LA FINANZIARIA DI RENZI | 22 Ottobre 2015

La manovra tra emulazioni destrorse e debito fuori controllo

La finanziaria di Renzi. Una grossolana imitazione delle manovre del centrodestra insieme a una irresponsabile rivisitazione delle politiche di sinistra attentissime a non ridurre di un centesimo il debito pubblico

di ROBERTO BETTINELLI

Come Renzi non è cauto con le parole, così non è lo è quando passa alla sfera dei numeri. Lo dimostra la sua finanziaria che, nonostante la reputazione di buon padre di famiglia alla quale il premier tiene particolarmente, è tutta o quasi in deficit. Non ha, cioè, le coperture necessarie. Il che vuol dire, sostanzialmente, che nel mettere mano alla borsa il segretario del Pd non si discosta granché dai governanti del pentapartito della prima Repubblica. E’ solo capace di aumentare il debito, vero tallone di Achille di un Paese che ha perso da decenni la capacità di investire e di progettare il futuro proprio perché condannato a pagare interessi astronomici. 

 

 

A fronte di un ‘buco’ che si attesta intorno ai 2 miliardi e 200 milioni di euro, pari al 132% del Pil, gli interessi sono pari a 100 miliardi. Una cifra alla quale si è giunti dopo un’escalation continua. Basti pensare che nel 2011 erano 89 i miliardi destinati al pagamento degli interessi passivi. Una marea di soldi che viene sottratta, nel bilancio dello Stato, a voci di spesa ben più utili come la ricerca, le infrastrutture, l’istruzione, la riqualificazione professionale e il welfare. 

 

 

La finanziaria di Renzi vale dai 27 ai 30 miliardi. La differenza la dice lunga sulla precisione con la quale è stata approntata. Una cifra che può oscillare generosamente a causa della ‘clausola immigrati’ ossia il bonus da tre miliardi che il premier spera di ottenere dall’Europa. Un punto, questo, forse tra i più oscuri dal momento che nel corso dell’anno non è sfuggito il lassismo del governo davanti agli sbarchi e ai flussi migratori. Un comportamento per nulla affine a quello dimostrato da altre nazioni europee molto più dure e insistenti nel pretendere dalle istituzioni comunitarie politiche più restrittive. Renzi ha visibilmente rinunciato a condurre una battaglia frontale quando avrebbe avuto tutte le possibilità per farlo. Non rinuncia, invece, a tentare di fare cassa dopo aver spalancato le porte ai migranti per reperire risorse aggiuntive alla manovra. 

 

 

La ‘clausola immigrati’ è una concessione che si aggiunge agli oltre 15 miliardi di euro garantiti dalla flessibilità. Una misura, anche questa, resa possibile da un allentamento del patto di stabilità dell’Unione Europea. Renzi, e veniamo al dunque, sta chiedendo a Bruxelles la possibilità di indebitarsi ulteriormente raggiungendo quota 2,4% nel rapporto deficit-Pil. Una stima di gran lunga superiore a quella che l’Italia si era impegnata a garantire. Ossia poco più della metà. 

 

Il taglio dell’Ires e della Tasi rimandano la mente ai governi Berlusconi come pure l’aumento del tetto dei contanti fino a 3mila euro. Ma la diminuzione della tassa sul profitto delle imprese partirà solo dal 2017 e in una misura inferiore rispetto alle aspettative degli imprenditori che oggi più che mai hanno bisogno di liberrae risorse. Positivo l’estendersi degli ammortamenti per le imprese che investono in macchinari anche se non è nulla di paragonabile alle leggi Tremonti. Un provvedimento che però è stato subito bilanciato da un taglio della contribuzione per chi assume dipendenti a tempo indeterminato. Misura che indebolisce ulteriormente gli effetti del Jobs Act che finora si sono rivelati tutt’altro che un toccasana per un mercato del lavoro che resta fra i più asfittici del vecchio continente. 

 

Altri punti deboli sono la riduzione di tre euro sul canone Rai che però sarà inserito in bolletta e la vistosa contrazione della spending review, ridotta a meno del 50% delle sue potenzialità, che inizialmente doveva garantire ben 12 miliardi di euro. Una battuta d’arresto che ha portato alle recenti dimissioni dell’esperto della Bocconi che aveva sostituito Cottarelli, Roberto Perotti. Se ne è andato sbattendo la porta da Palazzo Chigi per una evidente tensione con il premier. In molti si sono chiesti il perché. Ora che Renzi ha svelato i numeri della sua finanziaria si è scoperto il motivo. Dei programmi di riduzione della spesa pubblica resta poco o nulla. E se qualcosa è stato tagliato a rimetterci sono stati sistematicamente gli enti locali. Lo stesso vale per la flessibilità in uscita delle pensioni. Per fortuna, dopo le aperture di credito iniziali, il governo ha fatto dietro front. 

 

In merito alle entrate, oltre all’aumento del deficit, la strategia di Renzi è tutta affidata all’ingrossarsi del fenomeno del gioco d’azzardo, circa un miliardo fra tasse e nuove gare, il ritorno dei capitali dall’estero con la voluntary resource, 600 milioni dalla cancellazione delle Province che sono tutt’ora vive e vegete e un surplus delle entrate dovuta alle stime della crescita economica. 

 

Stringi stringi la finanziaria di Renzi è tutta qui. Una grossolana imitazione delle manovre del centrodestra dei tempi migliori insieme a una irresponsabile rivisitazione delle politiche di sinistra attentissime a non operare alcun ridimensionamento del debito pubblico. 

 

L’ex sindaco di Firenze non è parco a parole come non lo è a cifre. Ma un conto è esagerare nel primo campo. Al massimo si risulta pletorici, logorroici e nel peggiore dei casi noiosi. Esagerare nel secondo significa scherzare col fuoco. O, per essere più precisi, significa prendere in giro i cittadini dal momento che non si può mendicare ogni anno più flessibilità.


Lo slogan scelto per la finanziaria è 'l'Italia con segno più'. Se c'è qualcosa che aumenta, lo abbiamo detto, è il debito pubblico. Renzi comporta come la stragrande maggioranza dei politicanti che hanno conosciuto gli italiani. Bada innanzitutto al suo presente. Del futuro di tutti gli altri chi se ne frega. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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