DOPO IL TERREMOTO | 12 Settembre 2016

La grande sfida della ricostruzione

Sicurezza e tradizione, come intervenire nei luoghi feriti dal sisma? La sfida dell’antisismica oltre la pianificazione urbana: unire le peculiarità della nuova progettazione con gli strati dell’architettura storica

di MATTEO PIACENTINI

Dopo il terremoto, pianti i morti e soccorsi gli sfollati, inizia la nuova grande sfida: la ricostruzione, e con essa tutte le grandi domande che inevitabilmente la accompagnano. Perché ricostruire? Perché rispondere a quella necessità fortemente ed esclusivamente umana del “dov’era e com’era”? Perché non lasciare tutto così com’è, in un istinto fortemente pessimistico, come monito alla ineluttabilità della vita? 

E’ fondamentale interrogarsi sul modo in cui questi luoghi dovranno rinascere. Temi anzitutto morali, oltre che economici. Un primo gesto istintivo potrebbe essere cancellare tutto e proseguire. Dimenticare quello che è accaduto: come Voltaire dopo il terremoto di Lisbona del 1755, o Goethe davanti alla desolazione di Messina del 1789. L’atteggiamento illuminista fu drastico: Dio non esiste davanti a questa distruzione. Tutto quello che possiamo fare dipende esclusivamente da noi e dalla nostra tecnica. Maggiore sarà il progresso, minori le probabilità che simili eventi distruggano la nostra società. Nella storia, cataclismi come questi hanno avuto la forza di cancellare definitivamente intere civiltà: si pensi a quella Minoica di Creta o alle civiltà precolombiane. 

Oggi siamo in grado di affrontare questi eventi con l’illusione di vincerli. Tuttavia le recenti polemiche sull’affidabilità del nostro patrimonio edilizio dimostrano il contrario. Incapacità tecnica o poca volontà? Potrebbe sembrare una riflessione riduttiva, ma la vastità del problema tocca tre punti fondamentali, tecnico, morale ed economico, che spesso coincidono inevitabilmente. 

Tre aspetti connessi l’uno all’altro, che possono rispondere a tutti i quesiti e, sopra tutti, quello morale linguistico. L’evoluzione di una civiltà è vincolata all’evoluzione del linguaggio e l’architettura è il linguaggio più forte e chiaro che esista. L’unico che, deciso a priori, tutti noi inevitabilmente subiamo. 

E’ quindi questo il primo tema da considerare: come affrontare la ricostruzione dal punto di vista linguistico. Un tema da affrontare prima ancora dello sbandierato adeguamento sismico, perché esso ne è la diretta conseguenza. Come affermava il filosofo Marsilio Ficino esiste una “Città di Pietra” ed una “Città di Uomini”, ed una è conseguenza inevitabile dell’altra.

Osservando le immagini della distruzione senza conoscere quei luoghi, è inevitabile domandarsi che aspetto potessero avere un minuto prima del catastrofico evento. La desolazione che si respira è certamente la stessa vista da Goethe a Messina, ma la risposta intellettuale può essere diversa. 

Gli abitanti di quei luoghi vogliono ritornare alla normalità, rivedere le loro case lì dove sono sempre state: “Dov’era e com’era”. Vorrebbero dimenticare quanto è avvenuto, ma la sofferenza e la mancanza, inesorabili, spingono ancora la mente a quel momento. 

Nasce la certezza che la ricostruzione sarà lunga e dolorosa. Nessuno vuole abbandonare la propria terra, anche se ci è sentiti traditi da essa. La terra è così: questa è la sua identità, così come in questo momento l’identità di Arquata del Tronto è la desolazione della rovina. 

La Rocca si staglia ancora sulla cima del monte a ricordare il nome di quel luogo. Ne rappresenta l’identità storica, così come le macerie mostrano dolorosamente quella contemporanea. 

In quest’ottica la soluzione intellettuale potrebbe essere quella di lasciare tutto così com’è: monito alle generazioni future sulla responsabilità dell’uomo davanti alla natura. Tuttavia questo non risolverebbe il problema. Non darebbe risposte concrete alle necessità umane, perché questo è ciò che deve fare l’architettura: confermare, difendere l’identità dei luoghi, non cancellarla o tradirla con meccanicismi tecnico-economici. 

Dimenticare per il “dov’era e com’era”, consapevoli dell’impossibilità di questo gesto o dimenticare al punto di fare tabula rasa e ripensare tutto dall’inizio. Come se nulla fosse mai avvenuto al punto di ridisegnare paesi che del passato conservano solo il nome. Questa fu la scelta linguistica adottata dopo il devastante sisma dell’Irpinia: interi paesi rasi al suolo in nome di un’architettura moderna - e non a caso uso questo nome - per la sicurezza collettiva. 

Oppure ricostruire tutto com’era, creando tuttavia dei falsi che tradiscono l’artificialità degli eventi, nell’illusione di riconquistare un passato inevitabilmente modificato dalla storia. Quella stabilità tanto ricercata dagli illuministi che, in nome della rimpianta stabilità classica, ruppe la diga e aprì alla follia del revival ottocentesco. Fantocci di un passato che ormai non esiste più. 

Dopotutto questo è il grande tema dell’antisismica italiana: come intervenire su edifici fatti di argilla e pietre senza comprometterne l’identità storica. Un tema etico e linguistico prima che tecnico. Esiste però un’ulteriore possibilità, certamente meno immediata dal punto di vista tecnico ma sicuramente più onesta nei confronti di quei luoghi. Di quell’identità collettiva fatta di edifici e persone. 

Un approccio importante e generoso che si fa carico di interpretare ciò che è stato partendo dalla sua specifica identità: l’importanza dei luoghi legata al loro significato per la collettività. Non è necessario né distruggere per costruire, né impegnarsi in un puzzle assoluto degli edifici (se non dove il valore storico lo impone) ma unire gli aspetti per costruire il futuro. 

Osservando le città che ci circondano, il modo con cui si sono formate ed evolute possiamo rintracciare fasi, strati e soprattutto “cicatrici”. Tutte assieme generano la città che conosciamo. Le assegnano un nome, un’identità. Eliminare una sola di esse, viene meno l’idea di luogo che le identifica. Ognuna di queste serie di elementi genera la città. Citando Beniamino Servino, «le città di fondazione, tutte, sono dei mostri. Negano, programmaticamente, la dimensione che le genera: il tempo» e del tempo fanno parte i cataclismi. Se da Milano eliminassimo il Duomo o gli edifici che costituiscono corso Buenos Aires, cesserebbe di essere Milano. 

Come intervenire allora nei luoghi feriti dal sisma? E’ innanzitutto fondamentale comprendere cosa identifica questi luoghi, così da generare un linguaggio appropriato. Le città, potremmo dire parafrasando Cino Zucchi, conservano nella loro struttura fisica la capacità di sopravvivere e adattarsi a nuove esigenze non prevedibili al momento della loro costruzione. Conservare il più possibile e ricostruire il patrimonio storico con onestà. Palesare ciò che è nuovo distinguendolo dall’antico. Non però concentrandosi su aspetti stilistici, come è invece avvenuto nella maggioranza degli interventi post-terremoto. 

Operare per stratificazione delle parti, così come si è generata la storia. Una stratificazione che è consapevole di quello che è stato, che lo fa proprio e diventa grammatica del linguaggio architettonico. Il rapporto tra vecchio e nuovo che ne determina la sintassi. Attenzione, però: non si tratta del decennale tema tutto italiano, della compatibilità urbanistica e funzionale dei vecchi centri e le nuove espansioni. 

Si tratta di un tema più fine e meno immediato, che non può essere affrontato solo dal punto di vista della pianificazione urbana. Riprendendo ancora una volta Cino Zucchi, «la vita contemporanea cerca forme di adattamento e simbiosi con strutture urbane e figure architettoniche a noi care, ma che non sono più sostenute dalle strutture sociali che le renderebbero davvero vive. Chiese senza fedeli, saracinesche chiuse, cartelli “Vendesi”, antenne paraboliche, auto che cercano di parcheggiare ovunque caratterizzano la realtà difficile dei nuclei storici italiani di media grandezza; mentre ai loro piedi si è formata una città “funzionale” ma priva di forma, che serve bene al suo scopo ma che non appare dotata di alcun valore architettonico né sentimentale».
 
La ricostruzione permette di unire questi aspetti in un contesto unico: la città consolidata, unendo le peculiarità della nuova progettazione con gli eventi migliori dell’architettura storica. Conservare le cicatrici sugli edifici danneggiati è un’imperativo affinché la storia continui a fluire e non si blocchi. Una visione che affonda le radici nella filosofia giapponese, ma che consente di proiettarsi verso un futuro certamente più sicuro.

Si tratta certamente di un’operazione complessa, che prende in esame ogni singolo edificio e ogni singola parte di esso per scegliere la migliore soluzione. Un’operazione lunga ma che ci viene richiesta dalla storia di quei luoghi, dagli abitanti che non vogliono abbandonare la loro terra. Un’operazione di rammendo che, unica nel suo genere, consente di confermare o ridefinire interi ‘brani’ di città su cui sarebbe invece impossibile agire. Tema linguistico e funzionale allo stesso tempo. Si tratta di iniziare a scrivere una pagina del futuro architettonico delle nostre città, con la responsabilità di determinarne il volto. Un volto che può assumere i connotati opprimenti delle tanto criticate periferie oppure quello più sincero ed accogliente della buona architettura. 

Spesso si parla di degrado umano identificando i luoghi della criminalità con porzioni di città, e osservando questi spazi ci si può accorgere che l’architettura “parla” il linguaggio del degrado. 

Questa è la responsabilità civile dell’architetto davanti al mondo. Una sensibilità progettuale che sa riconoscere la tradizione ed unirla alla migliore contemporaneità. Afferma Paul Valéry: «Si dimenticava che una tradizione esiste unicamente per essere inconscia e che non sopporta di essere interrotta. Una continuità impercettibile è la sua essenza. ‘Riprendere, rinnovare una tradizione’ è espressione falsa». 

Non riprendere la tradizione ma riconoscere la tradizione, il linguaggio, l’espressione. Per questo motivo questa operazione non può essere condotta da una persona sola, ma da una collettività che include coloro che vivono questi luoghi in nome di un rispetto morale e linguistico.

Il rischio di distruggere un patrimonio immenso in nome dell’antisismica è troppo grande per essere affrontato solo economicamente. Le città italiane hanno bisogno di essere affrontate come fossero un progetto nuovo, considerando gli aspetti economici e funzionali assieme a quelli sentimentali che determinano la società. 

Tornando a Zucchi: «la “Città di Pietra” non è la “Città di Uomini”, come la scodella non è la zuppa. Ma la prima contiene e dà forma alla seconda, e quindi svolge un ruolo fondamentale di identità sociale»

Le città, soprattutto quelle ferite, hanno bisogno di più architettura e meno urbanistica: più concretezza e meno slogan, nella consapevolezza che i grandi piani di recupero e ridisegno spesso affondano nell’oceano delle buone intenzioni che li hanno generati. 

Lavorando su ogni brandello urbano come se fosse la città intera e sulla città come se fosse un solo edificio. L’occasione che si è creata con la tragedia può far si che il futuro delle nostre città sia migliore sotto ogni aspetto. 
(Foto dal sito web del Dipartimento della Protezione Civile - Presidenza del Consiglio dei Ministri)


MATTEO PIACENTINI

Nasce nel 1992, vive a Cremona. Dopo il Liceo artistico, durante un viaggio a Berlino, decide di iscriversi alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. E’ appassionato di musica e letteratura

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