CINEMA | 17 Aprile 2015

La nostalgia della madre

Un filo sottile lega l'ultimo lavoro di Nanni Moretti, 'Mia madre', al film 'Wild' interpretato e prodotto da Reese Witherspoon: due storie in cui la «finitezza umana della genitrice» diventa il motore di un cambiamento nei figli

di EVA ANELLI

«E' proprio a partire dalla finitezza umana della genitrice che il film (e Moretti) si interrogano sulle proprie azioni, le proprie scelte, i propri atti». Così in settimana sul Corriere della Sera Gianni Mereghetti a proposito di Mia madre, ultimo lavoro di Nanni Moretti, uscito ieri. Protagonista del film una regista (Margherita Buy; Moretti, oltre a dirigere, ne interpreta il fratello maggiore) che non riesce ad afferrare nulla nella vita: né i suoi film, né la figlia, né l'ultimo partner (un attore), tanto meno la madre morente, di fronte alla quale lei stessa ammette «non so cosa fare». Giusto la sera prima di leggere quella recensione avevo visto a un cineforum di amici Wild (come diciamo noi donne: «Com'era il film?» «Bello, ho pianto tanto!», ecco). Con e prodotto da Reese Witherspoon, è tratto da una storia vera, quella di tale Cheryl Strayed, che in seguito alla perdita della madre si perde lei, tra eccessi vari, salvo “ritrovarsi” (ma secondo me, soprattutto, ritrova altro) durante un lungo percorso di trekking dal New Mexico al Canada.

Certo, i due film (lontani, geograficamente e non, tra loro) non sono né i primi né gli unici a trattare il tema della perdita di un genitore, ma mi ha colpito, forse anche per la concomitanza temporale, come questo comun denominatore, tanto intimo quanto deflagrante, viene raccontato.

A tema qui, infatti, c'è non tanto la definizione di un degrado (Wild) o di un'inadeguatezza (Mia madre). Quella perdita, che di solito fa da genesi della vicenda ma viene poi messa in secondo piano per concentrarsi a volte voyeuristicamente sul “perdersi” dei protagonisti, diventa il tema della storia (e qui parlo soprattutto di Wild) con la conseguenza (raggiungibile tramite il drammatico distacco) che si arriva a dare al rapporto con la madre scomparsa una consistenza prima (quando la madre era ancora viva) mai raggiunta. Da una parte, nel film con Witherspoon la consistenza – preziosa – suona più o meno così: «Quel che ti rimane in mano di me, dopo tutto questo dolore, non è solo un ricordo lontano e astratto da usare ogni tanto per farti un pianto masochista/liberatorio o come scusa per non scendere dal letto. È piuttosto un insegnamento, che ho cercato di darti con la mia stessa intera vita: la vita è sacra, cioè è bella e vale la pena d'essere vissuta».

Dall'altra parte, Moretti abbandona i toni trionfalistici, autocelebrativi dei film passati, per affrontare un tema che più intimo non si può: non fa più in modo che il mondo intero veda quale splendido 40enne fosse, ma, pur senza astrarsi dal mondo, si guarda allo specchio. Spietatamente, a costo di rinunciare alla leggerezza (presente nel film, ma senza picchi e senza i meravigliosi surrealismi alla Caro diario). Non prende più la vespa per andare spensieratamente in giro per Roma, non parte per le Eolie siciliane. È, con la sorella, inchiodato in una stanza d'ospedale. Non perché diventare (definitivamente) adulti significhi rompersi (definitivamente) le palle, ma perché, sembra il film voler mostrare, aumenta la capacità di star di fronte alle cose, tutte, facendo quel che c'è da fare: rispondere al citofono, portare la pasta in ospedale, aiutare ad andare in bagno, e in mezzo a tutto continuare a dirigere attori bizzosi, studiare latino con la figlia... Come suggerisce la madre (una meravigliosa Giulia Lazzarini) nel film, quando spiega (cito a scarsa, ahimè, memoria) che tutti credono che diventare vecchi significhi diventare scemi, e invece vuol dire capire di più.

Ecco, nel “normale” (leggi: diffuso) panorama di film/serie-tv/canzoni/romanzi/articoli in cui un fatto è ormai quasi solo l'origine di uno scatenarsi di altri eventi, al cui centro ci sono i protagonisti e le loro reazioni più o meno scomposte e significative, un film che racconti un viaggio per stare di fronte a ciò che accade (in Wild un rapporto, quello con la madre, e quel che questo lascia in eredità; in Mia madre anche, ma con una sottolineatura in più rispetto al “ora vedo meglio chi sono io”), e che quindi rimetta di fatto quell'accadimento al centro della storia, mi pare originale, proprio a livello di posizione intellettuale. Sarebbe poi interessantissimo se questo non fosse un nuovo trend solo di chi fa arte, ma anche di chi di arte parla.

Sono la prima, per carità, a cadere nella tela di commentatori, opinion leader, social star, giornalisti e critici di ogni sorta fatta di esibizioni stilistiche e giudizi spesso criptici (perché farsi capire immediatamente e da tutti è cheap - con buona pace del grande e scomparso Roger Ebert, il primo ad aver vinto un Pulitzer per critica cinematografica, che scriveva come se ogni volta dovesse spiegare la trama del film a un bambino di 5 anni). Ma ho la forte, fortissima sensazione che quest'allontanarsi virtuoso e autocompiaciuto da ciò di cui di sta parlando, fondato sulla convinzione che sia il modo migliore e unico per parlarne, e il suo inevitabile e inesorabile allontanamento da ciò di cui si sta parlando, impoverisca innanzitutto me, che, citando all'incontrario la madre del film di Moretti, crescendo invece di capire di più divento più scema. Peccato.

Bella invece la sensazione che mi han dato questi due film (dolorosi e portatori sani di parecchie lacrime), quella di qualcuno, in mezzo a una ridda di commenti e parlarsi egocentricamente addosso, che alza il dito e dice: «Guardate là». Ma guardate davvero.

Ed è ancor più bello che il ditino sia quello di Nanni.


EVA ANELLI

Laureata in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano. Come giornalista si è occupata di cinema e attualità. Cura il blog "Il cielo in un tinello".

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