AUTUNNO CALDO | 04 Novembre 2014

Gioco di sponda

La legge di stabilità fa poco per le imprese ma Squinzi sta con Renzi

di ROBERTO BETTINELLI

La legge di stabilità di Matteo Renzi non piace a Confindustria come lo stesso premier e Giorgio Squinzi vogliono far credere. 

L’allineamento di Viale Astronomia alla politica economica del governo non è il frutto di una genuina identificazione. E’ un atto di umiltà davanti a ciò che offre la realtà. Nel suo intervento all’assemblea degli Industriali a Brescia, Squinzi ha avuto parole di gratitudine per il premier. Ma sa bene che una manovra targata Dem, alla fine, deve tener conto di troppi equilibri e di fattori estranei che poco hanno a che fare con la vita delle imprese. 

La galassia Dem è molto articolata e ospita una maggioranza progressista e una minoranza conservatrice che si sovrappongono ben oltre la nettezza schematica raccontata dai media. Esistono zone d’ombra in cui diventa difficile individuare con precisione parentele e appartenenze. Per ottenere il via libera sull’articolo 18, spiega Cesana sul Foglio, Renzi ha compattato una “maggioranza bielorussa” pari all’86% della direzione nazionale, ma non ha mai smesso di giocare una prudente e duplice partita comunicativa. La sfida non deve lasciare nessuno sul campo. Nè il premier nè i sui avversari. 

A Brescia Squnzi non si è sottratto dall’obbligo di corrispondere l’obolo verso una manovra che al di là della folgorante battage renziano è compromessa da una visione non affine al mondo delle imprese. Squinzi ha sfoderato un elenco dei difetti pari se non superiore a quello dei pregi: credito d’imposta per la ricerca che non agevola la competitività, mancanza di investimenti e incentivi per l’export e per l’ammodernamento degli impianti, Irap retroattiva che torna a rialzarsi al 3,9 dopo essere scesa al 3,5 e l’immancabile epilogo dei decreti attuativi che rimette nelle mani dei burocrati di stato il potere di tradurre in realtà le chimere renziane. 

Gli 80 euro hanno succhiato gran parte delle risorse della manovra riducendo di molto i margini per gli interventi a favore delle imprese. La trovata del Tfr rischia di indebolire finanziariamente le aziende già provate da una crisi sfiancante che non allenta la presa. Senza contare che il passaggio dall’abolizione alla tipizzazione dell’articolo 18 non è altro che un raffinato escamotage per far tacere al momento opportuno la minoranza Dem, offrendo un esito conciliatore a uno scontro che deve incendiare la scena mediatica ma non deve scardinare l’assetto di un partito che vuole governare per tutta la legislatura e se possibile per i cinque anni successivi. Ipotesi che in molto credono realistica soprattutto per la completa assenza di alternative, considerata la penosa agonia in cui versa un centrodestra dove l’ambiguità centrista di Ncd e la litigiosità di Forza Italia hanno riportato in auge la Lega Nord del segretario Salvini. 

Ma se la posizione degli Industriali non può rispecchiarsi nelle decisioni economiche del governo Renzi, bisogna chiedersi allora da dove nasce la parvenza di sintonia. La risposta non può che essere rintracciata nei recenti scontri tra le forze dell’ordine e gli operai dell’accaieria di Terni a Roma e nell’ottusa autotutela della Cgil e della Fiom, artefici di una politica vetero-statalista che ricade nel sistematico errore di immaginare il lavoro unicamente come lavoro dipendente e preferibilmente come lavoro pubblico. 

Per dirla in altre parole, Renzi e Squinzi sono alleati perché hanno lo stesso nemico. Forse la sintomia ci sarebbe comunque: Renzi è tutto tranne che un uomo di sinistra e Squinzi, da buon imprenditore abituato a combattere nella feroce arena del mercato globale, ne riconosce il coraggio e la sfrontatezza. Ma ciò che li unisce davvero sono le distorsioni e i mali atavici della sinistra italiana. La fronda, in casa PD, conta parecchio, molto più di quanto si pensi. In casa Cgil e Fiom, invece, comanda. E questo complica molto le cose per chi gui guida il paese e il partito che ha ereditato le relazioni del vecchio Pci.

Avendo lo stesso nemico, Renzi e Squinzi collaborano. Senza Renzi, Squinzi si troverebbe a commentare una manovra scritta da Fassina che sarebbe come consegnare il paese alla bancarotta. Senza Squinzi, Renzi sarebbe messo all’angolo dalla sinistra Dem e finirebbe ‘rottamato’ in men che non si dica. 

Nel frattempo le aziende italiane continuano a sentire la mancanza di una politica autenticamente liberale. L’Italia ha un debito pubblico pari al 133,8% del Pil e una disoccupazione che sfiora il 13%. Queste cose le sanno sia Squinzi che Renzi. Quando il primo incita il premier in fondo si limita a fare i conti con la realtà accettando ciò che passa il convento. Quando Renzi dice che con il suo governo si è aperta una “opportunità pazzesca per cambiare l’Italia”, le spara grosse. Ma omai lo conosciamo. Si sa che non lesina sulle parole. Solo con quelle però.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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