IL CASO QUARTO | 15 Gennaio 2016

La triste storia dei puri che vengono epurati

Il caso della giunta grillina di Quarto travolta dallo scandalo di coinvolgimenti con la camorra è l'ultimo episodio di una storia nota: il destino disgraziato delle forze politiche che si sono auto-proclamate 'partito degli onesti'

di ROSSANO SALINI

Si protrae ormai stancamente la triste storia dei partiti italiani che si proclamano portavoce dei puri, degli onesti. Le vicende che in questi giorni stanno dissestando gli equilibri interni al Movimento 5 Stelle, con gli affari camorristici che hanno travolto la giunta grillina di Quarto e insieme ad essi i vertici del Movimento, sono l'ultimo capitolo di un romanzo sbocciato dopo la stagione di Mani Pulite, ma nato in realtà molto prima.

Troppo parziale, infatti, e veramente troppo sbilanciata sul versante Lega-Pdl la ricostruzione della recente storia italiana del partito degli onesti, tracciata giovedì 14 gennaio su La Stampa da Mattia Feltri. Nessuna menzione ad esempio, nel pur acuto articolo, della questione morale di berlingueriana memoria, che forse è il vero archetipo del problema. Perché è nella vecchia e pretesa superiorità morale della sinistra che nasce il tarlo farisaico dell'auto-proclamazione a partito degli onesti. Che proprio in quel sentirsi e proporsi come diversi sul piano morale, come se quella potesse assurdamente essere la caratterizzazione esclusiva di una parte contro un'altra, mostra tutta la sua debolezza culturale e la sua sinistra (non in senso politico) predestinazione. Chi si proclama puro, recita un adagio, troverà inevitabilmente prima o poi uno più puro in grado di epurarlo. O più semplicemente, proclamarsi puri ed onesti è intrinsecamente sbagliato, ed è forse la peggiore delle degenerazioni del dibattito politico-culturale.

Come noto, l'onestà va praticata e non sbandierata. Niente di più banale, e al tempo stesso niente di più disatteso. Risulta infatti fin troppo evidente che la purezza assoluta, la moralità da discorso epidittico altro non è che la virtù di chi sta al margine, di chi non gestisce partite di potere. Appena le mani entrano in pasta, subito, per cause indipendenti e di forza maggiore, si sporcano. Il che non significa affatto, nella stragrande maggioranza dei casi, macchiarsi di reati. Ora più nessuno ha il coraggio di affrontare limpidamente questa elementare constatazione, perché si correrebbe il rischio di sembrare pubblici difensori della disonestà, sotto le cattive sembianze del «così fan tutti».

E invece non è così. Sarebbe il caso di iniziare ad affrontare con più realismo il problema, dopo lo sgretolarsi delle varie incorruttibilità di tutti i partiti degli onesti, una dopo l'altra. È successo col Pci-Pds-Ds-Pd, la cui pretesa superiorità morale è ormai soltanto un lontanissimo ricordo (si son tenuti solo un po' di snobismo culturale, ma con Renzi anche quello si sta erodendo sempre più); è successo col Pri «partito degli onesti» di La Malfa; è successo in maniera clamorosa con il partito di Antonio Di Pietro, che solo di sbracata questione morale viveva e su quella è morto in maniera a dir poco miserabile; e, certo, è successo anche con il giustizialismo di destra, incarnato soprattutto da Lega e An ai tempi di Mani Pulite. Ora tocca ai 5 Stelle. Tocca cosa? Di fare i conti col potere? No, qualcosa di più profondo: di fare i conti con la realtà. Una realtà che per sua stessa natura svicola dalle riduzioni ideologiche di matrice vagamente manichea. Tutto il bene da una parte e tutto il male dall'altra era una frottola bella e buona già ai tempi della contrapposizione Pci-Dc, anche se in pochi lo capivano; ora ha l'aggravante di essere una frottola vecchia e marcita.

Il Movimento 5 Stelle su questa frottola morale è nato e ha prosperato. E continua a prosperare a livello nazionale perché si alimenta del suo essere opposizione perenne, conquistandosi comodamente la scadente palma di chi ha tanto consenso ma non vince mai, sufficiente a garantirsi l'onore della brillante figura sui giornali e al tempo stesso a non sobbarcarsi l'onere del potere. Laddove, in alcune amministrazioni locali, quel potere ha incominciato invece a essere gestito, la chimera della purezza assoluta è già svanita; e lo è fino al punto di gettare nel panico l'intero partito, che si trova per la prima volta a fare i conti con una possibile perdita di consenso proprio intorno a quello che fino ad oggi è stato il suo 'core business'.

Perché prima o poi il moralismo, oltre a infiacchire, porta anche sfortuna.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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