ATTENTATO A OTTAWA | 23 Ottobre 2014

Il 'fronte interno' non cederà

Attentato a Ottawa. Jihadisti pronti a colpire dietro le linee nemiche

di ROBERTO BETTINELLI

L'occidente non può più considerarsi al sicuro ora che gli jihadisti hanno lanciato la strategia del fronte interno. L’attentato di Ottawa con il 32enne convertito all’Islam che ha assaltato il parlamento a colpi di fucile e con la kefiah calata sul volto, ha provocato la morte dell’eroico soldato Nathan Cirillo e ha gettato nello sgomento il Canada. Solo 48 ore prima a Montreal un altro estremista islamico aveva travolto con la sua auto due militari, uccidendone uno. Un mese fa la polizia australiana ha arrestato a Sidney e Brisbane 15 jidahisti che progettavano omicidi e decapitazioni. 

La lista degli attentati si allunga di giorno in giorno. Ma anche se si analizzano i profili degli attentatori e si mettono in risalto i loro precedenti penali per spaccio di droga e altri reati come è stato fatto con il 32enne Michael Hall responsabile dell’assalto al parlamento canadese, non siamo in presenza di una semplice emulazione. 

Ottawa, Montreal e Sidney sono il frutto di una strategia studiata a tavolino che ha i suoi registi nei vertici dell’Is, l’esercito integralista che combatte nel nord dell’Iraq per la costruzione dello Stato islamico. Non è un caso che i terroristi abbiano scelto come obbiettivo il parlamento canadese. Il governo del premier Harper ha deciso di inviare otto caccia in Medio Oriente aderendo alla campagna aerea contro il Califfato sostenuta dagli Stati Uniti. Non è ancora certo che l’attentatore di Ottawa, il 32enne Michael Hall diventato Michael Zehaf Bibeau, e il 25enne di Montreal si conoscessero. Ma i due episodi non possono che essere collegati.  

Il messaggio dell’Is è chiaro: ogni Paese che entra a far parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti può diventare un facile bersaglio. E’ la minaccia dell’apertura di un fronte interno che in uno stato di guerra non può essere sottovalutato. Una dura lezione che gli Stati Uniti hanno imparato a loro spese ai tempi del conflitto vietnamita. Una guerra che il governo di Nixon decise di perdere più per calcolo politico che per l’impossibilità di continuare a sostenere il confronto militare con i Vietcong, dando la priorità alla ‘tenuta’ interna della democrazia americana messa a rischio dall’ondata inarrestabile della contestazione giovanile e delle proteste dell’intellighenzia. Ma la strategia del fronte interno, come insegnò l'Algeria alla Francia, può dare i suoi frutti solo se accanto alla paura si diffonde nell'opinione pubblica la convinzione che si sta combattendo una guerra assurda e ingiusta. 

Il Califfato non è il Vietnam come non lo sono stati l’Iraq e l’Afganistan dopo l’11 settembre. In Indocina gli Stati Uniti si erano fatti intrappolare in una guerra che avevano scatenato contro un nemico che aveva commesso il solo errore di abbracciare la fede comunista. Oggi gli Stati Uniti e le democrazie occidentali devono difendersi dall’odio di chi le vuole distruggere per il solo fatto di non appartenere all’Islam. E’ chiaro a tutti, in questi Paesi, perché bisogna continuare a combattere e un attentato come quello di Ottawa spinge a farlo con ancora più determinazione. 

 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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