VECCHIA GUARDIA | 01 Ottobre 2014

Due pesi e due misure

La doppia faccia di Pierluigi Bersani

di ROBERTO BETTINELLI

ROBERTO BETTINELLI

Disegnare il ritratto di Pierluigi Bersani significa raccontare la storia di un politico di professione che in materia economica ha sempre applicato due pesi e due misure. Uno per i lavoratori dipendenti e uno per chi fa la libera professione e ha deciso di imboccare la strada impervia del lavoro autonomo.

“No a prendere o lasciare sull'articolo 18” ha dichiarato Bersani sparando a zero contro chiunque voglia toccare la legge assurda che obbliga al reintegro del lavoro licenziato da parte del giudice.

Laura in filosofia, cresciuto nelle 'giovanili' del Partito Comunista Italiano, Bersani ha seguito l'evoluzione del suo partito facendo attenzione a non perdere nessuna delle tappe salienti: PDS, DS e il PD che l'ha visto salire al sommo grado di segretario dal 2009 al 2013 quando è stato abbattuto come un fuscello dallo tsunami Matteo Renzi.

Bersani, nella discussione sull'abolizione dell'articolo 18 ha deciso di tenere una linea 'ideologica' affine a quella della Cgil, coerente con il suo passato di militante del PCI, pronta a partorire l'ennesima brodaglia legislativa ma chiaramente in contraddizione rispetto a quella missione 'liberalizzatrice' che aveva abilmente incarnato quando era ministro dello Sviluppo economico nel secondo governo Prodi.

Era il 2006 e il futuro segretario del Partito Democratico, spalleggiato dal presidente del consiglio Prodi che aveva alle spalle una proficua e prestigiosa carriera nelle aziende di stato e che a tutto poteva essere sensibile tranne che alle ragioni del lavoro autonomo, decise con un decreto di fare tabula rasa delle tariffe minime dei professionisti.

Il decreto Bersani aboliva i compensi minimi. Una rivoluzione che ha interessato circa due milioni di professionisti. A quei tempi non c'era ancora la crisi ma lo stato cominciava ad arrancare. Gli enti pubblici non potevano sopravvivere senza il lavoro dei professionisti. Di soldi in cassa ce n'erano sempre meno. Il decreto Bersani venne salutato dalle amministrazioni come un vero colpo di fortuna.

Anche sul fronte politico avverso ci fu chi ingenuamente ringraziò Bersani per aver finalmente impresso una svolta epocale alla sinistra italiana, avviando una revisione ideologica a favore della liberalizzazione del mercato del lavoro.

Ma era solo fumo negli occhi come testimonia la presa di posizione dell'ex segretario sull'articolo 18. Una misura che penalizza il mercato del lavoro italiano, allontanando gli investimenti che rappresentano l'unica soluzione per superare lo stallo della recessione economica. La disoccupazione giovanile ha toccato il nuovo record del 44,2% mentre quella generale è ormai attestata oltre il 12%. Sono i numeri di un Paese in ginocchio. L'abolizione dell'articolo 18 da sola non basta per risollevarlo, ma è un buon punto di partenza. 

L'esito del decreto Bersani è controverso e anche oggi è difficile stilare un bilancio. Ma la realtà dice che i liberi professionisti sono stati sacrificati senza ottenere nulla in cambio. Le tasse sono aumentate di anno in anno fino a un livello insostenibile. Gli obblighi e le scadenze burocratiche pure. L'imposizione del pos per il pagamento elettronico è solo l'ultimo atto di una presa in giro dopo le invenzioni del redditometro e degli studi di settore. Tutti interventi punitivi che lo stato utilizza per fare cassa e che rivelano la malafede verso i professionisti trattati alla stregua di evasori fiscali incalliti. Inoltre i risparmi ottenuti dalla pubblica amministrazione sono stati compensati da un aumento vertiginoso dei contenziosi. Un fenomeno che riguarda soprattutto il settore delle opere pubbliche dove gli errori di progettazione, le mancanze e le omissioni sono aumentate proporzionalmente alla caduta dei compensi dei professionisti. I giovani che si sono messi in proprio, oltre mezzo milione solo nel 2013, hanno ottenuto ben pochi benefici. Molto spesso si tratta di false partite Iva che mascherano un rapporto di lavoro dipendente.

Insomma, quando c'è stato da tagliare i redditi dei professionisti Bersani era in prima fila, più determinato che mai. Ma ora che deve abolire l'articolo 18 e liberalizzare il lavoro dipendente, vero bacino di voti per il suo partito, si tira indietro e mostra quello che è veramente. Un membro autorevole di quel “club dei filosofi” che rappresenta la vecchia guardia del PD e che incarna l'immobilismo della sinistra tricolore.  


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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