IL CASO ALFIE EVANS | 13 Aprile 2018

La più autentica delle battaglie liberali

Lo Stato inglese decide arbitrariamente la morte di Alfie Evans, e impedisce ai genitori, tramite l’uso della forza, di portare il bimbo in un altro ospedale. Un classico caso di sopruso di uno Stato tirannico, che dovrebbe scuotere i liberali autentici

di ROSSANO SALINI

Difficile sentire oggi parlare ancora in modo chiaro, deciso e sistematico di una proposta politica autenticamente liberale. In un clima in cui, dati i vari fenomeni che hanno provocato incertezza economica e sociale, si torna sempre di più ad invocare lo Stato come appiglio, addirittura come garanzia per una fonte di reddito, sembra inesorabilmente passare di moda la posizione di chi invoca al contrario la preminenza dell’individuo, della società, della responsabilità personale contro le ingerenze di uno Stato onnipresente e onnipotente.

Nonostante ciò, i liberali esistono ancora, e non devono rassegnarsi al ghetto. Arriveranno tempi migliori. Quel che conta è che si prosegua a portare avanti un pensiero e una proposta politica che ha una grande storia, e che ha molteplici possibilità di attualizzazione.

Il caso che rende in assoluto più evidente quanto sia attuale l’esigenza di una vera battaglia liberale è quello del piccolo Alfie Evans, il bimbo inglese affetto da una rarissima malattia degenerativa, la cui vita è stata arbitrariamente definita da un giudice inglese come «inutile». In difesa del diritto alla vita di Alfie si stanno schierando, e con grande vigore, quasi unicamente i cattolici, con manifestazioni pubbliche e preghiere, in virtù della difesa di un principio fondamentale come quello della dignità della vita umana in qualsiasi condizione.

Pur giudicando a dir poco lodevole tale impegno, ritengo però che sia sbagliato e fuorviante che da parte dell’opinione pubblica questa venga vissuta semplicemente come una battaglia “dei cattolici”. I liberali - cattolici o no, non fa differenza - dovrebbero essere in prima linea in un caso del genere. Ci troviamo infatti ad avere a che fare con un tipico caso di indebita e autoritaria ingerenza dello Stato, che non solo nega nel modo più evidente il principio inviolabile del diritto alla vita ordinando di staccare le macchine che permettono ad Alfie di respirare; non solo si erge arbitrariamente a giudice di ciò che è o non è vita “utile”; non solo si oppone al libero esercizio della volontà dei genitori del bambino, che vogliono semplicemente portare Alfie in strutture che si sono dette disponibili ad accoglierlo e curarlo, come il Besta di Milano e il Bambin Gesù di Roma; ma addirittura è arrivato nelle ultime ore al caso estremo, e di inaudita gravità, di schierare la polizia davanti all’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool per impedire ai genitori di Alfie di portare via il loro piccolo.

Siamo di fronte a una violenza dello Stato, contro i diritti inviolabili di un individuo e di una famiglia, i cui connotati sono a dir poco preoccupanti. Un caso peraltro non isolato, ma assai simile alla recente e nota vicenda di Charlie Gard. Ma in questo caso ancor più grave, da una parte per l’indeterminatezza della situazione (i medici non sono nemmeno in grado di dire quale sia la malattia da cui Alfie è affetto, segno evidente del fatto che una parola definitiva sulla sua condizione non può essere data), dall’altra per l’uso esplicito della forza contro il libero esercizio di un diritto.

Uno dei padri del pensiero liberale classico, Benjamin Constant, diceva che la liberà è «il diritto di non essere sottoposto che alle leggi, di non essere né arrestato, né tenuto in carcere, né condannato a morte, né maltrattato in alcun modo, a causa della volontà arbitraria di uno o più individui». Ad Alfie Evans e alla sua famiglia sta accadendo esattamente questo: siamo di fronte al caso di condanna a morte e maltrattamenti, a causa della volontà arbitraria di più individui. E, quel che è peggio, tali individui rappresentano lo Stato. Che in tal caso, con tutta evidenza, assume i connotati di una vera e propria tirannide.

Ce n’è abbastanza per chiamare alle armi (metaforicamente parlando, si intende) coloro che si definiscono liberali, e che hanno piena coscienza di cosa questo significhi. Sono tanti gli ambiti in cui dovrebbe essere riaffermata con forza l’esigenza di un arretramento dello Stato, sul piano economico, sociale e dell’erogazione dei servizi; ma in questo caso parliamo delle fondamenta, cioè del diritto alla vita, del diritto alla libertà, del diritto a non essere in balìa dell’altrui decisione arbitraria, del diritto a non subire violenza. I liberali battano un colpo.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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