BANCHE POPOLARI | 27 Giugno 2015

«La riforma di Renzi è una somarata»

Banche Popolari, la riforma di Renzi. L'avvocato Carlo Fratta Pasini: «Attacco alla cooperazione che difende il territorio». L’incontro di Civitas con l’eurodeputato Massimiliano Salini (Ncd-Ppe) e il giornalista del Sole 24 Ore Gianfranco Fabi

di ROBERTO BETTINELLI

Un colpo di mano. In questo modo è stata interpretata la riforma delle banche popolari ordinata dal premier Renzi. Un vero e priorio atto di imperio, responsabile di aver scardinato un modello virtuoso che destina il 5% dell’utile netto alle finalità sociali. In 18 mesi, così stabilisce il decreto del governo approvato a colpi di fiducia, gli istituti di credito che rappresentano un quinto del sistema del credito italiano dovranno mutare pelle e dna, abbandonando l’originario modello cooperativo per trasformarsi in società per azioni. 

Un cambiamento traumatico che interrompe una tradizione che si ispira a una ‘concezione umanitaria’ del credito e che affonda le radici nel risorgimento con oltre 150 anni di storia. Sono dieci gli istituti che hanno attivi oltre gli otto miliardi di euro e diventeranno Spa. 

«Di questa vicenda mi hanno colpito tre aspetti: l'atteggiamento del regolatore, l’assenza completa di dibattito pubblico e l’incapacità di reazione da parte dei soggetti che hanno subito un decreto d’urgenza tutt’altro che giustificato, ossia le Banche Popolari» ha detto Carlo Fratta Pasini, avvocato e presidente del Banco Popolare, protagonista dell’incontro organizzato dall’associazione Civitas presso il Teatro San Domenico a Crema dal titolo ‘Banche Popolari Addio?’. Al suo fianco, in veste di moderatore, l’eurodeputato Ncd-Ppe Massimiliano Salini e Gianfranco Fabi, giornalista economico, ex vice direttore del Sole 24 Ore e direttore di Radio 24, autore con Franco Debenedetti del saggio ‘Popolari addio? La riforma di Renzi e il futuro delle banche del territorio’, edito da Guerini. L’incontro si è tenuto giovedì 25 giugno alle 18 ed è stato promosso dall’associazione culturale presieduta dall’avvocato Francesco Borsieri. 

«I valori della cooperazione - ha continuato Fratta Pasini - possono essere tutelati a fatica nel mondo del credito. Ma questo è appunto lo scopo delle Banche Popolari che, davanti a una riforma ingiusta e non condivisa, non hanno manifestato una reazione sufficientemente energica. Un’intera classe dirigente è venuta meno alla sua missione». 

«Renzi è intervenuto con un decreto d’urgenza - ha spiegato Fabi - che è stato smentito dai fatti dal momento che diventerà attuativo fra due anni. E’ un unicum a livello europeo. Sono d’accordo sul fatto che nell’opinione pubblica non si è sviluppato un dibattito sufficiente. I grandi giornali hanno una colpa evidente. Il manifesto di Avvenire che ha chiamato a raccolta oltre cento esperti e docenti di economia è caduto nel vuoto. Stupisce inoltre la volontà di cambiare in fretta e furia un assetto che, nonostante la crisi, ha tutelato buone performance grazie a un legame inscindibile con il territorio». 

Fabi ha negato la necessità dello strumento della decretazione d’urgenza dal momento che, a suo avviso, non esistevano «i presupposti della straordinarietà e della eccezionalità invocati dalla Costituzione». Ha ricostruito anche lo scenario politico: «Renzi aveva bisogno di un trofeo per l’incontro a Davos con i protagonisti della finanza internazionale, l’addio di Giorgio Napolitano, la volontà dei media di non scontentare il governo...questa riforma è un giallo e il movente non è chiaro».

Salini ha incalzato i due relatori con una batteria di domande, alcune delle quali hanno messo in risalto «la sostanziale mancanza di dialogo da parte del governo Renzi che ha ritenuto di procedere in modo quasi antidemocratico contro una parte sana del credito italiano storicamente vicina alla spina dorsale dell’economia del nostro Paese: le piccole e medie imprese». L’eurodeputato ha ricordato anche la sua esperienza alla guida della Provincia di Cremona quando fu costretto a istituire un fondo immobiliare per arginare i vincoli del patto di stabilità e mettere a reddito il patrimonio dell’ente: «Bussai a molte porte ma risposero solo due banche. Una era il Banco Popolare. Non nascondo che ebbi l’impressione di avere a che fare con un istituto di credito che aveva davvero a cuore le sorti dell’economia locale. Avevo un obbiettivo: non bloccare gli investimenti sul territorio in un momento drammatico in cui era indispensabile mettere in campo ogni tentativo per ostacolare gli effetti disastrosi della crisi economica».

«E’ proprio questa la forza delle Banche Popolari» ha sottolineato Fratta Pasini, durissimo contro la riforma imposta dal premier Matteo Renzi. «Il legame unico con il territorio esige un radicamento profondo e diffuso per intercettare la domanda dei tanti piccoli imprenditori che devono avere di fronte a sé un interlocutore interessato al destino delle loro aziende e delle comunità che le ospitano».

«Tanto più che se c’è un modello che ha dato prova di gestione prudente è proprio il nostro - ha concluso Fratta Pasini - mentre sono state altre esperienze a creare problemi seri. E’ stato detto che la riforma nasce con la finalità di concentrare per garantire più credito, ma chiunque conosce il mercato bancario sa perfettamente che la liquidità aumenta se ci sono più istituti e non il contrario. Inoltre la porta è sempre aperta. Vuoi diventare socio, entri. Non vuoi più esserlo, esci. Qui non ci sono barriere insormontabili. Questa riforma è una ‘somarata’ che la dice lunga sulla poca comprensione delle finalità e del lavoro delle banche popolari». Un dato, quella della buona tenuta dei conti, che è stato confermato dagli stress test effettuati lo scorso anno dalla Bce. La 'bocciatura' è arrivata solo per Monte dei Paschi e Cassa di Risparmio di Genova. «In entrambi i casi - ha dichiarato Fratta Pasini - non si tratta di banche riconducibili al modello della cooperazione». 

Una formula, quest’ultima, che si regge sulla partecipazione dei soci e sulla democrazia dal basso e che, stando al presidente del Banco Popolare, doveva «certamente essere rivista e alimentata con nuova linfa ma ogni volta che abbiamo tentato di farlo ci siamo scontrati con la Banca d’Italia che non ha mai concesso aperture in questa direzione».

La trasformazione, passati i tre mesi di filtro dell’istituto di Palazzo Koch, deve essere ultimata entro il dicembre 2016. A quel punto, ha ribadito Gianfranco Fabi, le banche popolari si muoveranno in uno scenario completamente diverso e potranno essere preda dei grandi fondi di investimento internazionali. Soggetti che per loro natura non sono esenti da comportamenti speculativi. Un ‘finale’ che, considerate le centinaia di migliaia di soci e correntisti degli istituti che agiscono in base al «movente cooperativo», appare se non scontato almeno prevedibile. Da qui la necessità di proteggere una tradizione che in Italia rappresenta un’eccellenza. Crescere e aggregare, in questo contesto, sembra essere l’unica strategia possibile.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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