FURIA TALEBANA | 16 Dicembre 2014

«La vita umana non vale più niente»

Commando di talebani assalta scuola a Peshawar (Pakistan) e uccide 134 bambini. La testimonianza di padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews

di ROBERTO BETTINELLI

Bambini massacrati con un colpo di pistola alla testa, insegnanti bruciati vivi, cristani e occidentali che vivono nel terrore. La furia omicida dei terroristi islamici torna a colpire.

Oltre 130 tra ragazzi e bambini sono stati uccisi da un commando di talebani a Peshawar in Pakistan. La scuola, come scrive l'agenzia AsiaNews che ha riportato il racconto di alcuni testimoni e le dichiarazioni del cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai e presidente della Federazione dei vescovi dell'Asia (Fabc), si trova in Warsak Road, vicina allla colonia dell'esercito.

Peshawar è il capoluogo della provincia di Khyber Pakhtunkhwa, nel nord del paese, poco distante dal confine con l'Afghanistan. Un’area dove l’esercito ha lanciato un’offensiva contro i miliziani del Tehreek-e-Taliban Pakistan (Ttp), un gruppo considerato molto vicino ad al-Qaeda e che vuole imporre la sharia nei territori sotto il proprio controllo. I sei terroristi sono stati uccisi dalle forze di sicurezza. Il bilancio delle vittime è di 141 persone uccise, i feriti sono 124. Di questi 121 sono bambini. 

La notizia agghiacciante dell’attacco ha fatto il giro del mondo. Molti fra i più influenti capi di stato, compreso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, hanno condannato duramente l’episodio. Abbiamo intervistato padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missione Estere), per capire qual è il vero significato di questo massacro e che cosa devono aspettarsi ora gli occidentali e i cristiani che vivono nel paese. 

Perché un'azione così feroce contro degli innocenti?

«In Pakistan è da decenni che si consumano questi massacri. Non passa settimana che una moschea sunnita salti in aria con i suoi fedeli e subito dopo sia una moschea sciita a fare la stessa fine. Il problema vero è tutto incentrato nei rapporti fra sunniti e sciiti e nel sostegno che danno al potere». 

La scuola era frequentata soprattutto da studenti che appartengono alle famiglie dei soldati dell’esercito pakistano. E’ questa la ragione dell’attacco?

«E’ un attentato dei talebani contro l’esercito. Sono questi i due attori del conflitto che lacera il paese da molto tempo. In passato si sono anche spalleggiati. Ma ora sono arrivati alla resa dei conti. Evidentemente le azioni dell’esercito condotte sulla frontiera settentrionale stanno mettendo in difficoltà i talebani. Una pressione eccessiva rispetto a quanto erano abituati a subire. I militari stanno cercando di prendere più piede. Forse è finito il tempo in cui si spartivano il territorio. I talebani si sono vendicati uccidendo i figli dei militari». 

Secondo lei esiste un collegamento fra il massacro di Peshawar e il riconoscimento dello stato palestinese in corso al Parlamento Europeo e all’Onu?

«No, il vero motivo è che il Pakistan ormai è un luogo dove la vita delle persone non vale più niente. E’ una nazione piena di problemi. Direi che il motivo dell’attentato è tutto all’interno di questa realtà. Ma non c’è solo questo. E comunque il mondo arabo e islamico è così scosso da criticità che credo poco plausibile che si possa ricondurre l’attacco a Peshawar a un fronte comune per la causa palestinese…». 

Il Pakistan ha quasi 200 milioni di abitanti e per il 97% sono mussulmani. I sunniti sono in maggioranza mentre gli sciiti sono una minoranza, circa il 20%. I cristiani sono solo l’1,6% della popolazione. Ma come si vive oggi in questo paese?

«Si vive come si può vivere in un paese dove la legge è dettata dal più forte. Dagli anni ’80 il Pakistan è diventato una nazione dove la legge dei fondamentalisti si è imposta e dove prevalgono le correnti radicali islamiche. Un paese laico si è trasformato in un paese islamico dove il potere è in mano ai militari. Il Pakistan ha una costituzione che potrebbe rappresentare il contesto giuridico ideale per attuare il rispetto delle minoranze. Ma il problema è che nessuno la pratica, a partire da chi ha la responsabilità del governo e della difesa del paese». 

E i cristiani sono i più deboli.

«I cristiani non possono che vivere male dentro una repubblica islamica dove i diritti sono minacciati». 

Ci faccia qualche esempio…

«La blasfemia è un’offesa religiosa. Ma l’utilizzo che se ne fa non è finalizzato a dichiarare lo scandalo religioso». 

In Pakistan la blasfemia è un crimine punito con la morte.

«E’ usata come un modo per eliminare e far fuori le persone che sono percepite come nemiche». 

Eppure esiste un Islam moderato che è disposto a dialogare…

«Ci sono tantissimi fedeli islamici moderati, ma non hanno il potere. Chi comanda sono i radicali fondamentalisti». 

Lo scorso anno due kamikaze si sono fatti esplodere a Peshawar dentro una chiesa protestante uccidendo oltre 100 persone. Esiste una soluzione che possa mettere fine alle violenze?

«Non la vedo, almeno per ora. Le grandi potenze hanno voglia di sottomettere economicamente i paesi ma non sono intenzionate a sporcarsi le mani per garantire l’ordine».

Come si combattono i talebani?

«Nel modo più antico del mondo: la guerra. Che però ora non c’è più. Nemmeno in Afghanistan esiste più una guerra contro i talebani. E poi, ad esser sinceri, abbiamo visto che risultato hanno portato questi anni di guerra…».  


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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