TERRORISMO | 22 Dicembre 2016

La minaccia jihadista e le falle nel sistema

Dalle procedure di espulsione alla mancata sorveglianza. Gli ingranaggi inceppati nel sistema di prevenzione occidentale e la necessità di una maggiore collaborazione tra i servizi di intelligence del Vecchio continente

di LUCA PIACENTINI

Serve una maggiore condivisione delle informazioni. Più collaborazione tra i servizi di intelligence del Vecchio continente. Sono queste le sollecitazioni più diffuse tra commentatori internazionali ed analisti nelle ore successive all’attacco di Berlino. 

Solo così, è la riflessione, si potrà fronteggiare in modo efficace la minaccia del terrorismo jihadista, che gli attentati sulla propende di Nizza prima e alla capitale tedesca poi, per citare solo i più recenti, dimostrano essere ancora presente, insidiosa e sfuggente, talvolta difficilmente prevedibile, in altri casi invece con segnali meno equivoci.

Certo, a volte si ha l'impressione che questi attacchi siano quasi il colpo di coda dell'Isis in declino, una bestia ferita mortalmente nei suoi gangli vitali - le roccaforti dell'Iraq e del Medioriente espugnate dalla coalizione internazionale - una sorta di tentativo estremo di mostrare i muscoli laddove ormai si è definitivamente indeboliti. 

Purtroppo non è così. Daesh conta decine di gruppi islamisti affiliati in diverse parti del globo, piene di emuli fanatici pronti a trasformarsi in carnefici. Quella di pensare ad una vittoria facile è una tentazione dalla quale dobbiamo rifuggire. 

Stiamo conducendo una vera e propria guerra, che sarà lunga e difficile. E non potrà essere combattuta con efficacia se non si individuano, allo scopo di chiuderle, tutte le falle nel sistema giuridico e di sicurezza che hanno consentito al presunto attentatore - se dovesse essere confermato che si tratta del tunisino ricercato in queste ore - prima di restare sul suolo europeo e di radicalizzarsi frequentando un predicatore iracheno legato all’Isis, poi di sottrarsi ai controlli - nonostante fosse inserito dai servizi tedeschi tra le persone a rischio, da sorvegliare 24 ore su 24 - svanendo poi nel nulla, fino al momento di riapparire per impadronirsi di un camion polacco e lanciarsi follemente sul mercatino berlinese di Natale. 

Le cronache scrivono che il centro tedesco antiterrorismo aveva esaminato il caso del tunisino nel novembre scorso. Era un soggetto noto, si dice, sul quale si era deciso di puntare i riflettori della prevenzione in modo continuo. Evidentemente qualcosa è andato storto. Si parla di problemi legati alla mancanza di documenti, che avrebbero impedito già in passato il rimpatrio del soggetto. 

Cosa non ha funzionato? Quali sono stati gli anelli deboli della catena di controllo? Dove si annidano ambiguità e disfunzioni nella legislazione e nelle procedure che hanno consentito a questo immigrato ricercato di restare in circolazione in Europa a piede libero, nonostante la presenza di numerosi indizi sulla sua pericolosità? Come bilanciare le esigenze di sicurezza con quelle del rispetto della privacy?

Non basta l'autocritica. Come sempre avviene dopo gli attentati terroristici - ricordiamo le innumerevoli polemiche scatenate dagli attacchi di Bruxelles - occorre alzare il livello di guardia e operare una pronta riorganizzazione di tutte le risorse, in chiave preventiva e repressiva. 

Per farlo il primo passo è che i leader dei paesi occidentali siano consapevoli della necessità di attrezzarsi non solo in termini culturali ma anche pratici e logistici, per fronteggiare una minaccia con cui dovremo convivere ancora per molto tempo.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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