PENSIERO UNICO | 18 Settembre 2017

La violenza di chi chiama odio il dissenso

Laura Boldrini e compagni scambiano per odio anche personale ogni critica che venga loro mossa. È lo stesso criterio in base al quale espressioni come ‘omofobia’ o ‘islamofobia’ vengono spesse usate a sproposito

di GIUSEPPE ZOLA

Nella sua corsa verso il totalitarismo (le anime belle lasciano fare, come fecero le democrazie con Hitler), il “pensiero unico”, come abbiamo già scritto in altre occasioni, sta cercando di trasformare in legge coercitiva per gli altri il proprio punto di vista sul mondo. L’ultimo esempio ci è stato offerto in questi giorni quando alcuni esponenti della nostra sinistra si sono radunati per discutere sull’odio. Sì proprio così: sull’odio. In particolare, la Presidenta della Camera dei Deputati, viste le critiche politiche che sta quotidianamente incassando, ha scambiato questo per odio. E’ evidente che sono inaccettabili le critiche anche politiche espresse in modo volgare, aggressivo e violento: questo deve essere un punto fermo non discutibile. Ma il problema è un altro.

Il problema è che Presidenta e compagni scambiano per odio anche personale ogni critica che venga loro mossa. Robi Ronza ha già scritto varie volte che ciò non può essere accettato, perché se io critico l’idea di una persona non vuol dire che, necessariamente, odio quella persona. Se ci mettiamo su questa strada, di fatto eliminiamo il contenuto dell’articolo 21 della Costituzione, che tutela la libertà di pensiero e di opinione con qualunque mezzo espressa. La nostra preoccupazione è che i nostri compagnucci vogliono combattere per legge ogni espressione da loro considerata frutto di “odio”. Il problema è che considerano “odio”, per esempio, ogni dichiarazione (anche dottrinale) a favore degli eterosessuali, che vengono immediatamente tacciati di “omofobia”: ed infatti, hanno presentato un progetto di legge per  considerare reato la “omofobia”, che, tra l’altro, nessuno riesce a definire. Basti pensare che un noto psicologo è stato indagato per omofobia dal suo ordine professionale per aver detto che per l’educazione dei bambini occorre la presenza di un papà e di una mamma. Ma su molti fronti sta accadendo la stessa cosa, soprattutto in certi Paesi “democratici” come la Francia, dove non è permesso esprimere giudizi negativi sulla esperienza islamica senza essere accusati di “islamofobia”. Anche in questi casi si confonde l’odio con la libera espressione del proprio pensiero.

E’ chiaro che se imbocchiamo la strada di considerare tutto “odio”, facciamo fuori, come detto, il senso stesso della libertà e quindi della democrazia. Se ogni espressione diversa dalla mia viene considerata “odio” viene chiusa fin dall’origine ogni possibilità di dialogo e di discussione. Se, in un qualche caso, la discussione o il dialogo trascendono, esiste già un Codice Penale che regola i casi di diffamazione, ingiuria, violenza e così via: non occorre altro. Invece i rappresentanti del pensiero unico (alias, politicamente corretto) vorrebbero sfornare una serie infinita di leggi che, con la scusa di combattere l’odio, in realtà combattono la libertà di pensiero. In questo senso, vorrei lanciare un allarme per il pericolo che sta correndo la nostra vita democratica.

Un’ultima considerazione: voler combattere l’odio con la legge appare addirittura ridicolo. La Chiesa sa bene da che cosa deriva tale sentimento, perché Cristo Le ha insegnato che c’è stata una caduta all’origine dell’uomo, che chiamiamo “peccato originale” e che costituisce una delle verità più evidenti proclamate dalla Chiesa stessa (tranne qualche bislacco teologo). Allora, l’odio lo si combatte seguendo Chi è venuto in questo mondo per metterci sulla strada dell’amore, insegnandoci, addirittura, ad amare i nemici. Qui sta il problema del superamento del male e, quindi, dell’odio. Volerlo vietare per legge è, da una parte, ridicolo; dall’altra, è una ulteriore dimostrazione del fatto che l’uomo moderno vuole sostituirsi a Dio.


GIUSEPPE ZOLA

Giuseppe Zola svolge la professione di avvocato a Milano. E' stato vicesindaco e assessore a Palazzo Marino.

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