SICUREZZA NAZIONALE | 25 Febbraio 2015

La scure sulla Difesa

Mentre il governo italiano discute, la Francia muove la portaerei per bombardare l’Isis in Iraq. Altro che «pronti ad intervenire in Libia»: nella spesa militare l’Italia resta il fanalino di coda. Con buona pace di Renzi

di LUCA PIACENTINI

La Francia mostra il muscoli contro lo Stato Islamico e mobilita nel Golfo Persico la portaerei nucleare Charles De Gaulle, tecnicamente capace di proiettare in Medio Oriente il meglio del potenziale bellico di Parigi. La portaerei è posizionata al largo del Bahrein, e ha proseguito a distanza ravvicinata gli attacchi ai terroristi dell’Isis in Iraq. Da settembre i caccia francesi affiancano quelli americani. E oggi preparano il terreno all’attacco delle truppe irachene a Mosul, roccaforte dello Stato Islamico.  

Quella della Francia è una prova di forza del tutto comprensibile. Al di là della necessità del presidente Hollande di risalire la china dei consensi interni, l’intensificazione dell’impegno francese nella coalizione guidata dagli Stati Uniti contro l’Isis è facilmente interpretabile: colpendo Parigi, gli jihadisti hanno ferito al cuore la nazione, che reagisce armi in pugno. 

E l’Italia? Anche il nostro paese ha aderito alla coalizione americana, fornendo armi e supporto logistico. Ma si guarda bene dall’intervenire. Che si tratti di Iraq o di Libia. E non tanto per questioni giuridiche, per altro oggettive, legate alla mancanza di un preciso ombrello Onu, al divieto costituzionale di fare la guerra, e all’assenza del via libera del parlamento, quanto per ragioni di sostanza. In una parola: mancano i soldi. 

Negli ultimi anni i governi hanno tagliato le spese della Difesa, riducendo drasticamente la capacità bellica dell'Italia. Come ricorda Panebianco sul Corriere, le cause sono il disinteresse generale per le questioni di sicurezza nazionale e la cultura della classe politica. 

Non è una novità: i pacifisti a buon mercato ci hanno abituato ai girotondi davanti alle basi Nato e alle antenne americane, ma si sono guardati bene dall’offrire soluzioni al problema fondamentale di ogni stato sovrano, che consiste nel trovare i mezzi per garantire la difesa dei confini. 

Stante il quadro desolante, le parole del presidente del Consiglio Matteo Renzi per cui l’Italia sarebbe pronta ad intervenire in Libia, suonano quanto meno azzardate. La verità è che se nelle prossime settimane ci sarà un intervento militare nello stato nord africano, l’Italia sarà costretta a centellinare le risorse. A differenza delle altre potenze, anche di quelle europee, che comunque spendono mediamente meno di quanto dovrebbero secondo i parametri Nato richiamati dal segretario generale Jens Stoltenberg

Secondo l'International Institute for Strategic Studies (IISS) nel 2013 il budget militare italiano era 25 miliardi di dollari (19 sottraendo le spese di polizia destinate ai carabinieri). Uno sguardo all'ultimo report IISS (riferito al 2014) sulla spesa di difesa globale rende tutto più chiaro e, per differenza, ci dà una rappresentazione numerica della nostra debolezza militare. A parte la riflessione circa gli incrementi percentuali su base annua, che vedono Arabia Saudita, Cina e Russia in testa alla classifica degli stati che hanno aumentato in misura proporzionalmente maggiore il budget della difesa, quel che colpisce è l’ordine di grandezza generale della spesa, superiore ai 40 miliardi di dollari anche per i governi nella parte bassa della classifica in quanto hanno tagliato di più: Germania 44 miliardi, Francia 53, Regno Unito 62, al top gli Usa con 581 miliardi di dollari stanziati nel 2014. Tanto per intenderci: l'Italia è a quota 24 miliardi. 

La decisione è politica: non si può invocare un mondo multipolare e poi pretendere che siano gli altri (leggi: gli Stati Uniti) a difenderci. A riguardo resta attuale la riflessione di Robert Kagan, politologo neoconservatore statunitense, che nel famoso saggio «The Benevolent Empire» apparso su Foreign Policy nel 1998,  scriveva: «Se gli europei perseguissero sinceramente la multipolarità, aumenterebbero pesantemente i loro fondi per la difesa invece di ridurli; prenderebbero la situazione in mano nei Balcani, invece di ripetere che la loro partecipazione dipende da quella dell'America» invece «non solo arretrano davanti al costo della creazione e del mantenimento di un mondo del genere (multipolare, ndr), ma temono giustamente le conseguenze geopolitiche della distruzione dell'egemonia americana». 

 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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