CHI CI GUADAGNA | 15 Ottobre 2018

La manovra premia statali e pensionati

La manovra punta soprattutto su statali e pensionati. C'è poco o nulla per i giovani e mentre alle partite Iva rimangono le briciole. Di Maio e l'utopia dei tre assunti per ogni lavoratore che lascia. La Lega si faccia valere

di ROBERTO BETTINELLI

Sui 5 Stelle c’erano ben poche speranze. Il mito della ‘crescita lenta’ di Beppe Grillo, un unicum all’interno dell’economia globalizzata dopo i Paesi competono per salvaguardare i livelli di ricchezza e di occupazione, si era già affacciato in campagna elettorale. Alla pari del reddito di cittadinanza fatto apposta per catturare consensi nel sud più arretrato, anti-industriale e neoassistenzialista. Ma dopo la nascita del governo gialloverde ci si aspettava dalla Lega di Salvini una maggiore convinzione, e una maggiore capacità, nell’ostacolare gli eccessi pentastellati. Sarà che Di Maio ha più voti in parlamento ma sta di fatto che l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte ha partorito una manovra economica che va a tutto vantaggio degli statali e dei pensionati. Due categorie che non rispecchiano le prerogative del nord produttivo, specchio di quell’Italia che nonostante la crisi più lunga del dopoguerra ha saputo tutelare il primato manifatturiero della nostra economia. Un primato che, in Europa, è battuto solo dalla corazzata tedesca e che la Lega in quanto partito deputato a svolgere la funzione di sindacato del nord, avrebbe la missione di proteggere. 

La misura denominata ‘quota 100’, che vuole attuare il superamento della legge Fornero, cuba 7 miliardi. Si tratta di un provvedimento che ha provocato severe critiche da parte del presidente dell’Inps Tito Boeri dal momento che produrrà negli anni un aggravio di spesa per 100 miliardi e premierà prevalentemente gli statali. Sugli oltre 300mila lavoratori che hanno diritto a beneficiare della ‘quota 100’, infatti, più di un terzo è rappresentato da dipendenti pubblici. Peraltro le stime ottimistiche di Di Maio, in base alle quali il turnover vedrà tre assunzioni su ogni pensionato, appare fin troppo irrealistico. 

Anche il reddito di cittadinanza, con il miliardo investito per potenziare i centri per l’impiego, è a favore di coloro che appartengono alla categoria dei dipendenti pubblici. E’ qui, infatti, che si farà un piano esteso di assunzioni per cercare di rendere efficienti gli uffici che oggi galleggiano in uno stato larvale e che, soprattutto al sud, non riescono a raggiungere l’obbiettivo per cui sono stati ideati. Ma in tutto il reddito di cittadinanza raccoglie risorse per ben 10 miliardi di euro e, davanti alle numerose obiezioni, il premier Conte ha dichiarato che sarà differenziata geograficamente. I famosi 780 euro, dunque, potrebbero ingrossarsi o diminuire a seconda del luogo di residenza. Un elemento che aggiunge ulteriore incertezza. A dimostrazione del fatto che la partita è tutta aperta come si evince dal nodo cruciale delle coperture: le oscillazioni sui pronostici di incasso dovuti alle pensioni d'oro, per esempio, secondo Di Maio valgono un miliardo di euro mentre secondo l'Inps non si va oltre i 150 milioni. 

Avvantaggiare statali e pensionati. Questo sembra essere l’esito della manovra imposta dai 5 Stelle e che sta mettendo in difficoltà la Lega. D'altronde le contestazioni sollevate contro il decreto dignità da parte degli imprenditori veneti, un target da sempre fedele al Carroccio, è un segnale d'insoddisfazione che non va trascurato.

La manovra fa poco o nulla per le giovani generazioni, per le imprese e per i professionisti considerato che la flat tax vale solo due miliardi su un totale di 37, di cui 22 discendenti dal maggior deficit e 15 da maggiori entrate o tagli di spesa. E tutto questo mentre le stime di crescita del Pil italiano per il prossimo anno sono riviste al ribasso dal Fondo monetario internazionale. La sola certezza, finora, è l’erosione dei risparmi degli italiani provocati dall’impennata dello spread che ormai staziona a quota 300 e dalla caduta dei titoli in borsa. Conseguenze peraltro evitabili se i rappresentanti dell’esecutivo, invece di proseguire nelle prove muscolari sul fronte comunicativo, decidessero di abbassare i toni e far parlare i numeri una buona volta. Sempre che sia possibile.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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