MEDIO ORIENTE | 07 Aprile 2017

La guerra in Siria e il consenso social

I bombardamenti ordinati da Trump in Siria hanno messo d'accordo tutti, e fatto dimenticare l'odio per il magnate americano. Un consenso generato da uno stordimento generale del mondo

di COSTANTINO LEONI

L’attacco missilistico targato Trump avvenuto questa notte in Siria sembra, al momento, non aver causato troppi danni materiali alla base aerea di al-Shayrat, nel governatorato di Homs: su 50 missili lanciati dalla marina americana, solo una ventina pare abbiano centrato il bersaglio. I missili Tomahawk hanno invece colpito in pieno e fatto pericolosamente vacillare il già fragile equilibrio di alleanze che si era venuto a creare in Siria. Il presidente americano ha dichiarato che il lancio di missili altro non è se non una risposta chiara e netta all’utilizzo del gas da parte di Assad sui civili di Khan Shaykun martedì scorso. Una vera e propria prova di forza messa in atto dalla dirigenza statunitense per far sentire al mondo che “the U.S. is back” dopo anni di insuccessi e trame nell’ombra targati Obama.

Una giravolta che non desta troppo stupore se si è seguito attentamente quello che è accaduto in un brevissimo arco temporale. Cerchiamo allora di fare un po’ di chiarezza: che fino a pochi giorni fa il Segretario di Stato Tillerson dichiarava che ormai la destituzione di Assad non era più una “priorità” per gli Stati Uniti. Evidentemente per molti di coloro che occupano posti di rilievo nella politica (e non solo) a stelle e strisce la priorità è rimasta la stessa. Passano infatti pochi giorni ed ecco arrivare la notizia, rilanciata dalla cassa di risonanza mediatica, della strage avvenuta in Siria. La stampa e le cancellerie occidentali individuano nel presidente siriano il colpevole di questa nefandezza con una velocità che dovrebbe lasciare quantomeno perplessi. Evidentemente le masse, inebetite dall’orrore, più o meno coscienziosamente si schierano dalla parte del bene. Mentre il mondo si indigna per le orrende immagini dei bambini morti a Idlib, ripostate e condivise su tutti i social network, ecco che in seno all’amministrazione Trump avviene il cambio di rotta. Dal Consiglio di Sicurezza Nazionale esce Stephen Bannon (alfiere delle teorie isolazioniste che hanno fatto volare Trump nella corsa alla Casa Bianca) e al suo posto viene nominato il generale McMaster già a suo tempo implicato nella disastrosa gestione americana dell’Iraq e dell’Afghanistan, ma a quanto pare appoggiato da quel “Deep State”, quella “burocrazia profonda” con cui Bannon ha tentato con scarsi successi di fare a pugni. Non passano nemmeno ventiquattro ore che sul tavolo dello studio ovale vengono presentati al presidente i diversi piani per un attacco diretto alla Siria. Qui avviene l’unico dato positivo dell’intera vicenda: messo probabilmente alle strette dall’intero establishment americano, Trump sceglie la linea più “soft”, cioè attaccare una base aerea siriana comunicandolo per tempo ai russi in modo da evitare numerose perdite e un’escalation. Avesse optato per un piano d’attacco più consistente e improvviso ci troveremmo a commentare situazioni ben più catastrofiche.

Se non altro l’azzardo americano, oltre a rimarcare l’evidente inutilità dell’ONU (la Siria è un paese membro, ma nessuno sembra farci caso) ha finalmente svelato quali sono i veri alleati degli americani. È bastato leggere le dichiarazioni che si sono susseguite dalle prime ore del giorno fino ad oggi.

Esulta Israele con un Netanyahu che invoca giustizia per i poveri bimbi siriani consapevole della scarsissima memoria dell’Occidente dimentico dei 1.462 civili uccisi (dati ONU) a Gaza nel 2014 durante l’operazione Margine di Protezione. Esultano i sauditi, principali clienti dell’industria bellica americana, che nel frattempo stanno facendo strage del popolo Yemenita ormai ridotto alla fame, nel più assordante silenzio di tutta la stampa “allineata”. Esulta Erdogan, il sultano Erdogan. Gongola persino Hillary Clinton che pare essersi improvvisamente dimenticata del sessismo di Trump. Su Twitter arrivano anche i complimenti di Al-Qaeda e Stato Islamico che plaudono al bombardamento statunitense e “casualmente” lanciano una massiccia offensiva congiunta proprio in quel governatorato di Homs appena colpito dai missili USA. In questo teatrino degli orrori l’Europa acconsente cinicamente allo scempio del diritto di cui lei stessa è culla (o dovrebbe esserlo) in nome di un giustizialismo cieco e quelli che fino a ieri ridicolizzavano Trump per il suo parrucchino oggi definiscono “giusta” questa palese violazione delle leggi.

E poi ci siamo noi, noi semplici cittadini immersi in questo gioco troppo grande di asfissianti ipocrisie. Bombardati di immagini mortifere che colpiscono soltanto il nostro sterile sentimento mentre la ragione, lo spirito critico e la memoria storica vengono lasciati a marcire in qualche angolo dimenticato. Nel 2003 all’assemblea delle Nazioni Unite, Colin Powell mostrò al mondo la famosa fialetta contenente le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. A tredici anni dall’invasione americana dell’Iraq, dopo milioni di morti, sappiamo che quella fialetta non conteneva alcun gas mortale e che le famose armi di distruzione di massa non erano mai esistite. Oggi con la Siria la storia si ripete, identica, nello stordimento generale del mondo. Senza alcuna prova certa, manipolando immagini e informazioni di dubbia provenienza si dichiara che è giusto bombardare un paese dalla storia millenaria il cui governo (pur dittatoriale) dal 2011 combatte, anche per noi, una guerra senguinosa contro il terrorismo islamista.

Anche per questo noi siamo responsabili di quello che sta avvenendo e che, Dio non voglia, avverrà. Nei paesi “democratici” le guerre si fanno se si ha il consenso popolare, e il consenso popolare oggi è misurato in base alla quantità di “mi piace” e di condivisioni su Facebook. Si mistifica la realtà sensazzionalizzando l’istante, affrettandosi ad additare qualcuno senza curarsi o desiderare di conoscere minimamente la verità; da sempre l’unica vera vittima di questo mondo che cambia senza mai cambiare davvero.


COSTANTINO LEONI

Nato nel 1990, si laurea in Lettere all'Università degli Studi di Milano con una tesi sulle Confraternite Islamiche in India. Frequenta il corso Magistrale di Scienze Storiche e Orientalistiche all'Univeristà di Bologna

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