IL CASO LUPI | 20 Marzo 2015

La doppia morale di Renzi e il bivio di Ncd

Renzi invoca la questione morale contro Lupi e non contro il Pd che ha fior fior di indagati. Ncd al bivio: camminare con le proprie gambe o cambiare per non morire

di ROBERTO BETTINELLI

Se l’ex ministro Maurizio Lupi è indubbiamente la vittima principale dell’inchiesta sulle grandi opere, e su questo non ci piove, bisogna chiedersi chi sia il vincitore. Basta guardarsi un po’ intorno per avere una risposta. E' il presidente del Consiglio Matteo Renzi. 

Lupi non è indagato, ma è stato costretto alle dimissioni da un contesto a tal punto sfavorevole e che l’ha messo così in cattiva luce davanti agli occhi dell’opinione pubblica, da escludere qualsiasi altra soluzione che non fosse l’addio al ministero. Le intercettazioni, l’incarico nel cantiere dell’Eni per il figlio Luca, il Rolex da 10mila euro, l’abito su misura, le vacanze nella villa di uno degli arrestati. Ma di un contesto altrettanto imbarazzante, se non addirittura peggiore, potrebbe essere accusato il premier. Chi l’ha detto chiaramente è stato il senatore Ncd Roberto Formigoni, ex governatore della Regione Lombardia, che nella trasmissione Servizio Pubblico ha messo in fila alcuni fatti: i sottosegretari indagati del Pd sui quali Renzi non si è mai pronunciato né ha sollevato la questione morale, la candidatura del condannato De Luca alle regionali in Campania, l’indagine giudiziaria sul padre avviata dai magistrati di Genova. 

In entrambi i casi non si tratta di azioni illecite, ma di un contesto che a seconda della sensibilità di chi lo prende in esame può essere opinabile, discutibile, esecrabile. Un parallelismo più che motivato e che dimostra come chi non può fare la morale a Maurizio Lupi sia proprio Matteo Renzi. Eppure la sequenza degli avvenimenti punisce il primo e premia l’altro. Il bilancio della vicenda è presto fatto: Lupi si dimette nonostante a suo carico non ci sia alcuna contestazione di reato da parte dei giudici, il Nuovo Centrodestra perde il ministero chiave delle Infrastrutture e viene ricompensato con un dicastero ininfluente, Renzi ricompatta la sua maggioranza facendosi bello davanti all'elettorato e si prende pure la soddisfazione di vedere pubblicate alcune intercettazioni che espongono alla gogna mediatica alcuni esponenti della vecchia guardia del suo partito come l’ex tesoriere Ds Ugo Sposetti. 

Eliminato il pericolo della caduta del governo grazie al sacrificio di Lupi, ora Renzi può coronare il suo sogno di gloria nominando una personalità al di sopra di ogni sospetto al vertice del ministero delle Infrastrutture. Il passaggio successivo, quello che più gli sta a cuore, sarà smantellare la struttura di missione creata da Ercole Incalza per gestire gli appalti delle grandi opere. 

Lupi è un uomo abile ed esperto, fa politica da molto tempo e non ci ha messo molto a comprendere che la sua posizione non poteva essere difesa. Dopo aver tentato la strada del muro contro muro ha fatto marcia indietro: i giornali, davanti alla sua reazione iniziale che poteva essere interpreta come una sfida, hanno affondato colpi durissimi moltiplicando i titoli e travolgendo affetti, amici, l’appartenenza a Cl. Il suo partito, Ncd, si è subito spaccato fra governativi e antigovernativi con il risultato che Alfano non sarebbe mai riuscito a garantirne la compattezza qualora fosse stata messa a rischio la tenuta della maggioranza. Inoltre Lupi, affrontando il voto di sfiducia in parlamento con la certezza di andare incontro ad una sconfitta certa e plateale, avrebbe pregiudicato per sempre l’immagine di uomo delle istituzioni. Forza Italia, quasi sicuramente, l’avrebbe sostenuto. Ma non il Pd. E comunque Lega e 5 Stelle avrebbero approfittato dell’occasione per mettersi in mostra con una delle sguaiate sceneggiate alle quali ci hanno abituato. 

Ma il vero nemico di Lupi, in tutta questa vicenda, è stato fin dall’inizio il presidente del Consiglio. Fra i due non c’è mai stata sintonia. Di certo sono diventati avversari irriducibili da quando è scoppiato il caso della struttura di missione delle grandi opere: Renzi la voleva alle dipendenze della presidenza del Consiglio, ma Lupi si è sempre opposto con tutte le sue forze. «Non tocchiamo palla», così si sarebbe espresso un esponente della corrente renziana. Dalle intercettazioni pubblicate sui giornali emerge chiaramente lo scontro di potere all’interno del governo. 

Lo scenario è il seguente: Renzi attacca, Lupi resiste. E ha tutte le ragioni per farlo. Il ministro di Ncd vuole rimettere in moto i cantieri per capitalizzare in termini di visibilità politica la partecipazione del suo partito a un governo dominato dalla figura carismatica di Matteo Renzi. Se l’esecutivo fa qualcosa di buono è sempre il premier che riesce a impossessarsene. Se qualcosa non va, i demeriti sono equamente divisi. Le infrastrutture sono il luogo ideale per riuscire a ritagliarsi uno spazio di azione che possa guadagnare un po’ di consenso e risollevare le sorti del Nuovo Centrodestra. Alfano è stretto nella morsa di Mare Nostrum e dei matrimoni gay, la Lorenzin non riesce a imporsi nonostante il traguardo del Patto della Salute, il coordinatore nazionale Gaetano Quagliarello tiene un profilo troppo basso. Lupi, a detta di tutti, è il solo che ha il coraggio di contrastare Renzi nelle riunioni del Consiglio dei ministri. 

Ed è questo, forse, il vero motivo per cui Lupi non è più il ministro delle Infrastrutture. Il rimpasto non sarà indolore. Ncd ne uscirà molto indebolito. Nunzia De Girolamo, ospite di Lilli Gruber, ha dichiarato: «Il mio partito dovrebbe iniziare a pensare a un appoggio esterno al governo, le riforme si farebbero in ogni caso». Fabrizio Cicchitto ha ribadito che è arrivato il momento di fare una riflessione «per vedere la nostre forme di partecipazione». Ma rinunciare al dogma della governabilità, significa mettere fine all’alleanza ‘organica’ con il Partito Democratico. In questo caso Ncd non avrebbe più una copertura importante e prestigiosa come quella di Palazzo Chigi e dovrebbe fare i conti con il consenso vero che ha nel Paese. Una strada rischiosa, ma solo allora si capirà se si tratta di un progetto politico che ha le forze per camminare sulle proprie gambe oppure se è stato solo un esperimento. Coraggioso ma velleitario. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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