LA TRAGEDIA DI ANDRIA | 16 Luglio 2016

Le colpe della sinistra tutta chiacchiere e niente fatti

Sulla linea ferroviaria Andria-Corato sono morti 23 innocenti a causa di una telefonata sbagliata, dei fondi Ue non spesi, dei ritardi burocratici. Ecco come governa la 'sinistra del cambiamento' dell'ex governatore Vendola e del premier Renzi

di ROBERTO BETTINELLI

Il disastro ferroviario di Andria è costato 23 vittime innocenti. In merito all’inchiesta che ha l’obbiettivo di individuare i responsabili, il procuratore di Trani ha definito «riduttivo» attribuire la strage ad un errore umano. Che pure, è sacrosanto ribadirlo, c’è. Ma in ogni caso non basta a determinare l’insieme di causalità di una tragedia immane che ha trasmesso nel mondo l’immagine di un’Italia arcaica, retrograda, primitiva. 

Gli inquirenti, nella loro ricostruzione sulla dinamica dello scontro fra i treni ET1016 ed ET 1021 di proprietà di Ferrotramviaria, hanno individuato una serie di omissioni che sarebbero imputabili ai due capistazione di Andria e Corato, al personale di bordo e ai vertici della società che gestisce l’unico binario unico del Paese senza sistema automatizzato di sicurezza. 

Stando alla Procura di Trani sarebbero stati sufficienti due milioni di euro di investimenti per dotare la linea Andria-Corato di un dispositivo in grado di evitare la strage. Una cifra che appare risibile davanti alla possibilità di realizzare il secondo binario con i 33 milioni di euro provenienti dall’Unione Europea inutilmente sbloccati dall’ottobre scorso. Soldi, ed è questo un punto dirimente dell’intera vicenda, che giacevano inutilizzati da oltre quattro anni. 

Ma lo scontro fra i treni, come è emerso dall’attività d’indagine, non sarebbe avvenuto se l’Ustif, una struttura periferica del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, non avesse concesso una delega per continuare ad utilizzare l’antiquato metodo del ‘blocco telefonico’ ossia della segnalazione tramite fonogramma. Una soluzione dell'anteguerra che contrasta con i modelli dei treni coinvolti nello schianto, entrambi recentissimi e capaci di raggiungere i cento chilometri all’ora, e con il considerevole aumento del traffico registrato negli ultimi anni sulla linea Bari-Barletta. Una ferrovia lunga 70 chilometri che nel 2008 si è aggiudicata da Bruxelles 180 milioni di euro per i necessari interventi di ammodernamento. 

E quanto fossero necessari l’ha dimostrato il terribile impatto avvenuto a metà della tratta Andria-Corato lo scorso 12 luglio. Ma davanti ad una serie di variabili che toccherà ai giudici accertare nei dettagli, non si possono tacere le colpe della politica. I fatti irrefutabili dell’obsolescenza e dell’arretratezza, infatti, sono tali da non lasciare a nessuno la possibilità di ricorrere ad un alibi. La gravità dell’episodio impone un legittimo interrogativo sul ruolo dei poteri pubblici e di chi, quei poteri, li ha incarnati godendone frutti e privilegi. 

E’ sufficiente condurre una breve ricerca cronologica e i ritardi burocratici, gli ostacoli all’impiego dei finanziamenti europei, l’incapacità progettuale dell’amministrazione pubblica sembrano risalire al decennale di Nichi Vendola alla guida della Regione Puglia. Un politico, l’ex governatore e fondatore di Sel, che non ha mai smesso di fare dell’ambientalismo lo slogan martellante di una campagna elettorale perenne e invasiva, disegnando il profilo cool di una Puglia moderna, raffinata, cinematografica, vera punta di diamante dell’industria vacanziera mediterranea.

La Puglia, per intenderci, che vanta il record italiano di pale eoliche, 1.500 su un totale di 6mila, ma che ospita l’unica tratta italiana con binario unico sprovvista di un sistema di sicurezza automatizzato. 

Nichi, il baby pensionato che ha fatto fortuna con la politica e padre di un bambino comprato ad una madre surrogata negli Stati Uniti, è stato il primo nel campo della sinistra ad avvertire l’urgenza della narrazione confezionando a forza di apparizioni televisive, e con le sue famose fabbriche del consenso, una proposta politica innamorata dei diritti ma incapace di dare risposte concrete sul fronte dei bisogni. Una sinistra, per dirla tutta, attenta all’epidermide e non alla carne dei fenomeni sociali. 

Una similitudine che lo lega a Matteo Renzi, anche lui artefice di un Pd nazionale tutto rivolto alla comunicazione e poco alla risoluzione delle questioni scottanti del Paese, alla guida di un partito che mostra la più completa disattenzione per le esigenze delle periferie come si evince dai continui tagli agli enti locali, dalla lotta in corso fra Stato centrale e Regioni, dal persistente degrado del sud Italia. Una lontananza che è stata sottolineata dal vescovo di Andria Luigi Mansi nella sua omelia durante i funerali ai quali hanno partecipato 5mila persone e il capo dello Stato Mattarella. «Le nostre terre trattate come periferie» ha detto il vescovo. 

Renzi, a disastro avvenuto, non ha mancato di precipitarsi sul luogo della tragedia destinando 10 milioni di euro ai parenti delle vittime e tentando di spegnere le polemiche con frasi del tipo: «Non è il tempo degli sciacalli. Lasciamo che i magistrati facciano il loro lavoro». 

Ma a bene vedere gli sciacalli sono i politici che nascondono le realtà più dure e penose del Paese raccontando un mondo che non esiste se non nelle loro fantasie ciniche e opportuniste. Come, per esempio, l’Italia e il Sud in versione 2.0 di Renzi e Vendola. 

E se anche non hanno avuto un ruolo diretto nell’umiliante e sanguinoso disastro di Andria, a causa delle loro narrazioni immaginifiche hanno contribuito ad allontanare la politica dai problemi reali trasformandola in una mappa oleografica di sogni e desideri irrealizzabili. 

L’hanno fatto da uomini di governo promettendo, ognuno a suo modo, rivoluzione e cambiamento. Una radicale inversione di tendenza rispetto alla paralisi del passato. Ma un bel giorno i cittadini hanno aperto gli occhi scoprendo che si può morire su un treno di ultima generazione che corre lungo un binario dove la vita delle persone è affidata ad una telefonata.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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