SERVIZIO PUBBLICO | 02 Marzo 2015

Le bugie di Renzi e dei partiti sulla Rai

Renzi dice no alla privatizzazione della Rai. Intanto il canone resta la tassa più evasa dagli italiani e i partiti continuano a farla da padroni in viale Mazzini

di ROBERTO BETTINELLI

Mentre Matteo Renzi continua a raccontare agli italiani che la Rai così com’è non va e deve cambiare a tutti i costi, il suo governo dice no alla privatizzazione rimandando al mittente la proposta di Mediaset di comprare le torri di Rai Way per 1,22 miliardi di euro. «Non tratto con Mediaset» ha detto il ministro dell’Economia Padoan in un’intervista al Corriere della Sera. Una frase che blocca sul nascere i piano del gruppo del Biscione in un momento in cui, su altri fronti, lo Stato ha imboccato la strada della riduzione della partecipazione pubblica scendendo al 25% in Enel e al 30% in Eni. Operazioni che il titolare del dicastero economico ha giudicato decisive per abbattere il debito statale, a differenza della vendita di Rai Way a Ei Towers, la controllata di Mediaset. 

L’offerta pubblica di acquisto della società della famiglia Berlusconi cade in un momento in cui l’attuale direttore generale Luigi Gubitosi ha ribadito la necessità di riorganizzare la tv pubblica. Pena il fallimento economico. L’attuale vicenda, ma in fondo tutta la storia della televisione di Stato, sono emblematiche per capire in che modo, in Italia, si concepisce il pluralismo dell’informazione. Un unicum che si fonda sull’ipotesi di fondere due estremi razionalmente inconciliabili: neutralità e spirito di fazione. Una sorta di paradosso che deriva dalla volontà dei partiti di continuare ad occupare la televisione pubblica. 

Ciò che emerge dalla discussione che è approdata nella Commissione parlamentare di vigilanza e che prende le mosse dall'esigenza di riportare in equilibrio costi e ricavi, non sembra però essere sfociata finora in una proposta di buon senso. Con il linguaggio bizantino che è solita utilizzare la politica quando sono minacciati i suoi interessi vitali, si apprende che non c’è alcuna intenzione di fornire una soluzione di buon senso che tuteli simultaneamente l’imparzialità dell’informazione e la sfida del mercato. 

Al contrario le preoccupazioni del reale gestore pubblico, che non è il Cda di viale Mazzini ma i partiti che siedono nei due rami del parlamento, sembrano incarnare solo gli interessi di fazione. Detta più semplicemente: i politici non vogliono perdere il controllo sugli organi di informazione che fanno capo alla potente televisione di Stato. 

Ciò che dovrebbe sorprendere in misura maggiore, ma che in fondo non meraviglia nessuno considerata la logica partitocratica che ha sempre prevalso nel funzionamento della Rai a detta dei moltissimi professionisti che vi hanno lavorato, è che una riflessione impostata in questi termini esclude del tutto il punto di vista dell’utente. A fronte di un’azienda pubblica che ha ben tre canali televisivi, ognuno con il proprio Tg oltre ad una serie infinita di altre piattaforme web e radio, nessuno sembra mettersi nei panni di chi deve pagare, attraverso il canone, un servizio che seguita a perdere competitività. Che le performance della Rai siano andate sempre più livellandosi nel tempo, infatti, è indubbio. Il confronto va stabilito con ciò che accade negli altri paesi. In Inghilterra la tv pubblica ha saputo guadagnarsi un livello di credibilità, sul piano culturale e anche informativo, decisamente superiore. Un risultato che nessuno nega e che appare straordinario per il fatto che la Bbc è pagata dal canone ma non dalla pubblicità. 

Se gli italiani fossero convinti dell’utilità di avere tre canali Rai, sarebbero ben lieti di pagare il canone. Cosa che invece non accade. Il canone Rai, che è arrivato a toccare la quota spropositata di oltre 110 euro, resta la tassa più evasa. L’ammanco nelle casse statali si aggira intorno ai 600 milioni di euro. Una conseguenza doverosa e del tutto legittima se si considera, come ha sostenuto Milena Gabanelli, che nella televisione pubblica il pluralismo è garantito dall’esistenza di tre Tg che assicurano visibilità ai tronconi principali della scena partitica: il Tg1 vicino al governo in carica, il Tg2 più in linea col centrodestra mentre il Tg3 e il ‘pozzo di San Patrizio’ delle redazioni regionali gravitano nell’orbita della sinistra. 

La Gabanelli sembra spiegare con grande chiarezza il paradosso che governa nella tv pubblica dove l’imparzialità pare poter essere raggiunta solo grazie alla parzialità. Un ossimoro tutto italiano che non andrebbe neanche rifiutato del tutto se a farsene carico non fossero i contribuenti, obbligati a corrispondere un canone altissimo e immotivato considerata l’aridità della proposta culturale e la faziosità di quella informativa, ma le dinamiche di un mercato competitivo dove più voci si contendono share e attenzione del pubblico. Nell’ultimo bilancio si è interrotta l’emorragia solo grazie a un attivo di cinque milioni di euro a fronte di un calo delle entrate pubblicitarie di quasi il nove per cento. L’impatto negativo è stato compensato per effetto dell’aumento del canone di 1,5 euro che ha prodotto un gettito pari a un miliardo e 756 milioni facendo segnare un più 0,4% rispetto all’anno precedente. 

Davanti a questi numeri dovremmo dire ai nostri politici di smetterla di prenderci in giro. Anche nell’ambito dell’informazione deve valere la regola d’oro che lo Stato detta le regole, ma è il mercato ad esprimere chi vuole misurarsi con il rischio d’impresa senza accollare ai cittadini i costi dell’inefficienza partitica. La Rai non si merita i soldi che oggi incamera grazie alla legge che stabilisce l’obbligo di versamento per mantenere un servizio che la gran parte degli italiani valuta inefficiente e non all’altezza della cifra richiesta. 

Non c’è bisogno in Italia di tre Tg o di tre canali pubblici. Se Renzi vuole fare davvero qualcosa di rivoluzionario, dia vita a una sola emittente di grande prestigio con il meglio delle firme giornalistiche e i protagonisti autentici della cultura nazionale e internazionale. Quanto al limite del 51% che secondo i piano del ministero dell'Economia deve rimanere in mano allo Stato della società Rai Way, appare incomprensibile. Se Berlusconi vuole le torri della Rai e ha i soldi per comprarsele, perché non cederle? Se arriva qualcun altro ad offrire una cifra più vantaggiosa, perché resistere? Finiamola con il mito di ‘mamma Rai’. Tutti sanno che negli ultimi anni, pressata da una concorrenza che non ha mai dovuto affrontare in precedenza, ha perso milioni di ascolti costringendo i dirigenti di viale Mazzini a scimmiottare ancora di più le reti commerciali e mandando a farsi benedire definitivamente la vocazione culturale ed educativa. 

Così com’è la Rai non serve ai cittadini. Ciò che fanno i tre canali, potrebbe essere fatto benissimo da uno solo. Anzi, in presenza delle giuste competenze, si farebbe pure meglio. La verità è che la Rai, così com’è, serve solo ai politici che si illudono di poter mietere consensi grazie a un’informazione corrotta dal familismo e ai tanti raccomandati che, in virtù dello stesso meccanismo ispirato al binomio schmittiano di amico-nemico, hanno trovato posto in una delle mille propaggini di viale Mazzini. Quelli bravi, infatti, lavorerebbero in ogni caso. Con o senza la Rai.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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