ANCHE OBAMA CI ‘SNOBBA’ | 09 Dicembre 2015

La (non) politica estera di Renzi e il rischio isolamento

Guerra all'Isis, Gran Bretagna e Germania aumentano l'impegno militare. E l’Italia? Dallo studio ovale Obama cita gli alleati ma non il nostro paese. L’inerzia italiana in politica estera e rischio isolamento. Dubbio: Renzi più preoccupato dai consensi?

di LUCA PIACENTINI

Suscita preoccupazione e scetticismo l’immobilismo dell'Italia all’estero nella guerra al terrore. L’interrogativo che per molti rimane senza risposte convincenti da parte del governo è il seguente: perché Francia, Germania e Inghilterra aumentano l’impegno bellico contro lo Stato islamico, mentre in Italia si canta il refrain della «cultura» e si parla dei «500 euro ai 18enni» per andare al cinema? Ci si limita a ribadire l’importanza dell’intelligence, che è indiscutibilmente cruciale ma evidentemente costituisce solo una parte della battaglia. 

RENZI: «SCUOLE E TEATRI, NON SOLO BOMBE E MISSILI»
Anche nella recente intervista rilasciata al Corriere in risposta alle accuse di inerzia fioccate un po’ da tutte le parti, il premier Renzi ribadisce che «servono scuole e teatri, non solo bombe e missili», salvo precisare che «è doveroso intensificare la lotta a Daesh». Il presidente del Consiglio ci tiene a sottolineare l’impegno dell’Italia su altri fronti: «Guidiamo la missione in Libano, siamo in Afghanistan, in Kosovo, in Somalia, in Iraq» dice, «abbiamo più truppe all’estero di tutti gli altri, dopo gli americani e come i francesi». E, sui raid aerei, afferma che «se protagonismo significa giocare a rincorrere i bombardamenti altrui, le dico: no grazie. Abbiamo già dato», ricordando il pasticcio della Libia. 

IL PD PENSA ALLA LEOPOLDA?
Non si tratta di inviare soldati né in Siria, né in Libia. Ma di contribuire con i fatti all’aumentato sforzo della coalizione internazionale (e non solo) contro l’Isis. Renzi ribadisce di avere a cuore una strategia chiara, richiamando l’importanza degli accordi a Vienna sulla Siria e a Roma sulla Libia. Ma ci chiediamo: chi negherebbe l’utilità di una strategia? O chi svaluterebbe un’intesa come quella della capitale austriaca? 

L’impressione di molti è che, nonostante le dichiarazioni di Renzi, l’attenzione del centrosinistra sia di fatto più concentrata sui consensi interni, sulla campagna nazionale del PD per risalire nei sondaggi e sulla Leopolda, piuttosto che su una politica estera incisiva ed efficace. 

GERMANIA E REGNO UNITO: PIU’ IMPEGNO IN SIRIA
La scorsa settimana il parlamento tedesco ha dato il via libera al piano di intervento militare. Il Bundestag ha detto sì all'invio di una fregata, di Tornado da ricognizione e di un contingente militare che potrebbe arrivare a 1.200 uomini. L'obiettivo sono gli jihadisti dell'Isis in Siria. La Germania si è mossa in seguito all'appello del presidente francese Francois Hollande in risposta agli attentati del 13 novembre a Parigi. Lo stesso ha fatto la Gran Bretagna di David Cameron. Con quasi 400 voti la Camera dei comuni ha approvato l'ampliamento al territorio siriano delle incursioni aeree contro Daesh. Poche ore dopo, i cacciabombardieri della Raf si sono alzati in volo per colpire. 

Sulla capacità bellica degli stati europei (e non solo) nessuno si fa illusioni: non è minimamente paragonabile a quella americana, né sulla carta né di fatto. Perché non solo gli Usa dispongono della forza militare più potente del mondo, ma lo dimostrano costantemente passando all’azione. Sia che mandino le truppe, sia che attacchino dal cielo. I report delle autorità americane parlano di quasi 6.500 raid Usa sull’Iraq e sulla Siria, circa il 78% dei quasi 8.300 complessivi. Il contributo aereo di Germania e Inghilterra non sarebbe quindi destinato a fare la differenza. Da questo punto di vista, comunque, l’Italia non si è mossa. E la differenza è percepita anche dagli alleati. 

DALLO STUDIO OVALE OBAMA NON CITA L’ITALIA
Nel suo discorso alla «nazione sulla minaccia dell’Isil», dopo la strage di San Bernardino compiuta da islamici «radicalizzati», il presidente Barack Obama parla esplicitamente degli alleati europei ma non dell’Italia. Non entriamo nel merito della strategia americana in Medio Oriente, che per i più critici semplicemente non esiste, e comunque la si pensi rimane di sostanziale disimpegno e certamente senza l’obiettivo della leadership che storicamente guida invece la politica estera Usa. A meno di fatti clamorosi, è un approccio destinato a durare di sicuro fino all’insediamento del prossimo presidente, a gennaio 2017. Qui basta sottolineare con una certa impressione che in uno dei momenti considerati più rilevanti per la politica Usa, lo speech dallo studio ovale, quando il presidente Obama parla degli «alleati più stretti», cita Francia, Germania e Regno Unito, ma non l’Italia. 

Il timore è che, nonostante la dichiarata buona volontà del governo, la posizione arretrata del nostro paese sulla partita, alla lunga possa renderci pià deboli, portarci all’isolamento o a non contare al tavolo dei futuri decisori. Staremo a vedere.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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