PENSIERO UNICO | 03 Febbraio 2016

La neolingua che copre l'identità

Un efficace strumento con cui il pensiero unico nasconde i propri obiettivi è camuffare tutto con un'unica lingua indistinta. L'uso di espressioni inglesi al posto delle italiane equivalenti (si pensi alla «stepchild adoption») ha spesso questa funzione

di GIUSEPPE ZOLA

Mille sono le strade attraverso cui il pensiero unico penetra nelle menti ed ora anche nei cuori della gente. La settimana scorsa ho assistito, in un teatro affollato, alla presentazione dell’ultimo libro di mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara, sul cammino della Chiesa nella storia, e in tale occasione il prof. Sergio Belardinelli mi ha fatto capire alcune cose. Parlando del tema dell’identità, egli ne ha lamentato la perdita sempre più crescente, portando un paradossale esempio, quando ha detto che il traduttore, per fare bene il proprio mestiere, deve conoscere la propria lingua più che quella da cui effettuare la traduzione. Cioè, deve essere più padrone della propria identità che non di quella straniera. Per intuizione analogica, mi sono venute in mente alcune considerazioni circa l’abuso che da noi si sta facendo della lingua inglese e anche di altri idiomi.

Detto abuso è sotto gli occhi e dentro le orecchie di tutti. Essendo l’inglese una lingua primitiva, effettivamente essa si presta più di altre ad espressioni semplificatrici, che stanno diventando in uso un po’ in tutto il mondo. In Italia, il primo ministro Monti ha parlato e scritto di “spending review”, quando poteva benissimo dire “revisione della spesa” o “tagli della spesa” o “risparmi”, espressioni che sarebbero state comprese più facilmente da tutti gli italiani, compresi i meno colti. Anche il presidente del consiglio Renzi ha fatto la stessa operazione, parlando di “jobs act”, quando la lingua più bella del mondo avrebbe potuto fargli dire “legge del lavoro” oppure “norme sul lavoro”, etc. Anche in questi giorni, a proposito del ddl Cirinnà, si parla di “stepchild adoption” e non più semplicemente di “adozione”, forse per nascondere la vera e propria porcata che si cela dietro quella possibilità, che peraltro non trova il consenso della maggioranza degli italiani. Si potrebbero fare infiniti esempi di un uso inutile, anche se massiccio, di parole inglesi che potrebbero senza difficoltà essere sostituite da belle parole della nostra storia e del nostro popolo. Anche per le strade commerciali, ormai si vedono più insegne in lingue straniere (compreso anche l’arabo) che non in italiano.

Cosa c’entrano queste osservazioni con il “pensiero unico”? A mio parere, c’entrano, perché la tendenza appena descritta ha come risultato quello di affievolire l’identità del nostro popolo e della nostra tradizione, rendendola più anonima e quindi più malleabile. L’abuso dell’inglese sta diventando uno strumento, più potente di quanto non sembri, per omogeneizzare e appiattire le nostre menti, che così diventano molto più facilmente permeabili ad un modo di pensare, che si fa passare come patrimonio comune dell’umanità (prima o poi l’UNESCO darà alla lingua inglese questo titolo). La via più semplice per rendere più credulone il popolo è quello di indebolire la propria identità, di cui la lingua è elemento costitutivo essenziale. Non a caso, tutti i regimi politici autoritari intervengono sull’insegnamento della lingua nelle scuole statali.

Stiamo attenti, soprattutto in Italia, a non subire il fascino di una cultura anglosassone, di cui amiamo vedere i pregi e non i difetti, che talora sono terribili, soprattutto nel campo dei

cosiddetti diritti civili. Non siamo una colonia: abbiamo dei grandi valori da difendere, una storia di cui essere fieri, una tradizione che ha fatto scuola in tutto il mondo. Se rimanessimo intelligenti e vigili, non ci sarebbe spazio per il “pensiero unico” tra di noi. E potremmo dirlo e gridarlo in italiano.


GIUSEPPE ZOLA

Giuseppe Zola svolge la professione di avvocato a Milano. E' stato vicesindaco e assessore a Palazzo Marino.

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