OLTRE LA CRISI | 15 Dicembre 2014

La sfida di Draghi alla tecnocrazia europea

Draghi vara la strategia del quantitative easing e finisce nel mirino della Bundesbank. Carlo Altomonte dell'Università Bocconi difende l'operato del governatore della Bce: «Ha capito che l’austerità non funziona e agisce di conseguenza»

di ROBERTO BETTINELLI

L’Unione Europea rischia di andare in pezzi se non si decide di mettere mano alle riforme fondamentali che devono completare sul piano della politica fiscale e della rappresentanza democratica quanto già fatto sul fronte della moneta comune con il varo dell’euro. La Bce ha dovuto rivedere al ribasso le stime del Pil fino al 2016. Il governatore Mario Draghi, contrastato duramente dal tedesco Weidmann e dalla Bundesbank, si prepara a lanciare la strategia del quantitative easing con il maxi piano da 500 miliardi di euro per acquistare titoli di stato. Nel frattempo le principali economie del continente, Germania, Francia e Italia, si allontanano dalla ripresa pagando la concorrenza dei paradisi fiscali e la pesante contrazione dell’export dovuta all’embargo russo. Stati Uniti e Cina continuano a crescere fronteggiandosi in una sfida a due che fa sembrare l’Unione Europea come il grande malato dell’economia globale. 

Per capire che cosa sta succedendo abbiamo intervistato Carlo Altomonte, docente di politica economica europea all’Università Bocconi, membro del comitato scientifico della Fondazione De Gasperi, consulente della Commissione europea, del Parlamento europeo e della Bce sul commercio e gli investimenti internazionali. 

La Banca Europea sta facendo tutto il possibile per sostenere le economie del vecchio continente?
«Il tasso d’interesse è a zero. Vuol dire che si sta operando per diminuire il costo del denaro così da favorire la liquidità e gli investimenti. La Bce ha varato strumenti d’intervento diretti come l’acquisto di attività finanziarie e sembra che Draghi voglia spingersi fino a comprare titoli di stato dei paesi europei. Su questo punto specifico esistono note difficoltà alla luce dei vincoli fra gli stati. E’ la cosiddetta politica non convenzionale. Inoltre la vigilanza bancara unica, sempre in capo alla Bce, dovrebbe progressivamente consentire condizioni di finanziamento omogenee al sistema bancario, e dunque alle imprese, in tutti gli stati ». 

L’Eurozona è in contrazione mentre altre economie come gli Stati Uniti seguitano a crescere e a generare nuova occupazione. Da che cosa è determinato questo gap che penalizza i Paesi dell’Unione Europea?
«Le risposte da dare sono due. Una è di carattere strutturale. L’Europa non ha mai completato il processo di riforme necessario per garantire efficienza, produttività, crescita demografica e occupazionale. Il risultato è che ha perso competitività in una prospettiva di lungo periodo. A ciò si aggiunge che gli Stati Uniti hanno saputo adottare nella fase del dopo crisi un opportuno pacchetto di iniziative sul fronte fiscale e monetario. L’Europa non ha potuto imboccare un percorso analogo dovendo fare i conti con maggiori vincoli in ambito monetario, che a loro volta dipendono da politiche fiscali che restano decentrate. Il risultato è che nel biennio 2013-14 l’indirizzo della politica economica europea è stato restrittivo. Non c’è stato nessuno stimolo e la bassa inflazione, associata a una bassa crescita, ne sono la prova più evidente». 

Quale sarà il probabile effetto del continuo calo del prezzo del petrolio sull’economia europea?
«In condizioni normali spendere di meno per gli approvvigionamenti di materie prime dovrebbe produrre maggiore valore aggiunto facilitando la crescita e i consumi. Ma nella situazione in cui si trova oggi l’Europa la riduzione del prezzo del greggio è un ulteriore elemento deflazionistico. Siamo in un contesto dove i prezzi stanno calando. E questo sta diventando un problema molto grave. Se diminuiscono i prezzi, il valore reale del debito aumenta con il risultato che l’effetto positivo del minor costo delle materie prime arreca un beneficio solo parziale. Le aspettative di crescita sono depresse: il che vuol dire meno consumi e meno investimenti»

Il braccio di ferro con la Russia sta determinando un aumento pericoloso della tensione fra l’Unione Europea e il governo di Mosca. Chi ci rimette di più? 
«Ci rimettono entrambi. La Russia sta subendo le sanzioni, una forte svalutazione del rublo, l’aumento del rischio di default, il taglio dei finanziamenti alle aziende. Tutti indicatori che annunciano la recessione prevista nel 2015. L’Europa ha perso il vantaggio economico dovuto all’export e ormai è costretta ad agire dentro uno scenario geopolitico in cui è aumentata l’incertezza e che è destinato a contrarre gli investimenti. Chi ci guadagna a mio avviso sono gli Stati Uniti che di fatto hanno imposto la crisi ucraina senza pagarne le conseguenze. Mi chiedo perché l’Europa debba continuare ad assecondare una visione che la penalizza fortemente…». 

E’ ipotizzabile una fine dell’euro come auspicano le forze populiste che stanno guadagnando terreno in Europa? 
«Penso che l’euro sia ampiamente perfettibile. Così com’è la moneta unica è il frutto di vincoli istituzionali troppo restrittivi e di un eccesso di austerità che ha caratterizzato gli ultimi due anni della politica economica europea. L’euro è uno strumento della politica economica, non il fine assoluto e intoccabile. E’ ormai evidente a tutti che questa versione dell’euro non funziona. Ma è da riconoscere il fatto che si sta lavorando con grande fatica per modificare le cose. Si tratta di un processo che richiede tempo, aggiustamenti, gradualità, mediazioni e regole condivise, perchè comunque mette in gioco la sovranità degli Stati. Non è quindi un risultato immediato che si ottiene con un tocco di bacchetta magica». 

Non è meglio tornare allora alle valute nazionali e abbandonare il progetto della moneta comune?
«Da qui a dire che va battuta la strada alternativa della moneta nazionale tornando alla lira, del marco o del peso, ce ne vuole. Prima di abbattere la seconda valuta mondiale è meglio ricordare che ci sono migliaia di miliardi di dollari investiti in euro, ed un sistema bancario (che, ricordiamolo, custodisce i nostri risparmi) che da questo dipende. La piccola palla di neve lanciata dalla montagna che diventa una valanga può dare bene l’idea di quello che potrebbe accadere qualora si decidesse di abbandonare l’euro. Il rischio è altissimo e non è possibile fare previsioni precise su ciò che accadrà». 

Eppure c’è chi dice che un l’euro sta uccidendo le nostre esportazioni. Lei che cosa ne pensa?
«Credo che si siano sovrastimati i vantaggi della svalutazione della moneta ai fini dell’export. Oggi sulla scala globale il prezzo e la valuta sono fattori sempre meno importanti. Contano di più la qualità del prodotto, la competenza messa in campo da chi vende beni e servizi, l’affidabilità dimostrata nel tempo, le relazioni commerciali con le grandi multinazionali. Il costo del lavoro in Italia è tra i più alti al mondo, abbiamo una tassazione sulle imprese iniqua e a dir poco mortificante, ma questo non impedisce alle nostre aziende di vendere i nostri prodotti. Certo, ci sarebbe un impatto positivo se la moneta fosse meno forte, ma non così grande come si vuole credere. Facendo un’analisi molto razionale, avremmo poco guadagno dall'abbandono dell'euro ma un rischio enorme al punto da essere neppure calcolabile. Non ne vale la pena. Diciamo che un buon padre di famiglia non si farebbe mai convincere da una scelta che prevede costi così alti e benefici incerti». 

Lei è tra coloro che ritengono che non solo va salvaguardato l’euro, seppur con modifiche rilevanti, ma che l’Europa debba assumersi la responsabilità di una politica fiscale comune: un ministero delle Finanze unico, tassazione uniforme nei paesi aderenti al trattato, stesso criterio per la spesa pubblica che prevede trasferimenti alle nazioni da parte dell’Unione Europea…
«Gli Stati Uniti hanno una politica fiscale comune grazie al governo federale. Il che vuol dire autonomia per i territori ma regole condivise in materia fiscale e monetaria. La Germania ha portato a termine l’impresa ciclopica della riunificazione addossandosi i costi e i debiti dei tedeschi dell’est. L’Italia stessa ha sperimentato dal secondo dopo guerra un continuo trasferimento di risorse dal Nord, soprattutto dalla Lombardia, che esplicitamente o implicitamente continua tuttora, e che va a sostegno delle più fragili regioni meridionali. Ciò che manca all’Europa è una politica fiscale comune, una vera solidarietà fiscale, un sistema virtuoso e direi assolutamente naturale di trasferimenti, ma tutto questo non deve accadere per gentile concessione della Germania o per un colpo di mano delle nazioni meno forti come l’Italia». 

E’ un obbiettivo che può essere realizzato secondo lei?
«Serve una volontà comune, una vera rappresentanza democratica, bisogna definire nuove regole che assicurino una sovranità autenticamente condivisa, un sistema di controllo reciproco accettato da tutti. Secondo me non è detto che questa prospettiva, nonostante le rappresentazioni della stampa, convinca di più chi lamenta oggi, a ragione, un difetto di democraticità e di partecipazione alle decisioni in materia economica. Sono convinto che, differentemente da quanto si pensi, la Germania è molto più pronta agli eurobond che non l’Italia. Ma è evidente che se accetti che qualcuno ti affidi soldi e risorse non puoi pensare di non risponderne. Bisogna fissare le regole e rispettarle. Niente di più». 

Il caso italiano: ci può essere punto di equilibrio fra le ragioni della nostra economia reale e una valuta forte come l’euro che penalizza l’export?
«Non c’è una contraddizione fra questi due aspetti. L’Europa non ci chiede di sacrificare le nostre specificità. Abbiamo marchi di altissimo valore: da un lato dobbiamo valorizzarli al meglio e il governo con lo ‘Sblocca Italia’ ha operato positivamente. Resta il fatto che i parlamentari italiani a Bruxelles devono fare una battaglia all’interno delle istituzioni comunitarie e del parlamento europeo per combattere regolamenti che a volte tendono ad armonizzare e omologare in misura eccessiva. E’ una battaglia che i nostri rappresentanti più validi stanno facendo». 

Germania, Francia e Italia hanno preso posizione contro i paradisi fiscali. E’ un’iniziativa che può generare conseguenze concrete?
«Prima di tutto è un principio etico: tutti i soggetti economici devono essere trattati in maniera uguale davanti alla legge fiscale. Non è solo una battaglia europea. Gli Stati Uniti hanno lavorato parecchio all’interno del G20 per combattere il fenomeno dell’elusione fiscale su scala globale. Le regole devono esserci, chiare e non discriminatorie. Bisogna evitare che con la globalizzazione il genio scappi fuori dalla lampada. Se Alibaba paga le tasse in Cina, Google deve pagarle negli Stati Uniti».  

Qual è secondo lei la sfida più grande per l’economia europea a breve e medio termine?
«Affermare il principio della rappresentatività democratica così da potere giustificare la necessità di una sovranità fiscale comune. La legge di bilancio può essere licenziata solo se condivisa, discussa, approvata al termine di una valutazione complessiva che può scaturire solo da un sistema decisionale autenticamente democratico. E non perché è stata imposta dalla Troika, dalla Germania o da qualsiasi altro Paese che si trova in una posizione di forza rispetto agli altri…».

E a lungo termine?
«Capire il ruolo che l’Unione Europea vuole giocare all’interno dell’assetto geopolitico mondiale, decidere che cosa si vuole fare davanti alla bipolarità americana e cinese. L’Europa rappresenta il terzo polo ma finora non ha saputo esprimere una visione strategica. L’esempio della crisi con la Russia è paradigmatico. Mosca produce il 20% del petrolio e del gas, ha il secondo arsenale nucleare del mondo, è un mercato enorme per i nostri prodotti. Eppure ci siamo illusi di poter tagliare fuori i russi da tutto solo perché abbiamo capito che non avrebbero mai voluto entrare nell’Unione Europea…». 

La strategia di quantitative leasing di Draghi può funzionare? 
«Il giudizio sull’operato del governatore Draghi non può che essere positivo. E’ lui che finora ha tenuto insieme tutto. Ma bisogna distinguere tra il Draghi in atto e in potenza. Il primo agisce con grande capacità misurandosi necessariamente con gli inevitabili condizionamenti di un’economia europea che viene da due anni di politiche restrittive, il secondo ha sviluppato una lucida analisi di che cosa è necessario fare ed è oggettivamente convinto che serva meno austerità, anche e sopratutto sul fronte fiscale, nonchè un serio e credibile programma di riforme strutturali negli stati membri, a partire dal mercato del lavoro. Ciò che stiamo vedendo e che ancora di più vedremo a breve è la conseguenza coerente e diretta della sua analisi». 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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