RENZI IN AFFANNO | 09 Giugno 2016

La macchina comunicativa ora scricchiola

Segni di debolezza nella comunicazione del premier Renzi, che di fronte alla flessione di consensi reagisce in maniera stizzita. «Se anche perdiamo non mi dimetto», dice; ma così facendo trasmette solo l'idea di attaccamento alla poltrona

di ROSSANO SALINI

Per chi ha puntato buona parte della propria credibilità politica su una comunicazione fresca e agile, certamente – e meritoriamente – sgranchendo un linguaggio della politica che era ormai divenuto da tempo ingessato e stanco anche in un innovatore come Berlusconi, uscirsene ora con l'affermazione «se anche perdiamo non mi dimetto» costituisce un'incredibile autorete che stupisce, e dovrebbe allarmare i suoi sostenitori.

Eppure queste sono le parole che il presidente del consiglio, e segretario del Pd, Matteo Renzi va pronunciando in questo limbo elettorale che ci sta traghettando verso i ballottaggi del 19 giugno. L'affermazione in questione, dispiace dirlo per i professionisti che gestiscono la comunicazione del premier, è quanto di più accostabile, nell'immaginario collettivo, al concetto di «attaccamento alla poltrona». Come dire: non mi interessa di quel che dicono gli elettori, io sto qui, sul seggio di presidente del consiglio, e continuerò a starci bene.

Si tratta, in fondo, di un segno di debolezza. Debolezza che, per altro, ha iniziato a manifestarsi ben prima dell'appuntamento del 5 giugno. Matteo Renzi si è avvicinato alle amministrative con l'affanno di comunicare a tutti che l'imminente tornata elettorale non avrebbe avuto alcun significato politico, e che tutte le considerazioni sul futuro del governo e sue vanno spostate al dopo-referendum di ottobre. Interpretazione del tutto arbitraria, e assai poco convincente. Le elezioni amministrative hanno sempre un significato anche politico; e questo riguarda a maggior ragione le sorti di un governo non eletto. Si veda, a titolo di esempio, quanto in passato accadde al governo D'Alema.

Il problema, par di capire, è che Renzi è in affanno perché non è pronto alla sconfitta, o quanto meno ad affrontare le difficoltà o la flessione sul versante dei consensi. Ha costruito tutta la sua strategia politica e comunicativa in maniera arrembante, infondendo fiducia ed entusiasmo intorno alla prospettiva di un vittorioso cambiamento da porre in atto, e sfruttando al massimo la gloria dell'affermazione politica tramite il consenso, come accaduto con lo strepitoso risultato ottenuto dal Pd in occasione delle elezioni europee del 2014.

Ma per diventare, da vittorioso, vincente bisogna fare un passaggio difficile e assai poco gratificante, che è quello di saper in determinate circostanze accettare la sconfitta, la difficoltà, la non vittoria. Insomma, il pantano in cui un combattente sempre, prima o poi, deve imbattersi. Renzi, dopo essere miracolosamente risorto dalla sconfitta alle prime primarie del Pd grazie all'incredibile serie di errori compiuti da Bersani nel 2013, pare ora essersi abituato alla favola bella della vittoria, dell'ascesa rapida e galoppante, del trionfo, del bagno di folla tra sorrisi e selfie. E questo porta con sé un attaccamento al potere che può col tempo diventare assai pericoloso per il non più fresco e spumeggiante prodigio fiorentino.

Ecco allora che la svolta, o, sarebbe meglio dire, la regressione comunicativa a cui stiamo assistendo in queste ultime settimane è segno di una crisi forse più profonda; una crisi da cui certamente il premier può risalire, ma di cui deve prendere consapevolezza al più presto. L'effetto della frase un po' stizzita «se anche perdiamo non mi dimetto» è esattamente quello della riproduzione delle dinamiche che Renzi voleva abbattere al tempo della roboante rottamazione. È l'emblema dell'auto-giustificazione di coloro che non si schiodano.

Chi sta dietro alla fino ad oggi straordinaria macchina comunicativa di Renzi, in primis il ben noto e bravissimo Filippo Sensi, farebbe bene a frenare l'irruenza e l'agitazione del premier, ricordandogli che non sempre bisogna puntare al massimo sull'acceleratore della comunicazione. Quando c'è una curva bisogna saper rallentare; e a volte, per fare buona comunicazione, bisogna comunicare meno, prendersi qualche pausa di silenzio, diventare per così dire un po' più istituzionali, rutinari, senza ansie da prestazione. Non fare come i grillini, per cui siamo sempre lì lì dall'assistere al grande evento rivoluzionario, alla vigilia di una salvazione politica e morale della nazione, col sorriso da veggente di Medjugorje della Raggi felice di annunciarci che «il vento sta cambiando, signori, il vento sta cambiando».

Una flessione nei consensi non è un inciampo sulla via del trionfo; è un normale evento che fa parte della vita di tutti i politici. Renzi si calmi, scenda tra i comuni mortali, e si accontenti di vivere le difficoltà in modo dignitoso.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.