CHIESA | 14 Giugno 2015

La vera “battaglia” per i cattolici è ritrovare l’unità

Divisi sulla piazza, divisi sul Papa, divisi sul carisma. Accuse reciproche, liti e spaccature. Ma che succede al cattolicesimo (per lo meno a quello italiano)?

di RICCARDO CHIARI

Negli ultimi dieci anni i cattolici, e alcuni movimenti cattolici di maggior rilievo in Italia, hanno subito dei veri e propri scossoni rispetto a una precedente condizione, di certo non comoda, ma  quanto meno statica, alla quale erano stati abituati per un lungo periodo.

La perdita di alcune grandi figure carismatiche, che si sono imposte in Italia, se non nel mondo, come autentici “restauratori” di una Chiesa incapace di dialogare con la modernità, ha senz’altro causato una palpabile sensazione di smarrimento, anche forse per la rapidità con cui tali importanti cambiamenti si sono succeduti.

La morte della Beata Teresa di Calcutta è stata il primo grande segno di un mondo religioso che si accingeva a dare l’addio alle grandi figure storiche che l’hanno degnamente rappresentato lungo la seconda metà del XX secolo.

Nel 2005, dopo quasi 27 anni di pontificato, i cattolici e il mondo intero diedero commossi l’estremo saluto a Giovanni Paolo II, il Papa simbolo di un cristianesimo capace di risorgere e opporsi agli orrori di un’infausta ideologia.

Pochi mesi prima l’allora cardinale Ratzinger aveva celebrato i funerali di don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione.

Tre anni dopo sarebbe scomparsa anche Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari.

Nel febbraio del 2013, Papa Benedetto XVI, il papa teologo, per la prima volta nella storia del Pontificato, rassegnava le sue dimissioni in favore di un Papa argentino, il primo Pontefice “extracomunitario”.

Si può dunque a ben ragione affermare che lo scenario religioso istituzionale e rappresentativo cui i cattolici erano stati abituati per quasi mezzo secolo è radicalmente mutato nel giro di un solo decennio. In breve tempo sono venute a mancare diverse figure autorevoli e di riferimento.

Che questo cambiamento sia per sé negativo sarebbe inopportuno affermarlo. Ragionevole può essere invece l’enumerarlo fra le cause che hanno scatenato lo spaesamento attuale in cui versa buona parte del popolo cattolico in Italia. Perché, nonostante correnti e divisioni ben più radicali di quelle attuali abbiano caratterizzato la storia della Chiesa lungo due millenni, di spaesamento o smarrimento si può tranquillamente parlare.

Le diatribe sono molteplici, a cominciare dalla campagna anti-papista (o meglio anti-Francesco) intrapresa dal giornalista Antonio Socci, che ha raccolto a proprio seguito numerose adesioni provocando altrettante accese discussioni.

La stessa elezione di un Papa così “diverso” rispetto al precedente ha destato, almeno nei primi tempi, non poche perplessità sia per la modalità con cui tale elezione è avvenuta sia per il linguaggio decisamente nuovo usato da Francesco.

Ma anche di fronte alle numerose “battaglie” sociali che si stanno imponendo sulla scena nazionale, la risposta dei cattolici appare disunita, sfrangiata.

Chiaramente non è questo il luogo per considerare le divisioni di matrice storica e politica che hanno caratterizzato il cattolicesimo italiano. 

Più agevole è invece prendere in considerazione quell’area che fino a pochi anni fa veniva sommariamente indicata dai media con l’improprio termine “teocon”. Una parte che si è spesso distinta per la profonda unità di giudizio che la contraddistingueva nel rapporto con la società contemporanea e i suoi velocissimi cambiamenti. È questa l’area cattolica italiana che oggi risulta maggiormente frammentata, divisa in numerose sfaccettature anche queste di difficile riepilogazione.

Lo dimostrano in particolare le differenti prese di posizione riguardo le battaglie sul ddl Cirinnà, sulle unioni civili, che equipara le famiglie LGBT a quelle sposate, o sul tanto temuto decreto Scalfarotto.

Proposte di legge di fronte alle quali la risposta dei cattolici appare divisa fra chi vuol manifestare le proprie ragioni “in piazza” e chi considera testimonianza cristiana qualcosa di non riducibile a forme comuni di protesta, come efficacemente descritto da Giorgio Vittadini in un editoriale sul quotidiano online “Il Sussidiario.net”:

«In casa cattolica c’è anche chi, insieme ad atei devoti in cerca di guerre di civiltà o di religione, accusa la Chiesa istituzionale di essere troppo timida, se non inutile nel sostenere le battaglie che darebbero consistenza all’identità dei credenti. Non importa poi se la debolezza della famiglia tradizionale, ad esempio, è sempre più evidente anche tra i cattolici: combattere per affermare valori morali sembra per molti prioritario rispetto al cambiamento profondo che il fatto cristiano produce»

Una descrizione alla quale ha prontamente risposto Padre Mauro Bazzi, sulle pagine, sempre elettroniche, di CulturaCattolica.it:

«Vittadini mette in evidenza che la famiglia naturale è debole, sempre più debole. Sono d’accordo e lo vedo a scuola dove insegno e in confessionale. Ma oltre ad aiutare la società nel testimoniare un’umanità diversa cambiata da Cristo, sono convinto che sia importante chiedere alle istituzioni di difendere la famiglia naturale con leggi che la sostengano invece che distruggerla. Forse delle leggi pro-famiglia, a mio modesto parere, sono importanti quanto, se non di più, delle altre leggi sul lavoro e sulla sussidiarietà di cui Vittadini si è sempre fatto promotore. Infatti la cellula fondamentale e la vera risorsa (anche economica) della società rimane la famiglia (naturale) come ben ha detto papa Francesco pochi giorni fa»

Essere o non essere? Agire in un modo o in un altro o non agire? E proprio come l’azione di Amleto che vuole vendicare il padre assassinato si paralizza nel dubbio, così l’agire o il re-agire dei cattolici italiani, anch’essi orfani di molti “padri”, sembra assillato dalle incertezze.

Ma magari ci si limitasse all’assillo.

Il civile scambio di opinioni fra Vittadini e Bazzi è un vero confronto fra galantuomini, soprattutto alla luce dei parapiglia che si svolgono ai “piani bassi”.

Per accorgersene basta essere, come il sottoscritto, un assiduo frequentatore di social network o, più semplicemente, di comunità cristiano-cattoliche.

Personalmente ho assistito a: rotture di amicizie storiche, padri e figli che non si rivolgono più la parola, comunità intere che si preparano all’Armageddon  guardando a Papa Francesco come all’Anticristo, movimenti religiosi scissi al proprio interno, lefebvriani dell’ultima ora, complottisti che sostengono che le dimissioni di Benedetto XVI siano frutto di un ricatto, gente che si accusa a vicenda in pubblico e in privato di essere da una parte “senza palle”, “fatalisti”, “cattocomunisti” e dall’altra “sentimentali”, “guerrafondai”, “crociati”, e chi più ne ha più ne metta.

Infantilismi, si dirà. Certo. Ma anche molta paura. Ovviamente questi ultimi esempi riguardano la parte più demenziale dell’intera vicenda e se ho voluto enumerarli è solo per stemperare la vena da analisi sociologica di quart’ordine che questo articolo rischia di portare con sé.

Ma ciò non toglie che i dissidi, ad ogni livello, siano parecchi e variegati e che nel giro di un decennio siano emerse con chiarezza alcune posizioni apparentemente inconciliabili sulla modalità di testimoniare il messaggio cristiano e di difendere la Chiesa.

Senza la minima pretesa di emettere sentenze dal carattere sapienziale e profetico mi limito solo ad osservare che i più grandi nemici della Chiesa non sono quasi mai stati coloro che nella sua storia l’hanno minacciata esternamente, ma chi internamente ha procurato enormi spaccature.

La minaccia di divisione, di dia-ballein, diabolica, è sempre, per la Chiesa, dietro l’angolo.

Chi appartiene al suo popolo lo sa molto bene, anzi addirittura lo crede per fede.


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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