SCENARIO | 24 Settembre 2016

La ripartenza del centrodestra e la risorsa Stefano Parisi

Ha ragione Silvio Berlusconi quando dice che Stefano Parisi è una «risorsa» di tutto il centrodestra. Serve un leader moderato che fornisca un’alternativa credibile a Renzi. E serve subito

di ROBERTO BETTINELLI

Stefano Parisi, i mal di pancia di Forza Italia, il mito dell’autosufficienza di Salvini, il talento mediatico della Meloni, la lontananza di Silvio Berlusconi dalla scena politica. Per il centrodestra sono tempi oggettivamente difficili, ma Renzi sta perdendo terreno e l’amministrazione Raggi a Roma sta diventando un’onta che non mancherà di provocare conseguenze negative per i grillini sul fronte del consenso. 

Detto questo, per il centrodestra la sola cosa da fare è mettersi al lavoro e aspettare che maturino le condizioni della ripartenza. Che sono due: il fallimento del Pd renziano destinato a schiantarsi contro il muro di una ripresa economica inesistentee e contro l'insensibilità di un'Europa che punisce l'Italia sulle partite cruciali dell'immigrazione e della flessbilità; un leader espresso dall’area moderata che possa riposizionare in modo più competitivo e affidabile la coalizione.

Se c’è un senso nell’operazione Parisi, infatti, è proprio quest’ultimo. Elaborare qualcosa di serio e credibile in attesa delle prove potenzialmente letali che vedranno il sempre più incerto e nervoso Matteo Renzi alle prese con un Italicum da modificare in chiave anti 5 Stelle e con un referendum che rischia di avere un effetto di deligittimazione in assenza di una vittoria netta. 

Sta nell’ordine delle cose che i dirigenti di Forza Italia non provino simpatia per chi, come Stefano Parisi, ha volutamente mancato di ossequiare un ceto politico che non è stato in grado di frenare l’emorragia del consenso. Ma Brunetta e gli altri colonnelli azzurri dovrebbero avere l’umiltà di riconoscere che, così com’è, il partito lanciato da Berlusconi nel ’94 non può sopravvivere a lungo. 

Stefano Parisi ha evidenti difetti ma anche qualche vantaggio. Non buca il video e, in virtù del suo profilo da tecnico, tiene un approccio professorale di cui dovrebbe liberarsi il prima possibile. Ma possiede il vantaggio non comune di apparire immediatamente come una persona seria. Un politico che non vuole scimmiottare il populismo, ma sa gestire al momento opportuno punte di motivata aggressività.

Un profilo che lo distingue nettamente da personalità come Salvini, Meloni, Grillo e lo stesso Renzi. Una prerogativa anomala nell’era della videopolitica e che, di fatto, contribuisce ad imprimergli un’identità chiara ed esclusiva. Un elemento che non si traduce in un cuneo travolgente, ma che è in grado di fornire una chance in un mercato politico ormai saturo. 

Il percorso di Parisi non può prescindere dal rapporto con gli alleati. Il mito dell’autosufficienza leghista, tanto propagandato da Salvini a Pontida, è un’illusione. I sondaggi dicono che la Lega Nord non è mai riuscita a superare il limite invalicabile del 15%. Una percentuale insufficiente per far prevalere la coalizione di centrodestra contro il Pd o i 5 Stelle. La vittoria è il solo modo per governare, oltre che a Palazzo Chigi, in Lombardia e in Veneto. E se Matteo Salvini perdesse le due principali regioni del nord, sarebbe davvero difficile per lui mantenere la segreteria del Carroccio. 

Allo stesso tempo i sondaggi dicono che Parisi, in modo silente ma tenace, sta crescendo. Più volte, e a ragione, è stato ripetuto che il centrodestra ha tutte le carte in regola per continuare ad esercitare un ruolo di guida nel Paese senza smentire il modello berlusconiano che prevede l’alleanza tra destra e centro, unedno Forza Italia a Lega Nord e Fratelli d’Italia. Una coalizione che potrebbe reclutare senza troppi drammi anche Area Popolare, la formazione nata dalla confluenza fra Ncd e Udc e che ha un radicamento maggiore nelle regioni meridionali. Un’apertura che può trovare fondamento sulla base di un comune programma conservatore come dimostra la battaglia del ‘Fertility Day’ lanciata dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Una campagna goffa, mal ideata e mal gestita, ma comunque significativamente rivolta a lanciare un messaggio, fare più figli, che di certo non appartiene all’ideologia libertaria e abortista della sinistra. 

Il centrodestra può tornare a vincere solo se saldato in tutte le sue molteplici anime. Una composizione che potrebbe certamente essere agevolata dalla nuova versione dell’Italicum che sembra destinata ad assicurare il premio di maggioranza alla coalizione e non alla lista. 

Se così fosse bisognerebbe chiedersi fin da subito chi potrebbe guidare uno schieramento così ampio e diversificato. Al netto del valore indiscutibile di Matteo Salvini e Giorgia Meloni che hanno dimostrato di fare estremamente bene quando c’è da ingrossare il consenso dei rispettivi partiti, è evidente che il collante può essere solo una ‘personalità media’, non eccessiva nei toni e nei contenuti, attenta al merito delle cose, con esperienza organizzativa. Come è appunto Stefano Parisi che, coerentemente, nella kermesse milanese 'Energie per l'Italia' ha voluto parlare di industria, posti di lavoro, sviluppo, investimenti. 

Si tratterebbe di una leadership fondata sull’equilibrio e sulla mediazione perché, in caso di vittoria, il risultato sarebbe indubbiamente da accreditare ad un lavoro di squadra in cui ognuno ha fatto degnamente la sua parte. 

Uno scenario già fattibile nel breve termine con un Renzi chiamato a fronteggiare il restyling forzato dell’Italicum e il bagno di sangue del referendum. Stando ai sondaggi, infatti, i No sono davanti ai Sì. Di poco, ma non importa. Il premier sa perfettamente che una sconfitta sulla riforma costituzionale lo screditerebbe definitivamente. Nè il referendum può tradursi in un successo di misura producendo una spaccatura insanabile sul testo di fondazione dello Stato. O è una plebiscito, e così non sarà, o il fiasco è assicurato.

Quanto ai grillini, la vicenda Raggi dimostra ciò che in tanti hanno sempre paventato. E cioè che i seguaci di Grillo sanno essere molto abili e convincenti nella fase della distruzione degli avversari ma non in quella della costruzione di una solida alternativa di governo. 

Ha ragione Berlusconi quando, su Parisi, dice che è «una risorsa» e che va fatto lavorare. Viste le premesse, altre opzioni non sembrano al momento percorribili. E i tempi della politica richiedono una soluzione che va implementata oggi per fruttare al momento opportuno. Un domani che, a giudicare dai segnali, non è per nulla remoto. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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