GUERRA ALL'ISIS | 19 Novembre 2015

La pioggia di fuoco e il dilemma dell'attacco di terra

Dopo gli attentati di Parigi l'opinione pubblica è scossa. Metà dei cittadini teme attacchi in Italia. Mentre la Francia bombarda, l’interrogativo sul possibile invio di truppe sembra inevitabile: basteranno bombe dal cielo per distruggere l'Isis?

di LUCA PIACENTINI

In Italia cresce la paura. Il dato di senso comune, facilmente verificabile, è che ovunque si parla di Parigi: a cena in famiglia, nei bar delle città, nei corridoi delle scuole e negli uffici di lavoro. Ma a differenza dell'aereo precipitato sul Sinai con 224 vittime causate da una bomba piazzata dai terroristi e dell'attentato di giovedì scorso che a Beirut ha provocato 43 morti, gli attacchi alla capitale d'oltralpe hanno scosso profondamente l'opinione pubblica italiana a causa della prossimità dell'orrore. Potrebbe accadere qui, ad un concerto, durante una manifestazione, in una chiesa o un teatro: è questo il pensiero che serpeggia, accompagna in modo più o meno espresso le conversazioni che seguono con ansia i blitz dell'antiterrorismo francese in diretta televisiva. Raid che si susseguono di ora in ora, prima a Saint Denis, poi nelle Ardenne, con l'eco di notizie che rimbalzano in tutti paesi occidentali, di falsi allarmi, aerei fatti atterrare per precauzione e chiusure improvvise di metropolitane. 

Il sondaggio Piepoli per la Stampa afferma che il 47% degli italiani pensa che «domani potrebbe succedere qui», con la percezione netta che «dopo questo attentato» cambierà le abitudini. E sono le vacanze, le manifestazioni pubbliche, gli eventi allo stadio quelli che, stando all'indagine dell'istituto, rischiano la contrazione maggiore. 

Difficile dare torto a chi intende muoversi con la massima cautela dopo quello che è accaduto oltre il confine. Gli annunci del Califfato contro Roma e Bologna non lasciano presagire nulla di buono. Il presidente Francois Hollande ha dichiarato che la Francia è in guerra, giuristi e deputati sono al lavoro per prolungare lo stato di emergenza e valutare modifiche della costituzione, per consentire pieni poteri repressivi e preventivi alle forze di sicurezza. 

I bombardamenti proseguono, le potenze europee, a partire dalla Gran Bretagna, insieme a Stati Uniti e Russia, stanno mobilitando pezzi di flotta navale per intensificare i raid missilistici. Gli americani dopo aver ritirato anni fa la portaerei Roosevelt stanno nuovamente proiettando nel Golfo un’altra portaerei, la Uss Truman con il relativo gruppo da battaglia composto da cacciatorpediniere, sottomarini d'attacco e quant'altro. Le bocche di fuoco puntate sulle zone desertiche controllate dagli jihadisti raggiungeranno presto un numero impressionante. La pioggia di bombe su Raqqa è destinata a crescere di intensità. Ma quello che tutti si domandano è: basterà? Funzioneranno i bombardamenti massicci sulla capitale del Califfato? È sufficiente distruggere i convogli con centinaia di autobotti in coda davanti ai pozzi petroliferi e alle centrali di raffinazione, principale business che alimenta Daesh? Stando a quanto riporta il Washington Post, l'Isis avrebbe imparato a nascondere i propri arsenali, sfruttando i bunker. 

La popolazione non può lasciare l’area. Gli uomini del Califfo lo impediscono. Le notizie inquietanti su quel che accade in zona si moltiplicano. E, come anticipato, la vera questione non sembra evitabile. Un interrogativo al quale nessuno potrà sfuggire, dai capi di governo ai cittadini, perché le conseguenze toccherebbero da vicino anche la popolazione, come accade in tutti conflitti: fin dove siamo disposti ad arrivare? Le società occidentali sono pronte ad affrontare gli 'effetti collaterali' di un possibile attacco di terra? È preparata l'opinione pubblica? 

Per il momento la domanda riguarda da vicino la Francia, perché l'impressione è che, se vorrà davvero andare fino in fondo, Hollande sarà probabilmente costretto a schierare i soldati. Quanti? Stando alcuni calcoli, sembra che possa mettere insieme un contingente di circa 6mila uomini. Troppo pochi per sconfiggere il Califfato, visto che le stime degli esperti valutano le dimensioni di un contingente efficace nell’ordine delle decine di migliaia. Da dove arriverebbero gli altri militari? Americani e russi ribadiscono che non invieranno truppe di terra in Siria. Ecco: gli interrogativi si moltiplicano, e vanno dritti al cuore della capacità di scegliere di governanti e governati. Ma, al momento, sembrano tutti senza risposta. Avvolti nel clima di apprensione che accompagna queste prime fasi concitate della reazione bellica occidentale.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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