IL CASO AUSTRIA | 24 Maggio 2016

La paura del populismo non genera nulla

Nel mondo politico europeo si è diffuso un generale «sospiro di sollievo» per la sconfitta del nazionalista e populista Hofer in Austria. Così facendo, l'Europa nasconde i propri errori sotto il tappeto. E il consenso dei populisti continua ad aumentare

di ROSSANO SALINI

All'indomani della vittoria del verde Alexander van der Bellen alle elezioni austriache, o meglio della sconfitta del leader della destra nazionalista Norbert Hofer, l'Europa ha tirato un ipocrita, inutile e sciocco «sospiro di sollievo». Questa l'espressione usata anche dal nostro ministro degli Esteri, Gentiloni, e insieme a lui da diversi leader politici del nostro continente.

Non si vuol certo dire che la vittoria di Hofer sarebbe stata un bene. E nemmeno, d'altronde, siamo in grado di decidere quanto migliore sia l'avvento al governo di un partito come quello dei Verdi austriaci. Quel che di certo possiamo dire è che questo atteggiamento da pericolo scampato da parte dell'Europa moderata e morigerata non è assolutamente un bel segno. È, anzi, il modo migliore per andare avanti come se nulla fosse stato, e come se la mancata vittoria per 30mila miseri voti da parte di un partito come quello di Hofer non debba essere comunque tenuto come un pesantissimo campanello d'allarme. Uno dei tanti, tantissimi campanelli d'allarme inascoltati che si stanno moltiplicando negli ultimi anni. Un allarme che certo riguarda l'Europa innanzitutto, ma anche altri paesi, come ad esempio gli Stati Uniti.

Tutti i problemi vengono nascosti come polvere sotto il tappeto della ''paura del populismo''. Sconfitto quello, tutto sembra essere di nuovo a posto, sistemato, e tornato a funzionare per il verso giusto. Il che sarebbe come dire che basta non ammalarsi di Aids per potersi considerare una persona sana.

Posto che non sempre il diavolo è come lo si vuole dipingere, resta il fatto che la prima responsabilità del consenso di cui godono partiti come quello di Hofer è nell'immobilismo e nell'ipocrisia con cui i problemi e le urgenze dell'Europa vengono affrontati dai leader del nostro continente. Il continuo tergiversare intorno a un problema come quello dell'immigrazione di massa, che richiederebbe invece risposte decise e rapide, è l'ultimo e più lampante esempio di questo atteggiamento.

La presenza di partiti pericolosamente populisti viene così trasformato in un alibi. Un modo per sentirsi a posto con la coscienza – è sufficiente fare in modo che quei partiti non vincano – e per proseguire imperterriti nella propria incapacità di agire e prendere decisioni, coperti dietro all'orgoglio di «non essere come loro». È su questa inconsistente posizione culturale, infatti, che si basa la presa di distanza dai cosiddetti «impresentabili», che vale come una sorta di patente culturale e politica. Come qualche anno fa in Italia bastava parlare male di Berlusconi per sentirsi intelligenti, così adesso vale la stessa nei confronti di Hofer, di Salvini, della Le Pen, di Trump e tanti altri.

La via di uscita dalla deriva populista intrapresa dalle destre europee e statunitense, invece, non sta nella presa di distanza piena di sdegno snob. Così facendo, non si fa altro che ingrossare il fenomeno. Perché, com'è ovvio, il punto non sono gli Hofer, i Salvini, i Trump: il punto è la gente che dà loro fiducia e consenso. Il punto è capire perché questo fenomeno dilaga. Il punto è riuscire una buona volta a togliersi di dosso la corazza ideologica e immedesimarsi se non con le ragioni, almeno con le motivazioni che portano la gente comune ad avere paura delle ondate di immigrati, in particolare se immigrati islamici. Non basta dire: siete rozzi e ignoranti se avete paura. Perché così, le paure e le rabbie aumentano.

Le elezioni in Austria possono dunque valere come un significativo esempio. Il tragico sgretolamento di consensi cui sono andati incontro i partiti tradizionali, i popolari e i socialisti, rimane il punto intorno cui riflettere e prendere decisioni, affinché entrambi gli schieramenti di destra e di sinistra, in Austria come in tutti gli altri paesi europei, non si annullino sempre più a favore dei partiti estremi. Bisogna tornare a capire che essere moderati non vuol dire essere ben vestiti, capaci di parlare in maniera corretta, dire le cose giuste al momento giusto e alla fine essere miseramente inconcludenti. Il fatto di rispettare le regole del politicamente corretto, e di essere in grado di fare la giusta predica sul tema immigrazione per ricevere il plauso dei media deve smettere di essere considerato alla stregua di una virtù politica, bensì per quello che è: un disvalore, proprio di chi non è in grado di prendere decisioni, e nemmeno se ne preoccupa.

Di questo, e non dei populismi, l'Europa dovrebbe avere paura. Capirlo, potrebbe essere il primo passo per generare un vero cambiamento, in grado di riportare la fiducia degli elettori verso i partiti moderati, abbandonando l'inconcludenza dei populismi di ogni specie.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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