SI TRATTA ANCORA | 31 Maggio 2018

La paura del voto dei 5 Stelle

I 5 Stelle terrorizzati dal voto. Aumentano le critiche a Di Maio che passa dall'impeachment alla collaborazione con il Quirinale mentre il governo giallo verde include la Meloni e Salvini diventa sempre più forte

di ROBERTO BETTINELLI

La gente inizia ad essere stufa. Il negoziato di Lega e 5 Stelle, giunto alla soglia del 90esimo giorno, prosegue tra alti e bassi. Ma non ha ancora prodotto un governo. Ciò che si è visto, invece, è la reazione scomposta dei mercati che hanno fatto schizzare lo spread che è costato finora 144 milioni di interessi sui titoli di stato. Ma tra Salvini e Di Maio, al momento attuale, c’è una differenza notevole. Uno, il segretario del Carroccio, è pronto ad andare al voto. Il capo pentastellato, invece, è pronto a fare qualsiasi cosa pur di evitarlo.

E’ una differenza non da poco e dimostra, in sostanza, lo stato di salute dei leader e dei maggiori partiti che siedono in parlamento. Dal 4 marzo ad oggi Salvini, e conseguentemente la Lega, non ha fatto che crescere nei sondaggi. E si tratta di dati sicuri come rivelano i trionfi nelle elezioni in Friuli, Molise e Valle d’Aosta. La tentazione di capitalizzare, attraverso il voto, l’apertura di credito degli italiani è forte e comprensibile. Anche se giustificare il fatto che il ‘governo del cambiamento’ non è nato per colpa di Paola Savona, francamente, diventa giorno dopo giorno sempre più difficile. Tanto più che ora è in corso un’operazione di salvataggio. Ma con ogni probabilità le motivazioni dell’impasse che ha arrestato il cammino di Lega e 5 Stelle sono altre e la principale potrebbe essere individuata nell’alleanza, troppo instabile e turbolenta, di due partiti che nonostante tutto rimangono rivali. Le similitudini che uniscono le due formazioni uscite vincitrici dalle elezioni del 4 marzo, e che tornano molto spesso nelle analisi dei commentatori, oltre a creare punti di contatto generano infatti, e proprio per la sovrapponibile ostilità contro l’establishment, un conflitto innnato e duro a morire.

Quanto a Lugi Di Maio, anche all’interno del movimento, iniziano a manifestarsi le critiche. Come azionista di maggioranza del nascente esecutivo giallo-verde, ricadono su di lui le inevitabili responsabilità di non aver saputo condurre in porto l’impresa. Certo, i giochi sono ancora aperti. Ma l’impressione, fondata e tangibile, è che i rapporti con la Lega siano molto tesi. Molti deputati e senatori grillini temono di andare al voto. Ma chi teme più di tutti il confronto con la volontà del popolo è proprio Di Maio che ha dimostrato, nel corso delle consultazioni, tutta la sua inesperienza. L’apice è stato raggiunto quando, nel giro di 24 ore, l’enfant prodige del movimento è transitato maldestramente dalla messa in stato di accusa del presidente della repubblica ad una speranzosa proposta di collaborazione con il Quirinale. Un salto talmente repentino e grottesco che ha reso visibile, anche ai sostenitori più convinti, che il ‘capo’ forse le idee così chiare sul da farsi non le ha mai avute.

Una tortuosità, quella di Di Maio, che ha inesorabilmente consegnato la guida del negoziato a Salvini davanti al quale il delfino di Grillo non è riuscito a far valere il 32% dei consensi ottenuti alle elezioni contro il 17% della Lega. Ora il negoziato, visto il fallimento annunciato di Carlo Cottarelli, sta per ripartire con un Di Maio ossessionato dall’ansia di prestazione. Un compito agevolato dal fatto che, in fondo, le elezioni non le vuole nessuno tranne Salvini. Il Pd è in uno stato comatoso. Berlusconi ha annunciato che si candiderà a premier ma Forza Italia, ora come ora, non gode di buona salute. Giorgia Meloni, a scanso di equivoci, ha dichiarato che sosterrà la nuova edizione del governo Lega-5Stelle. mattarella ha puntato tutto sulla carta Cottarelli, ma mister ‘spending review’ non ha intenzione di farsi impallinare a Montecitorio e Palazzo Madama dove finora ha incontrato solo rifiuti.

Salvini quindi, può trattare da una posizione di forza. E può decidere se fare l’ultimo tentativo senza per questo motivo rinunciare all’economista Savona. Magari assegnandogli un altro dicastero oppure spacchettando le deleghe del Mef. La prassi, e la convenienza, della politica gli suggeriscono di farlo.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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