si trattava di una maggioranza di coalizione e non di partito. Si può discutere quanto si vuole, ma è indubbio che è più semplice garantire la partecipazione quando ci sono diverse formazioni politiche invece che una sola. 

Abolizione del Senato elettivo, aumento delle firme per la validazione dei referendum, Italicum. Queste tre iniziative cambiano radicalmente la natura della democrazia parlamentare italiana. A beneficiarne sono gli elementi che fondano, nell’architettura dello Stato, il potere del governo. A farne le spese è il polo del legislativo e, nella fattispecie, sono penalizzati tutti i meccanismi di consultazione e di attivazione dell'azione politica che prendono origine dal basso. 

L’allarme lanciato da De Bortoli, che mette in guardia contro il pericolo di ridurre ulteriormente il peso del singolo cittadino, è tutto fuorché campato per aria. E il fatto che la Boschi non riconosca i limiti oggettivi delle riforme del governo Renzi sul versante della partecipazione rende lo scenario del cambiamento solo più rischioso, oscuro e inquietante. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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