IL PREMIER E IL PAESE REALE | 09 Gennaio 2016

Basta balle. Gli italiani vogliono posti di lavoro

Renzi celebra il Jobs Act come panacea per il rilancio del mercato del lavoro ma taglia le risorse per le assunzioni a tempo indeterminato. Con lui l’Italia resta il Paese dei pochi laureati, dei giovani disoccupati e delle tasse

di ROBERTO BETTINELLI

Gli ultimi dati dell’Istat sul mercato del lavoro galvanizzano più del solito il già fin troppo eccitabile Renzi che, per riparare al difetto di legittimità dovuto alla sua mai avvenuta elezione, è costretto a 'rubare' ogni eccellenza del Made in Italy. 

La tecnica comunicativa è fin troppo elementare: c’è un connazionale che fa qualcosa di buono, Renzi prende e va a farsi fotografare insieme a lui. Lo stesso vale con dati, report, statistiche. Il segretario del Pd è sempre lì pronto a metterci a la faccia. Sorridente, soddisfatto, tirato a lucido come un manichino da negozio griffato o come un ologramma. 

Ma torniamo ai numeri dell'Istat. Per la prima volta da tre anni il tasso di disoccupazione in Italia cala al di sotto del 12%. Il rapporto fra i disoccupati e la forza lavoro ha toccato quota 11,3%. Le persone in cerca di occupazione sono oltre 2 milioni e 800mila, circa 400mila in più rispetto al novembre del 2014. Cifre importanti e positive, come si è detto, ma che vanno interpretate alla luce dei provvedimenti messi a segno dal governo per rilanciare l’occupazione e dei trend del Pil nazionale e mondiale. 

Il premier non ha mancato di accompagnare la pubblicazione dei dati Istat con il consueto tweet prendendosi il merito dell’inversione di tendenza. A suo dire il vero ‘eroe’ del contenimento della disoccupazione sarebbe il Jobs Act, artefice, sempre a suo dire, di aver mandato in soffitta l’articolo 18. 

Niente di più falso. L’articolo 18 è ancora vivo e vegeto. Semmai è più complesso e intricato farvi ricorso mentre in precedenza procedeva di default. Cosa che peraltro avviene tuttora per i contratti a tempo indeterminato siglati prima della data di entrata in vigore del decreto, marzo 2015, per il settore privilegiato del pubblico impiego e qualora il giudice ravvisi l’esistenza di una discriminazione ai danni del lavoratore. L’Italia continua a non scalare le classifiche degli investimenti esteri rimanendo dietro ai principali partner europei e, in ogni caso, la metà delle imprese straniere attratte dal nostro Paese scelgono la Lombardia. Una Regione storicamente in mano al centrodestra e poco impermeabile, come del resto tutto il Nord, alle mira espansionistiche del renzismo. C’è da aggiungere, inoltre, che il grosso della presenza straniera è rintracciabile nel settore dl commercio all’ingrosso dove la componente della ricerca, e quindi di personale iperqualificato, non è prioritaria. 

Detto questo, bisogna riconoscere al Jobs Act un punto di forza nella defiscalizzazione che sgrava le imprese dal pagamento dei contributi per i nuovi assunti a tempo indeterminato. Una misura pari a due miliardi di euro nel 2015 che ha innescato il fenomeno della conversione dei contratti, da quelli a tempo determinato a indeterminato, e che andava potenziata fin dall’origine. Incomprensibilmente, invece, è stata falcidiata con la legge di stabilità del 2016. Le risorse stanziate ammontano a meno della metà. Prima erano previsti sgravi per 8mila euro su tre anni. Ora sono la metà e solo su due anni.

Colpisce immediatamente l’incoerenza fra le affermazioni taumaturgiche di Renzi sulla capacità del Jobs Act di affermarsi come il volano della ripresa del mercato del lavoro e la decisione di ridurne drasticamente le risorse. 

Quella che é stata definita l’impennata di novembre andrebbe allora interpretata come un tentativo di beneficiare di un livello più vantaggioso di decontribuzione da parte delle imprese che, contro ogni previsione ragionevole, ha subito una fortissima contrazione con la nuova finanziaria. 

Non va sottovalutato nemmeno il blocco dei pensionamenti che gonfia artificiosamente l’entità della forza lavoro e gli oltre tre milioni di persone che il ‘posto’ hanno smesso di cercarlo perché scoraggiati dai numerosi tentativi andati a vuoto. Si tratta in gran parte di donne e rappresentano uno dei tanti primati negativi che l’Italia è stata in grado di conquistarsi e che, annunci a parte, Renzi non ha saputo correggere. 

Il premier dovrebbe anche evitare di di ‘assolutizzare’, come invece fa spesso e in modo oculato, i dati in suo possesso. Numeri che possono essere compresi davvero solo se messi in relazione con quelli degli altri Paesi europei. Un tasso di disoccupazione al 11,3% è sensibilmente peggiore del 9,1% dell’Unione Europea ma risulta a dir poco umiliante se paragonato al 4,5% della Germania, la concorrente diretta della manifattura italiana nei mercati mondiali. 

La disoccupazione sta lentamente calando in tutta Europa, ma in Italia cala meno degli altri Paesi. Un confronto impietoso che giustifica la perplessità degli analisti economici in merito alla decisione del governo di ridurre gli incentivi per il lavoro ma che diventa addirittura oggetto di scandalo se si prendono in esame i dati sui giovani, dove la disoccupazione tocca quota 38%, e le rilevazioni Eurostat sugli studenti laureati. Nel caso dell’Italia solo poco più della metà ha trovato un posto di lavoro a tre anni dal conseguimento del titolo di studio con uno scarto di trenta punti percentuali rispetto alla media europea. Il nostro Paese possiede anche il record negativo del numero di laureati. Su entrambi i fronti solo la traballante Grecia fa peggio di noi. 

Quanto alle stime sull’andamento del Pil difficilmente potrebbe essere più ‘ballerine’ con la Cina che rallenta, una situazione internazionale che diventa sempre più instabile e che penalizza la rete energetica italiana in Nord Africa e gli Stati Uniti costretti a ridurre al ribasso le previsioni sulla crescita dell’economia. Il quadro è così confuso e incerto che andrebbe rivisto mese dopo mese. Tentare di disegnare scenari sulla lunga distanza è un passatempo inutile e, francamente, poco serio. 

Ciò che invece dovrebbe dire Renzi, e che non dice per scopi meramente elettorali, è che negli ultimi tre mesi la pressione fiscale è tornata a salire fino al 41,7% del Pil. Un’eccellenza tutta italiana sulla quale il premier si ostina a tacere o a non dire la verità. D’altronde non è nel suo stile commentare le cifre senza resistere alla tentazione di manipolarle. Piuttosto preferisce scansare l'ostacolo e parlare di altro. La cosa assurda è che trova sempre qualcuno disposto ad ascoltarlo.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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