CHOC USA | 09 Novembre 2016

La vittoria di Trump e il fallimento dell’establishment

Contro ogni previsione il controverso “The Donald” conquista la Casa bianca. Così l’elettorato punisce la classe politica americana. La sconfitta del duo Hillary-Obama e la “clava” del voto democratico contro élites incapaci di risposte

di LUCA PIACENTINI

Discorso responsabile. Appello all’unità tra forze politiche e, pur con l’accento sul movimento e non sul partito, ai valori della destra (i veterani), rilancio della crescita e piano infrastrutture. Addirittura un inatteso grazie all’avversaria per i servizi resi al paese. Parole distanti anni luce dai veleni e della campagna elettorale quelle utilizzate da "The Donald" a pochi minuti dal verdetto elettorale che ha scioccato il mondo. 

Il 20 gennaio 2017 Donald Trump sarà proclamato 45° presidente degli Stati Uniti d’America. In attesa di vedere quanto e come durerà l’approccio da statista tenuto nel primo discorso pronunciato a braccio, di fronte alle elezioni dall'esito più inatteso della storia americana (e della democrazia mondiale, vista l’importanza della superpotenza Usa) dobbiamo rilevare una delle poche certezze all’orizzonte: nessuno ha capito quel che stava accadendo. Gli americani hanno decretato la sconfitta dell’establishment e delle élites al potere. 

Soprattutto hanno sancito definitivamente la disfatta di Barack Obama oltre che, com'è ovvio, di Hillary Clinton. Una politica di lunghissimo corso, quest’ultima, che probabilmente dovrà mettere una pietra sopra le ambizioni di diventare presidente degli Stati Uniti (per l’ennesimo fallimento tra primarie dem e corsa elettorale, età e impopolarità). 

Dall’altra parte abbiamo un presidente uscente incapace di intercettare il malessere della società americana, che è profondo e lacerante, nonostante i dati su economia e occupazione siano piuttosto buoni. In otto anni alla Casa Bianca più che fare, Obama ha evitato di agire, in particolare in politica estera, dove secondo molti analisti ha lasciato che le due grandi potenze autocratiche, Russia e Cina, accrescessero indisturbate il dinamismo nelle rispettive aree di interesse e influenza geopolitica.

In questo momento è difficilissimo fare previsioni su quel che accadrà. Anzitutto una domanda, riproposta da molti osservatori: quale Trump andrà al 1600 Pennsylvania Avenue? Vinceranno il pragmatismo e la responsabilità in qualche modo collegate ad una carica tanto importante e al ruolo internazionale, decisivo e complesso, in un contesto di pesi e contrappesi come quello della democrazia americana, oppure "The Donald" farà quello che ha promesso nell'interminabile maratona elettorale? 

Se costruirà il muro con il Messico potrebbe compromettere il trattato di libero scambio nord americano, se impedirà ai musulmani di entrare negli Stati Uniti scatenerà l'inferno, se farà espellere tutti gli immigrati irregolari scoppierà il caos. 

Al momento l’impressione è che l’immobiliarista miliardario voglia unire il Paese e rassicurare tutti, a partire dai mercati finanziari, gettati nel panico già dalle avvisaglie di una possibile sconfitta di Hillary. Sappiamo che questa agitazione, almeno nelle prime ore, non è un elemento dirimente. Di certo, se il nuovo presidente non sarà in grado quanto prima di infondere fiducia negli investitori, ci potranno essere conseguenze molto pesanti, a cominciare dai piccoli risparmiatori americani per finire con le ripercussioni negative sui mercati esteri. 

Dicevamo della sconfitta dell’establishment. Di destra e di sinistra, nessuno escluso. Trump non piace ai repubblicani, la Clinton non fa sognare i democratici. Soprattutto a Hillary è mancato un elemento chiave per giocare una campagna elettorale davvero competitiva: un nuovo ‘american dream’ e l’attitudine ad incarnare un messaggio positivo, capace di fare sognare l’elettorato con una narrazione di speranza. 

Dalle prime analisi (ma ci sarà tempo per approfondimenti) sembra che la candidata democratica non abbia saputo attrarre il voto femminile, né quello ispanico o asiatico-americano, almeno non nelle proporzioni attese. Un altro segnale di delusione rispetto alle politiche di Obama. Se i fallimenti in politica estera hanno danneggiano gli equilibri politici internazionali, creando il vuoto nel Medioriente e indebolendo l’immagine della superpotenza Usa, la politica economica di Barack non ha rappresentato una svolta, soprattutto per la classe media impoverita e che percepisce la globalizzazione come minaccia. E neppure ha convinto in toto il tradizionale elettorato liberal. Stupendo tutti, Trump ha infatti espugnato anche roccaforti democratiche come la Pennsylvania. 

Di sicuro la vittoria del multimiliardario newyorkese è legata alla sostanziale assenza di risposte della classe politica americana: quella democratica perché incapace di policy efficaci; quella repubblicana in quanto partito in profonda crisi. Presidenza, Congresso, Corte suprema (dove manca la nomina di un giudice): i Repubblicani si ritrovano col massimo del potere, paradossalmente messo loro nelle mani da un personaggio che non volevano. 

Il partito conservatore non è stato in grado di fermare l'avanzata di un outsider avversato dai propri leader (in oltre due secoli non era mai successo che in America vincesse un uomo senza uno straccio di carriera politica alle spalle), una figura che su molti argomenti ha poco da spartire con gli stessi valori tradizionali repubblicani. 

Nessuno è stato capace di bloccare l'ascesa di questo candidato di rottura, visto come l'uomo che potrebbe far saltare il tavolo. È questo forse l’aspetto che suscita gli interrogativi più profondi. Chi lo ha votato forse voleva solo che il tavolo saltasse, mandando a casa la classe dirigente. E dopo? Trump viene accusato di essere un ‘bugiardo seriale’? Probabilmente i suoi elettori risponderebbero che tutti i politici sono un po’ bugiardi o poco trasparenti, fa parte del ruolo. 

Va detto che il periodico deficit di rappresentanza e i limiti nella capacità dell’establishment di interpretare umori e interessi dell’elettorato sono fenomeni ciclici, connaturati alla democrazia. E’ già accaduto in passato. Si pensi, per esempio, a come gli elettorati dei paesi dell’Est Europa, dopo il crollo del muro di Berlino, l’uscita dal regime dei prezzi amministrati e il faticoso ingresso nell'economia di mercato, abbiano mandato a casa tutte le élites, bocciando riforme e misure di austerità: prima i partiti anticomunisti che avevano guidato la transizione dal blocco sovietico, poi quelli socialdemocratici (ex filo comunisti) che avevano spinto per l'ingresso in Europa. Ci sono andati di mezzo tutti.

Due riflessioni conclusive su media e sondaggi. L'impressione è che negli Stati Uniti tutto questo battage dei giornali contro Trump (oltre 300 media lo hanno avversato, praticamente il grosso dei giornali) non abbia fatto altro che rafforzarlo, e che la gente abbia mostrato quanto la lettura degli organi di informazione sia lontana dai problemi e dal sentire comune.

Infine i sondaggi. Se è vero che la riapertura-chiusura lampo delle indagini FBI sull'e-mail gate ha forse dato una spallata decisiva a Hillary, le rilevazioni statistiche la davano comunque vincente, anche se con un margine che negli ultimi giorni era assai ridotto.  

In Italia abbiamo già visto un simile scostamento tra previsioni dei sondaggi ed esito elettorale alle politiche 2013, quando gli istituti demoscopici furono incapaci di indicare l'ascesa impetuosa del movimento guidato da Beppe Grillo. 

È questo il nodo: in una fase in cui la classe media vede peggiorare la propria condizione, la crisi e l'impoverimento dei cittadini alimentano i timori e gli interrogativi sulla globalizzazione, mentre attecchiscono movimenti populisti che cavalcano la paura senza però formulare proposte credibili e argomentate, ebbene, in questo contesto i sondaggi sono ancora in grado di formulare previsioni attendibili? 

Dubbi e interrogativi potrebbero continuare, soprattutto quelli di sostanza, legati ai problemi reali delle persone. Ora è il momento delle risposte. E quelle, almeno in America, spettano a Trump. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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