PREMIER NERVOSO | 05 Novembre 2016

La settimana di passione di Matteo Renzi

Dopo il flop di Piazza del Popolo a Roma, Renzi ci riprova con la Leopolda in finto stile low cost. Niente big e il cinismo di usare i terremotati. Ma è solo l’ennesimo trucco in vista del referendum

di ROBERTO BETTINELLI

Dopo il fallimento di Piazza del Popolo ora la Leopolda in finto stile low cost. 

A Roma un Renzi aggressivo e nervoso ha sostenuto le ragioni del Sì al referendum attaccando il «vero partito della nazione che va da Monti a Salvini», strappando applausi ai fedelissimi ma senza raggiungere l’attesa consacrazione a causa della magra e insufficiente risposta delle adesioni. La piazza, tanto per intenderci, era tutt'altro che piena. 

A Firenze il premier-segretario torna nella sua roccaforte inaugurando la settima edizione della Leopolda. La kermesse del renzismo, appositamente in tono minore rispetto alle versioni precedenti, è stata incentrata sui temi del terremoto e della ricostruzione sovrapponendosi, su consiglio del guru della comunicazione Jim Messina, alle celebrazioni in ricordo dell’alluvione del ’66. 

Nella fase cruciale della campagna Renzi inanella due appuntamenti nati con l’obbiettivo di tirare la volata in vista del ‘voto finale’. Indubbiamente il più importante della sua lunga carriera politica. Qualora vincesse il sì, infatti, il segretario del Pd vedrebbe rafforzata immensamente la sua posizione. Diventerebbe, in sostanza, il vero padrone del Paese avendo la possibilità di dirigere indisturbato la politica nazionale e il partito di maggioranza relativa.

Qualora fosse il no a prevalere, invece, la sua carriera ricevere una battuta d’arresto mortale. Perderebbe tutto: governo e partito. Sarebbe impossibile, infatti, rimanere al potere per un premier che, pur non essendo stato eletto, ha tentato di stravolgere la costituzione in modo così violento e irresponsabile. L’esito della sua azione è infatti sotto gli occhi di tutti: un Paese drammaticamente spaccato nel momento in cui avrebbe bisogno di unità e di coesione; una comunità politica delegittimata; una sinistra priva di identità che ha perso fiducia nei propri rappresentanti. 

A Roma, accusando il fronte degli avversari di aver costituito il vero partito della nazione, Renzi ha tentato di celare il suo fallimento che si evince dalla reazione ampia ed eterogenea che ha scatenato la riforma costituzionale. Non essendo riuscito a coalizzare la sinistra e la destra intorno ad un progetto che riduce gli spazi di rappresentanza e di democrazia senza portare alcun beneficio sul fronte dell’efficienza del potere legislativo ed esecutivo, il premier ha scelto consapevolmente di mentire. Ha deciso, cioè, di esercitare il ruolo della vittima quando l’accerchiamento che sta subendo deriva esclusivamente dal fatto che l’opera di manutenzione della costituzione che ha messo in atto è pessima, farraginosa, populista nel metodo e nel merito. 

Gli italiani, a questo punto, devono domandarsi se sia giusto che un premier non liberamente eletto, che ha sempre e solo fatto il politico di professione e che ha varato una legge di bilancio in cui il budget della presidenza del consiglio viene ridotto di soli 8 milioni di euro a fronte di una mole spaventosa di tagli che si tradurranno in meno servizi per i cittadini, trascini gli italiani in una contesa che comunque vada lascerà il Paese in ginocchio. 

La risposta è ovvia: non c’è alcuna giustizia in quello che sta facendo Matteo Renzi. C’è, al contrario, un calcolo ben preciso che riguarda il premier e il suo entourage. In caso di sconfitta per loro sarebbe la fine. Dovrebbero dire addio a onori, prebende, poltrone. 

Veniamo alla Leopolda. Sono diversi gli aspetti che rendono sospetta la manifestazione di punta del renzismo. Fra questi certamente l’assenza di big, il riferimento martellante al sisma che ha colpito l’Italia centrale, la data dei 50 anni dell’alluvione di Firenze. 

In merito al primo punto, si tratta di una mossa ben studiata. Renzi sa che il protagonismo mediatico che ha imposto fin dall’inizio della sua avventura governativa, è ormai prossimo alla completa saturazione. Gli italiani, in definitiva, non ne possono più. Un fattore, la sovraesposizione, che ha spinto perfino il regista dell’operazione che ha portato Renzi a Palazzi Chigi, l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano, a rivolgere critiche severe e inattese verso il pupillo. Piazza del Popolo è stato un segnale inequivocabile della mancanza di presa sull’opinione pubblica. E così la settima edizione della Leopolda ha voluto simulare un profilo low cost, che non è per nulla nelle corde del premier come dimostra l’inutile e costosissimo Airbus 340-500 acquistato da Etihab e destinato ai voli presidenziali, ma che risponde al tatticismo di una propaganda sempre più sprezzante e irrispettosa delle regole democratiche. 

Il binomio terremoto-alluvione vuole sottolineare l’impegno del governo in una fase di assoluta emergenza lanciando il messaggio di un’urgenza che impone l’agire come priorità massima e incondizionata. Un agire che può essere innescato e condotto con i mezzi straordinari che solo il premier e l’esecutivo possono mettere in campo derubricando a un fastidioso rumore di fondo la discussione sul referendum. 

Una strategia comunicativa scientemente individuata, perseguita con cinismo, che contrasta con l’ingenuo e romantico idealismo molto spesso evocato dalle parole del segretario del Pd. In quest’ottica persino il cinquantesimo anniversario dell’alluvione diventa un assist imperdibile, da coartare immediatamente, e che va brutalmente finalizzato per creare l’associazione positiva con un episodio, il tragico straripamento dell’Arno, che ha visto l’Italia risollevarsi e ripartire. 

Cosa che, fa intendere la narrazione dello staff renziano, potrebbe riaccadere pari pari se gli italiani votassero sì al referendum e si affidassero definitivamente alle cure taumaturgiche dell’ex sindaco di Firenze. 

La Leopolda corona e chiude la settimana di passione di un leader che si sta giocando il tutto per tutto dimostrando un attivismo che cresce di intensità e di scorrettezza man mano che si avvicina il 4 dicembre e i no, contro ogni sua aspettativa, restano fatalmente in vantaggio.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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