DOPO IL REFERENDUM | 08 Dicembre 2016

La Lombardia è ancora più forte

Lo schiaffo al governo Renzi da 3 milioni di lombardi, l'amministrazione regionale virtuosa difesa con forza nella campagna per il no, la solidità del centrodestra: ecco perché oggi è ancora più urgente che la politica riparta dal ‘modello Lombardia’

di LUCA PIACENTINI

In termini assoluti il maggiore numero di elettori per il «no» ha votato in Lombardia: 3.058.091 (il 55,49%) contro i 2.452.055 (44,51%) a favore del «sì». Una quota enorme. Osservando il paese su scala regionale, quello lombardo è stato infatti il contributo relativamente più consistente alla bocciatura nazionale della riforma costituzionale, oltre il 16% degli oltre 19 milioni di voti totali. 

Azzardando una metafora potremmo dire che lo schiaffo più forte al disegno di legge Renzi-Boschi, e all’esecutivo sulla via del tramonto, è arrivato proprio da qui, dalla regione Lombardia. 

Qual è l’identikit dell’elettore lombardo che ha votato contro la riforma e, quindi, volente o nolente anche contro il premier? Sono giovani o adulti? Di destra o di sinistra? Ci sarà tempo per scoprirlo. La analisi sono in corso, i principali istituti demoscopici e i politologi sono al lavoro per delineare un quadro il più possibile chiaro ed esaustivo. Ma se la curiosità intellettuale può aspettare, il paese non può. Il tempo che manca è quello del cambiamento. 

Abbiamo perso tre anni. E non è più possibile rinviare. Mille giorni di ritardi bastano e avanzano. Ora si faccia quel che serve: legge elettorale, alleanze, scelta dei leader, e si consegnino definitivamente ai cittadini le chiavi del parlamento e del governo. Dove finalmente, dopo tre governi calati dall’alto, dovrà sedere un premier ‘eletto’. Il che non vuol dire, come lascia intendere chi gioca con le parole, che deve essere eletto direttamente dal popolo. Anche i sassi sanno che ci troviamo in un sistema parlamentare e che, secondo la Costituzione, è il capo dello stato a nominare il presidente del Consiglio. 

Per gli analfabeti della prassi politica (e per coloro che sottolineano l’importanza della legittimazione popolare solo quando fa comodo), specifichiamo che ‘premier eletto’ significa capo dell’esecutivo con legittimazione popolare: che abbia cioè affrontato la campagna elettorale, abbia raccolto il consenso come leader indicato dal partito o dai partiti che lo sostengono nella battaglia che conduce alle urne e che, visto l’accordo dello schieramento vincitore su di lui confermato anche dopo le elezioni, è prassi venga nominato presidente del Consiglio dal presidente della Repubblica.

Fatta questa noiosa ma doverosa precisazione, torniamo alla Lombardia per sottolineare quattro aspetti sul piano elettorale, amministrativo, partitico ed economico. 

Del primo si è detto: il bacino elettorale della regione ha bocciato clamorosamente l’inquilino di Palazzo Chigi e, anche se in altre regioni la percentuale del «no» è stata superiore, non lo è stata in termini di voti assoluti.  

Secondo: sul piano amministrativo l’ente regionale con base a Milano era quello più a rischio, e con esso, per i servizi che sarebbero stati a repentaglio, anche le tasche e i benefici ai cittadini. 

Non perché la Giunta Maroni (che anzi ha dimostrato di essere ultra solida) sarebbe stata politicamente in pericolo, ma in quanto il possibile (e prevedibile) livellamento al ribasso provocato dall’esercizio della sciagurata clausola di supremazia invocabile dal governo secondo la Costituzione emendata dall’eventuale vittoria del «sì» avrebbe eliminato primati ed eccellenze. Conti in ordine nella sanità (e non solo), efficienza nei pagamenti della Pa, rating più alto dello stato centrale, modello virtuoso nelle politiche della formazione, del mercato del lavoro e della scuola. L’elenco potrebbe continuare. 

Il pericolo è scampato: oggi nessun ‘pasticcio costituzionale’ minaccia più quanto di buono il centrodestra ha costruito in oltre vent’anni partendo da una parola chiave: sussidiarietà. Ispirandosi cioè a quel che di meglio esprime la società. 

E qui veniamo al terzo punto: il tessuto economico. Il pil della Lombardia è il primo d’Italia e il secondo d’Europa (guardando alle regioni). Qui operano alcune delle più importanti aziende del paese, prendono forza i settori economici più produttivi, il territorio esprime una cultura imprenditoriale, quella delle Pmi, che è la forza e il modello virtuoso dell’eccellente manifattura italiana. 

E se è qui che l’Italia a metà degli anni Novanta ha visto la rinascita della politica dalle macerie della Prima Repubblica grazie al progetto liberale di Silvio Berlusconi, è perché quel progetto politico si ispirava proprio ai migliori elementi del tessuto socio-economico lombardo e, tentando di rispondere alle istanze che rappresentava, formulava una proposta che avrebbe potuto cambiare il volto del paese. Con il valore aggiunto - è il quarto aspetto da rilevare nella nostra breve analisi - di un sistema di alleanze rodato e solido, che ha visto e vede un centrodestra compatto, laddove in altre parti del paese è invece purtroppo sfilacciato. 

Il giusto orientamento elettorale, le alleanze solide tra i partiti, il modello amministrativo virtuoso che guarda ad una società da cui chi governa ha soltanto da imparare: ecco alcune delle ragioni per cui, dopo il referendum, per la classe politica italiana è ancora più urgente ripartire dal ‘modello Lombardia’. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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