SCENARIO | 26 Novembre 2014

La strana isteria della politica italiana

La novità del dopo voto, tutti alla ricerca di un alleato per sopravvivere

di ROBERTO BETTINELLI

La prova minimale del voto in Emilia Romagna e Calabria dimostra una grande verità della politica italiana: è finita l’epoca delle rendite. La vittoria mutilata di Renzi nella regione più rossa d’Italia dove si è registrata un’astensione senza precedenti al punto che poco più del 35% degli elettori si è recato alle urne e dove il Pd ha perso oltre 300mila voti in quattro anni, l’esplosione della Lega Nord su impulso della linea massimalista e lepeneniana di Salvini, il crollo di Forza Italia e del Movimento 5 Stelle, l’irrilevanza dei consensi di Ncd che assume sempre di più il profilo di un partito meridionalista, l’affermazione del candidato ‘comunista’ Oliviero in Calabria e la nascita di una corrente anti renziana in parlamento che è uscita platealmente allo scoperto con il voto sul Jobs Act. Sono tutti segnali che la politica italiana diventa ogni giorno più instabile, soggetta a fibrillazioni interne e ripensamenti degli elettori, ben oltre il copione dell’alternanza previsto dalla competizione bipolare di stampo anglosassone. 

Renzi, per esempio, ha inanellato il suo quinto successo elettorale alle regionali. Ma nella terra storicamente più affezionata alla sinistra, il Pd continua a perdere un mare di voti ed è costretto a fare i conti con un tasso di astensione che ha colpito quasi sei elettori su dieci. Il braccio di ferro col sindacato e la nascita di una corrente ostile e strutturata che ha i suoi uomini simbolo in Fassina, Civati, Cuperlo, oltre ai pessimi rapporti con i vecchi saggi del partito, Bersani e D’Alema, sono fattori che singolarmente possono essere pericolosi, non letali, ma se messi insieme rischiano un effetto valanga che può travolgere il premier. Tanto più che Renzi, se dovesse venir meno una sponda liberale come Ncd, non potrebbe arginare con efficacia le spinte dirigiste di un partito che è fortemente restio a superare barriere ideologiche e freni conservatori. Lo psicodramma identitario sull’articolo 18 e sul calo dei tesseramenti ne è la riprova evidente. 

Quanto agli elettori di Grillo ritengono ormai più utile starsene a casa piuttosto che scomodarsi per raggiungere un seggio e consegnare il voto a una formazione che, escluso qualche raro episodio, continua a comportarsi come un freezer, sterilizzando e uccidendo sul nascere ogni volontà di cambiamento.  

Il segretario della Lega Nord Salvini appare come il vero trionfatore. Ma solo se il criterio è numerico. Il suo candidato in Emilia, Alan Fabbri, ha ottenuto il 20% dei voti con il risultato di trasformare la Lega nel secondo partito dell’Emilia Romagna. Un traguardo insperato fino a poco tempo fa, ma che è stato raggiunto con una campagna in cui a prevalere sono i ‘no’ piuttosto che i ‘si’. Salvini, abile a comunicare quanto Renzi, si è posto l’obbiettivo di far crescere il partito per far dimenticare gli scandali che hanno scosso la dirigenza leghista del cerchio magico bossiano e per cambiare a proprio favore gli equilibri all’interno del centrodestra. C’è riuscito. Ma ora che ha difeso l’integrità della Lega di opposizione, deve salvaguardare quella di governo. E non è per nulla facile. Da solo non può farcela. Ha bisogno di alleati: Forza Italia prima di tutto, ma anche il Nuovo centrodestra, ovvero le forze con le quali Maroni governa una regione come la Lombardia, che è cruciale per tutto il Paese ma a maggior ragione per la Lega Nord. Il can can sollevato sull’uscita dalla moneta unica può essere un ostacolo insuperabile. Salvini deve decidere quanto può essere sacrificato in nome delle alleanze del violento programma di lotta che finora ha rappresentato la principale ragione del suo successo. 

Ncd e Forza Italia dovrebbero avere finalmente compreso quanto la scissione lede gli interessi di entrambi. Ncd, grazie al contributo dell’Udc, ha toccato quota 9% in Calabria e un misero 2,66% in Emilia Romagna; dal canto suo Forza Italia si è fermata all’8% in Emilia mentre in Calabria al 13%, arrivando al 20% solo grazie al contributo di altre due liste. Berlusconi, considerato l’esito, ha capito subito il problema e ha dichiarato: «Basta liti, alleanze con tutti». Poi ha teso la mano a Salvini, proponendosi come regista di un nuovo patto che per forze di cose, se si vuole raggiungere la giusta massa critica contro la corazzata renziana, deve essere esteso anche al Nuovo centrodestra e alle formazioni che si inseriscono nel solco di ciò che un tempo era Alleanza Nazionale. Il Cavaliere è tutto tranne che uno sprovveduto e se non vuole veder spazzati via i suoi 20 anni di gloriosa attività nell’arena politica nazionale sa che è il momento di ricostruire un sistema di alleanze che rappresenta la sola e unica possibilità per ‘allargare la rete’, interessare la sfera più ampia di messaggi, storie e sensibilità, arginando il fenomeno devastante dell’astensione. Renzi, ovviamente, farà la stessa cosa e metterà sul piatto il grande consenso di cui oggi gode nel Paese. I ‘piccoli’, a loro volta, dovranno decidere a chi rispondere. Inoltre, la geografia del voto, con le rappresentanze territoriali, dirà la sua in un contesto così febbrile, esprimendo tendenze che vedono una spaccatura fra centro e periferia. Non dimentichiamo che un partito come Ndc governa in Lombardia insieme a Salvini, ma il ministro dell'Interno Alfano, guida del Nuovo centrodestra, è il bersaglio prediletto del segretario leghista. 

La strana isteria della politica italiana non può che avere un epilogo: una strategia di alleanze che spinge a guardare oltre il particolare e in direzione del futuro più che del presente. E questo, al netto dei colpi bassi, degli sgambetti e delle pugnalate alla schiena, potrebbe essere un bene.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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