LIBIA | 17 Febbraio 2015

«La pace è un diritto che si conquista»

Lo Stato Islamico in Libia. Massimiliano Salini, eurodeputato (Ncd-Ppe): «Non possiamo più ignorare la realtà. La pace non è un automatismo, ma va conquistata»

di REDAZIONE

Ora che la Libia rischia di cadere sotto il controllo delle bande armate del Califfato, l’Italia e l’Europa si interrogano sulle conseguenze della ‘Primavera araba’ e sulla destabilizzazione di tutta l’area medio orientale. Quella che sembrava una via sicura per assicurare la democrazia a popoli che a lungo non hanno potuto sperimentare la libertà, si è trasformata nel cavallo di Troia dei terroristi e dell’Isis. Il terrore avanza rapido e inesorabile, commettendo crimini e violenze indicibili, facendo rimpiangere i vecchi regimi dittatoriali che erano costruiti intorno a un uomo forte e a un clan privilegiato, ma che almeno erano in grado di assicurare la pace interna tra le fazioni e le relazioni commerciali con l’occidente. Ne parliamo con Massimiliano Salini, eurodeputato (Ncd-Ppe), membro delle Commissioni Industria e Trasporti del parlamento europeo. 

La Primavera araba sembrava garantire la democrazia, ma in Medio Oriente regna l’instabilità e assistiamo all’avanzata de terroristi…
«Mentre lo Stato islamico minaccia l'Italia, l'Europa dovrebbe capire che è ora di uscire da un'illusione portata avanti per anni: aver pensato che la pace fosse un diritto automaticamente garantito, e che non fosse necessario fare nulla per mantenerla. La pace invece non è un automatismo, bensì una conquista».

Come devono comportarsi l’Italia e l’Unione Europea?
«La minaccia dello Stato islamico che avanza in Libia, a poche centinaia di chilometri dalle nostre case, ha risvegliato l'Italia e l'Europa da un lungo sonno. Un sonno che ha coinciso con un'illusione: aver pensato che la pace fosse un diritto automaticamente garantito, e che non fosse necessario fare nulla per mantenerla. Come ben sappiamo anche la vita è un diritto inviolabile; ma di fronte a chi ti minaccia con la pistola puntata sarebbe ridicolo pensare che la mera esistenza del diritto possa essere in grado di preservare dalla minaccia incombente».

Quale è la cosa più urgente da fare?
«La pace non è un automatismo. È una conquista. E per quanto la cosa possa essere uscita totalmente dalle nostre menti, esiste una cosa strana chiamata ''Difesa'' che permette agli Stati di ottenere o di mantenere, a seconda delle circostanze, tale conquista».

Eppure l’Italia e l’Europa non hanno mai pensato alla ‘Difesa’ come a una risorsa cruciale…
«Per anni abbiamo pensato che la Difesa fosse uno spreco inutile, ed è forse l'unico ambito in cui lo Stato ha veramente effettuato tagli drastici. Col risultato che oggi siamo dotati di armamenti fermi agli anni Ottanta. Due acuti editoriali di Angelo Panebianco e di Ernesto Galli della Loggia (rispettivamente domenica e lunedì sul Corriere della Sera) ci hanno illuminato sull'incredibile errore che abbiamo commesso, culturalmente e politicamente, pensando che la Difesa fosse un inutile orpello di cui liberarsi».

Qual è lo scenario che si sta delineando?
«Ora abbiamo di fronte a noi due strade, da seguire per evitare di procedere imperterriti negli errori compiuti sotto questo aspetto. Una strada è politica, ed è una sfida tutta europea. Una strategia unica di investimenti e di consolidamento a livello di Difesa dell'Unione Europea è l'unica strada per mettere in sicurezza il nostro continente. Sia che la minaccia arrivi dall'Italia, sia che arrivi dalla Romania o dalla Grecia o da chissà quale altro paese, sempre di minaccia europea si tratta. Se continuiamo a fare come adesso, spendendo in Difesa poco e male, anche quei pochi soldi spesi sono buttati via. E dal punto di vista strategico non dimentichiamo che siamo collocati in uno scenario internazionale in cui ci confrontiamo con colossi come Usa, Russia e Cina. Solo se ci presentiamo su questi tavoli come Europa siamo in grado di avere autorevolezza, altrimenti divisi non contiamo nulla (e il discorso vale anche per la Germania e la Francia, non solo per noi)».

Ma una strategia di questo tipo non implica il ripensamento dell’Unione Europea e delle ragioni che l’hanno vista nascere?
«La seconda strada è culturale, e passa dal recupero di una vera coscienza di cosa sia l'Europa. Non dimentichiamo che chi ora minaccia l'Italia, e con essa l'intera Europa, è chi fa strage di cristiani in Medio Oriente. L'origine di questa azione è comune, ed è l'individuazione del cristianesimo come nemico da abbattere o conquistare. L'Europa è questo, che le piaccia o no, che riconosca o no pubblicamente le proprie radici giudaico-cristiane. E allora una delle ragioni su cui si fonda la fragilità della posizione europea è ancora una volta la mancanza di una vera consapevolezza di che cosa ci sia da difendere. Vale a dire tutto il portato umano, culturale, sociale e politico fondato su quella coscienza del valore trascendente della persona umana che proprio il cristianesimo ha portato nel mondo».

Che cosa vuol dire riscoprire questa identità in una fase storica dove la principale minaccia è rappresentata dal terrorismo islamico?
«Se sappiamo cosa dobbiamo difendere, e quanto vale ciò che dobbiamo difendere, allora forse troveremo anche il coraggio di attuare politiche più coraggiose in questo ambito».


REDAZIONE

L'Informatore - Quotidiano liberale

Organo di informazione dell'Associazione culturale "Civitas"

redazione@informatore.eu

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.