LE PEN A MANI VUOTE | 14 Dicembre 2015

La via francese è sbagliata: due destre sono troppe

Marine Le Pen ha pagato caro la lotta intestina con Sarkozy. Una lezione che vale anche per l’Italia dove Salvini-Berlusconi-Meloni collaborano non senza tensioni. L'obbiettivo è una grande destra d'ordine e di lotta. Una sola però

di ROBERTO BETTINELLI

Marine Le Pen conclude a mani vuote la marcia trionfale delle elezioni regionali francesi. Il Front National non ha conquistato nessuno dei tredici collegi: sette sono andati ai Republicains di Nicolas Sarkozy, cinque ai socialisti del presidente Hollande mentre in Corsica hanno vinto gli indipendentisti. 

Il secondo turno ha fatto tabula rasa delle ambizioni dell’ultradestra anche se Marine Le Pen ha raggiunto un risultato storico: 6,2 milioni di voti, pari al 28% dell’elettorato. Il Front National è il primo partito del Paese. Un traguardo invidiabile e che gli avversari farebbero bene a non sottovalutare. 

Marine Le Pen ha giustamente denunciato il clima di intimidazione della campagna elettorale. Soprattutto nell’ultima settimana il premier Vals ha fatto esternazioni gravi e ingiustificate spingendosi fino a denunciare il pericolo di «una guerra civile» in caso di vittoria del FN. Un comportamento antidemocratico al quale si deve aggiungere il peso della legge elettorale, caratterizzata dalla peculiarità del secondo turno che premia le liste aggreganti, e la strategia delle altre forze politiche che, a partire dalla sinistra di Hollande, si sono coalizzate per battere l’ultradestra. 

Condizionamenti importanti che non hanno mancato di esercitare una pressione discriminante sull’esito del voto, ma che non bastano a spiegare un traumatico ridimensionamento. E' emerso inequivocabilmente il fatto che le forze percepite come estremiste, non ha importanza se di destra o sinistra, non possono prevalere nella competizione elettorale di un grande Paese come la Francia. Non sono cioè in grado di aggiudicarsi la maggioranza dei consensi. 

Una lezione che ben si evidenzia nella contrapposizione frontale fra Marine Le Pen e Nicolas Sarkozy animati da una feroce competitività. I due leader si concepiscono dentro un gioco a somma zero dove tutto ciò che a uno viene sottratto è destinato all’altro. Una relazione che li porta a immaginarsi in termini reciprocamente esclusivi. 

Ciò che non accade in Italia dove, grazie alla sapiente regia di Silvio Berlusconi che non ha esitato ad accettare l’invito del segretario della Lega Nord Matteo Salvini alla manifestazione di Bologna e a sospendere il giudizio sul candidato sindaco a Roma per non rompere con Giorgia Meloni di FdI, si è affermata stabilmente la concezione di una grande destra capace di contenere più anime, storie e sensibilità. 

E’ questo, forse, il segno indelebile dell’eredità politica berlusconiana che rivela una maggiore maturità della destra italiana incapace di concepirsi priva di una missione di governo. Un’esperienza già vissuta dalla Lega di Salvini che è sempre stata un pilastro delle coalizioni guidate da Berlusconi dove ha ottenuto ministeri importanti e che è tutt’oggi al comando in regioni chiave come la Lombardia e il Veneto. Un fattore, questo, che evidenzia una netta differenza rispetto al FN di Marine Le Pen che invece non è mai entrata nella stanza dei bottoni, messa alla porta una volta dai socialisti e un’altra dal centrodestra.

E’ anche da considerare che il successo incompiuto della Le Pen è venuto a seguito di fatti eccezionali come gli attentati terroristici di Parigi. Un episodio che non può non aver esercitato la funzione di volano all’apertura dei seggi visto l'indiscutibile primato del suo partito nel rivendicare i temi dell’immigrazione e della lotta all’Islam radicale. 

In grandi nazioni come la Francia e l’Italia, in presenza di tradizioni politiche consolidate, cattoliche liberali e socialiste, non possono esistere due destre conflittuali: una di governo e l’altra antististema. C’è spazio per una sola destra che dovrebbe avere la forza e la flessibilità per includere le ragioni dell’una e dell’altra. O si realizza una sintesi fra gli elementi del del cristianesimo e del liberalismo accettando la sfida del federalismo e del populismo o le due destre sono destinate a calpestarsi i piedi a vicenda. E quando ciò accade in occasione degli appuntamenti elettorali di portata nazionale è la componente più estremista ad avere la peggio. 

La grande destra di governo è una specificità tutta italiana che ha resistito davanti ai tentativi in corso di mettere mano al bipolarismo. Un certezza che sarebbe confermata, se non addirittura rafforzata, dall’avvento dell'Italicum. Ma se questa è la via, si può e si deve fare di più. Serve un partito in grado di tenere insieme le spinte movimentiste, l’esigenza d’ordine e la fedeltà alle radici cristiane. Uno solo però. Due sono troppi.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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