RES GESTAE | 14 Novembre 2014

La non pietas della Resistenza

Il diario di guerra antipartigiana (1943-1945) del grande storico Roberto Vivarelli

di ROBERTO BETTINELLI

La non pietas verso il nemico e le ragioni che l'hanno spinto a schierarsi nel campo avverso. Questa è ciò che ha lasciato la Resistenza. Un'eredità omissiva che viene denunciata nel diario di guerra di Roberto Vivarelli, classe 1929, professore benemerito di storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ex miliziano della Repubblica di Salò.

‘La fine di una stagione. Memoria 1943-1945’, edito da Il Mulino nel 2000, è uno dei tanti libri dimenticati di cui ormai nessuno parla più, ma che nonostante l’oblio seguitano a lavorare in silenzio segnando in modo implacabile e duraturo le coscienze degli esegui e fortunati lettori che incrociano sulla loro strada. 

L'inizio del diario è folgorante: "Sono figlio di un morto ammazzato". E' soprattutto il ricordo del padre ucciso dai partigiani titini a spingere il giovanissimo autore ad arruolarsi nell'esercito repubblichino. E' la pietas, il rispetto del padre e della patria tradita, a motivare una scelta morale che lo segnerà per il resto della sua vita. 

Pronunciare il nome di Roberto Vivarelli, scomparso lo scorso luglio a 85 anni, significa chiamare in causa una grande figura di storico e intellettuale. E’ sua la più ampia e dettagliata ricostruzione del percorso che ha portato al potere Mussolini nel quinquennio 1918-1922: i celebri tre volumi della ‘Storia delle origini del fascismo. L'Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma’, pubblicata da Il Mulino a partire dal 1965 e conclusa due anni prima della morte dell’autore. 

Ma non è questa l’opera di Vivarelli che ci interessa. Qui non ci interessano gli esiti della critica storica applicata alla cronaca dei fatti, ma la letteratura, il racconto in prima persona dell’uomo, il battito dell’esistenza individuale che si consuma sullo sfondo del periodo più drammatico della storia italiana. Chi vuole capire le emozioni e gli stati d’animo dei giovani repubblichini che dopo l’8 settembre decisero di sposare la causa di una patria sconfitta, non ha che da leggersi il volumetto di appena cento pagine dove Vivarelli ha raccontato le sue avventure di giovane fascista negli ultimi due anni di guerra. 

L’inizio è dedicato alla descrizione della casa natale dell’autore che abitava a Siena, contrada del Montone. “Ricordo la mamma che suona al piano, un po’ di Beethoven, molto Chopin, e anche cose più facili e orecchiabili, come romanze e brani di La secchia Rapita, (che non so di chi fosse e che non ho più sentito), di cui noi bambini cantavamo divertiti con lei le buffe e provocanti storie. Ricordo la nonna Corinna, la sigaretta sempre in bocca, che si pettina la lunga chioma grigia prima di farsi la treccia. La zia Lella che ci insegnava le poesie, la zia Lilly che aveva sempre il mal di testa e per consolarsi finiva intere scatole di cioccolatini”. 

Sono i dettagli delle sensazioni, quasi lirici a sognanti, a imporsi per la loro importanza e per il contrasto con ciò che sta per accadere. “Più tardi, dopo cena, delle belle serate all'inizio dell'estate, quando già si era fatto buio, scendendo in giardino dagli scalini della sala da pranzo, l'aria era piena di lucciole, e noi bambini, senza far loro male, cercavamo di prenderle per poi metterle sotto un bicchiere prima di andare a letto. La mattina dopo, immancabilmente, le buone lucciole non c'erano più, avevano lasciato, forse in cambio della libertà, qualche lucente monetina per la nostra meraviglia e la nostra gioia”.

Il linguaggio è piano e dignitoso, restituisce con un attento e umile nitore la freschezza dei particolari, raccontando il fluire ordinario e sereno della vita borghese di provincia. Un mondo che sarà travolto dalla caduta del regime e dalla tragedia del conflitto. 

Il secondo capitolo Vivarelli ricorda la figura del padre, avvocato, reduce della guerra d’Abissinia e ufficiale delle Camicie Nere, partito volontario per il fronte iugoslavo. Un fascista della prima ora, ma soprattutto un patriota. Dato come disperso nel 1942, il sarà tenuto prigioniero e fucilato dai partigiani di Tito. 

“Mio padre è sempre stato fascista” racconta l’autore. “Ma più che una rivoluzione, il suo fascismo rappresentava la tradizione. Mio padre era un buon cattolico e fervente monarchico”. Un punto cruciale del libro. Vivarelli spiega come il fascismo fosse interpretato e vissuto da una buona parte della media e piccola borghesia italiana non come un movimento rivoluzionario, ma come l’ultimo anello di una catena che risaliva al risorgimento e che si univa alla trazione popolare cattolica. Era percepito come la garanzia di un ordine morale e statale che andava custodito contro il pericolo dell’ateismo e del socialismo. 

Dal padre, che credeva in dio, nella patria e nel duce, Roberto Vivarelli e il fratello avevano imparato che “alla patria si doveva dare tutto se stesso, se necessario fino sacrificio della vita”. Nelle pagine del diario scorrono con una mirabile sintesi narrativa gli eventi disperati del biennio: “la ritirata di Russia, la perdita della sonda africana, poi come atto finale lo sbarco in Sicilia” fino alla “congiura di palazzo” contro Mussolini ordita dal re e da Badoglio, l’onta imperdonabile dell’8 settembre. 

Vivarelli, a 14 anni, fugge da casa per arruolarsi nella X Mas. Ma non viene accettato: è tropo giovane. Ci riprova a Milano con le Brigate Nere e questa volta ha fortuna. Il capoluogo lombardo è anche il luogo dei concerti jazz di Gorni Kramer, degli agguati partigiani e delle risposte altrettanto dure dei militi repubblichini. Sullo sfondo la tragedia di un paese ridotto in macerie, privo della missione di grandezza che prima il risorgimento e poi il fascino gli avevano attribuito. “Per noi il fascismo era un mito che aveva riempito la nostra vita e al quale avevamo dato la nostra feriva adesione, con un rigore e una coerenza quale può avere solo l’entusiasmo degli adolescenti. Ci avevano insegnato a ‘credere, obbedire, combattere’, ed ora continuavano a credere con fede assoluta”. 

Sono tanti i giovani non vogliono sottrarsi a un appuntamento con la storia. Nel caso dell’autore, ma non fu di certo l’unico, gioca un ruolo decisivo “il desiderio di tener fede alla memoria di mio padre, la volontà di testimoniare, cioè di dimostrare con i fatti la mia fede nei valori che mi erano stati assegnati”. 

Il finale non coincide né con la commozione, né con il ricordo dei camerati uccisi o mai più rivisti, né con il rimpianto per il modo in cui la cultura repubblicana egemonizzata da una sinistra ideologica ha liquidato come spazzatura il sacrificio di chi in quei giorni oscuri ebbe il coraggio di combattere dalla parte sbagliata. “Molto meglio esser stato dalla parte dei vinti, e non aver perso la propria pietas nel giudicare gli avversari”. All’autore non importa nemmeno “l’impostura sulla quale si è preteso fondare la nostra repubblica” pretendendo che “i tedeschi e fascisti siano stati sconfitti dalle forze partigiane, dimenticando che senza i successi delle offensive alleate, i tedeschi e i fascisti avrebbero continuato a dominare”. Se c’è un’unica amarezza, è quella di non aver potuto conoscere nel ‘caos morale e materiale’ di quegli anni la tragedia dell’olocausto: "Non avrei potuto neanche immaginare che i tedeschi, quegli alleati verso i quali avevo ritenuto si dovesse rimanere fedeli, fossero capaci di tale atrocità”. Sono riflessioni che possono valere per i gulag sovietici e per molti di coloro che dopo l’armistizio combatterono nelle file partigiane. 

Roberto Vivarelli chiude il suo piccolo capolavoro da storico di rango quale è, condividendo con i lettori la certezza che gli uomini non possono spezzare il legame che li unisce alla storia del popolo e della famiglia che li ha generati. “Non sono pentito, e anzi rifarei quello che ho fatto, semplicemente perché la mia personale storia non mi consentiva altra scelta”. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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