ETICA PUBBLICA | 17 Maggio 2016

La morale vuota e ostentata dell'antipolitica

Per vincere le elezioni a Roma Grillo e Di Maio sono disposti a tutto. Il loro moralismo inquina la battaglia dell’onestà con l’opportunismo della peggiore politica e indebolisce la democrazia sottomettendo il giudizio del popolo al potere giudiziario

di ROBERTO BETTINELLI

Nei movimenti che si ispirano all’antipolitica la ‘battaglia dell’onestà’ è al primo punto del programma. Lo è per i seguaci di Grillo che sono alle prese con l’ennesimo repulisti dopo la sospensione del sindaco di Parma Pizzarotti, accusato di aver ricevuto un paio di avvisi di garanzia che non avrebbe comunicato al temuto direttorio nazionale. Lo è per il Pd di Renzi che, ai tempi in cui si presentava come un novello Savonarola inneggiando alla implacabile e immediata rottamazione dell’intero sistema partitico, utilizzava quotidianamente la tesi della corruzione indiscriminata per garantirsi una spedita ascesa alla vetta del potere. 

Che i protagonisti della scena politica siano inadeguati, deprimenti, poco raccomandabili sul fronte dell’onestà e della trasparenza, è evidente a tutti. Soprattutto ai cittadini che devono continuamente accettare i soprusi e l’onta di chi, dietro il privilegio dell’elezione, arraffa, ruba e spreca i soldi pubblici. 

Il fenomeno è tale che Renzi, il cui partito è stato travolto dalle inchieste e dagli scandali, non ha potuto fare altro che ammettere l’esistenza di una ‘questione morale’. L’ha fatto con la paraculaggine che gli si addice, scegliendo un eufemismo che contrasta con il numero degli amministratori del Pd finiti sotto indagine e con la gravità dei fatti contestati. Ma il solo fatto di riconoscere il problema da parte di un premier non eletto e ormai abituato a respingere le contestazioni con l’arroganza tipica dell'istituzione protetta dalla quasi totalità del mondo dell’informazione, significa che il problema non solo c’è ma è davvero enorme. 

Allo stesso modo Grillo e il suo movimento, da quando si sono imposti all’attenzione del Paese, non hanno mai smesso di cavalcare l’indignazione generale facendo sistematicamente ricorso alle sospensioni e alle espulsione ordinate da un direttorio ristretto, senza controllo, simile ad una oligarchia tanto esigua nei numeri quanto capace di esercitare un potere di vita e di morte sugli iscritti.

In merito all’allontanamento di Pizzarotti, il candidato pentastellato alle prossime elezioni politiche Luigi Di Maio si è limitato a dire che «Grillo è il garante». Una frase lapidaria che non ammette repliche e che conferma l’impostazione verticistica del movimento. A testimonianza dell'impossibilità di dare seguito alla promessa di restaurare nel processo decisionale dei partiti la democrazia, la partecipazione, la responsabilità dei capi e la corresponsabilità dei militanti.

Espellere il sindaco di Parma e farlo decadere dal suo ruolo elettivo solo perché ha ricevuto un avviso di garanzia a causa di alcune nomine del Teatro Regio, è tutto tranne che un esempio di etica pubblica. E’ antipolitica bella e buona, condotta sulla base delle tendenze più viscerali ed emotive dell’opinione pubblica. E’ lisciare il pelo al giustizialismo che è il primo, grande nemico della democrazia dal momento che è figlio del pregiudizio, del sospetto, del settarismo e del non rispetto delle libertà fondamentali. A partire da quella che impone il diritto sacrosanto di potersi difendere davanti alle accuse. Qualsiasi esse siano. 

A ciò si aggiunge che il regime democratico, per definizione, si regge sul bilanciamento dei poteri. Uno dei quali, il giudiziario, non può sottomettere gli altri. I magistrati non sono infallibili né sono così distanti dai metodi e dalle finalità della lotta politica. Leggerne l’operato come il segnale di una superiorità morale conquistata in via definitiva e pregiudiziale, facendone i censori della vita pubblica, significa prendere un grande abbaglio. 

Il moralismo è la depravazione dell’etica. Una deflagrazione del senso di giustizia che si afferma quando la battaglia dell’onestà è inquinata dall'opportunismo e dalla faziosità della battaglia politica. Un contesto in cui, per essere chiari, tirare la volata alla Raggi nelle comunali di Roma è più importante di qualsiasi altra cosa. Perfino del giudizio degli elettori che devono assistere alla rimozione di un primo cittadino a causa di un’indagine che è ancora ben lontana dal configurare un reato e tantomeno un processo. 

Come il Renzi ‘rottamatore’, di cui poco o nulla è rimasto da quando si è insediato a Palazzo Chigi, anche i 5 Stelle peccano di moralismo e inseguono la falsa giustizia che non entra nel merito, non discerne, non accerta e non vuole comprendere ma solo dimostrare tesi di condanna. 

Una giustizia di questo tipo è del tutto simile a quella ricchezza che viene ostentata dai parvenu proprio quando è più inconsistente. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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