JOBS ACT | 21 Febbraio 2015

Lavoro: Ncd salva Renzi ma lui se ne frega

Il Jobs Act non è una debacle grazie alla caparbietà di di Ncd che ha ostacolato l’asse Cgil-Pd. Ma Renzi se ne frega e si prende tutti i meriti

di ROBERTO BETTINELLI

Se il Jobs Act non si è tradotto in una una sconfortante debacle, è solo perché al governo, insieme al Pd, c’è una forza politica come il Nuovo centrodestra che ha fatto della battaglia sulla nuova legge del lavoro un punto essenziale del suo programma.

Se l’esito finale fosse dipeso unicamente dalla volontà del Partito Democratico e dalle convinzioni di figure come Cesare Damiano, attuale presidente della Commissione Lavoro della Camera, il Jobs Act avrebbe fatto una fine ben più misera. 

Intendiamoci: l’articolo 18 non viene eliminato come si tenta di far credere. Ma resta il fatto che il provvedimento ridisegna le fattispecie dei licenziamenti e limita maggiormente, rispetto al passato, il potere di ‘reintegra’ del giudice. Un atto di imperio ideologico, storicamente motivato da una normazione maturata negli anni più bui e violenti del conflitto sociale, inattuale e assolutamente ingiusto per le conseguenze che determina a sfavore delle imprese. 

Un superamento, per quanto parziale e troppo mite, c'è stato. Ma è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare. Peccato però che nella conferenza stampa in cui il premier ha annunciato il testo definitivo, accanto ai due ministri Poletti e Guidi, non c’era un solo rappresentante di Ncd. 

Il fatto non può essere casuale. Prima di raggiungere l’obbiettivo che è sfociato nell’appuntamento con i media dove Renzi ha mostrato come sempre il meglio di sé, il premier ha dovuto lottare intensamente con la Cgil e la minoranza interna del suo partito. L'ha spuntata, ma ha potuto reggere l'urto solo perché dalla sua parte, in parlamento, c’erano i deputati e i senatori che fanno parte di Ncd e Area Popolare. Alleati tenaci, fra i quali è doveroso ricordare l’ex ministro del Lavoro di Berlusconi Maurizio Sacconi che non ha mancato per un solo istante di avanzare dure critiche contro l’atteggiamento conservatore dominante all'interno del Partito Democratico. 

Un merito, quello di Ncd, che Renzi ha deciso, per l’ennesima volta, di non riconoscere, arrogandosi il diritto di essere il solo protagonista di un provvedimento che contiene novità interessanti come il contratto a tutele crescenti, le misure sui licenziamenti collettivi, il nuovo ammortizzatore sociale Naspi e la sparizione dei co.co.pro entro il 2016. 

Senza l’aiuto di Ncd il testo approvato dalle Commissioni e licenziato dal Consiglio dei ministri sarebbe stato certamente più conforme ai desiderata di Sel e della minoranza dei democratici. Non che ora si possa parlare del Jobs Act come di un atto liberatorio che finalmente introduce una ventata di competitività in un mercato del lavoro asfittico, ingessato e iperburocratizzato. Ormai è noto a tutti che le famose riforme renziane non sono equiparabili alle rivoluzioni che il presidente del Consiglio tenta di descrivere. Si tratta, come nel caso della finta cancellazione delle Province, di tappe che testimoniano il procedere di un cambiamento che si muove a piccoli passi. Così piccoli che a volte risultano quasi impercettibili. Se riescono a ‘fare breccia’ è grazie soprattutto all’abilità propagandistica del premier che riesce a trasformare, agli occhi dell’opinione pubblica, mezze vittorie in trionfi travolgenti. 

In gergo tecnico si tratta di ‘aggiustamenti incrementali’: una modalità che disegna un percorso cauto e a tratti timoroso, capace di distanziarsi da una situazione pregressa senza incorrere nel momento pericoloso e traumatico della rottura. In realtà il rottamatore Renzi, invece di essere l’uomo della discontinuità, è l’uomo della continuità. E probabilmente, se non potesse fare affidamento su alleati tanto caparbi quanto ingenui nel lasciargli tutta l’attenzione della ribalta, la continuità risulterebbe così sfumata da non essere percepita affatto. 

La strategia di Renzi va nella direzione del cambiamento, ma con una prudenza e un tatticismo così elaborati che tradiscsono sistematicamente il messaggio di un’Italia che va ribaltata come un calzino ad ogni riunione del Consiglio dei ministri.

A questo punto la partita politica del Jobs Act può dirsi quasi chiusa anche se il governo ha tempo 12 mesi per interventi correttivi. Le reazioni contrarie si sprecano: la stessa presidente della Camera Boldrini ha espresso la sua delusione per il modo in cui sono state trattate le voci 'dissonanti' all'interno delle Commissioni parlamentari. 

Si apre ora la partita più vera e decisiva: tocca al mercato sancire la bontà delle legge stabilendo se al netto delle polemiche aumenteranno davvero gli occupati livellando percentuali di disoccupazioni che umiliano un Paese che fa parte delle prime dieci economie al mondo, se le aziende troveranno più convenienti le nuove regole e se i 200mila precari che Renzi si è vantato di aiutare raggiungeranno la terra promessa della stabilizzazione oppure se si trasformeranno in partite Iva per non perdere un lavoro altrimenti indifendibile. 

Se, cioè, questo benedetto Jobs Act può essere considerato una mezza riforma di successo o un completo fallimento.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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