ESTERI | 18 Febbraio 2015

Le dichiarazioni casuali dei nostri ministri

I ministri Gentiloni e Pinotti, con le loro parole in libertà sulla crisi libica, hanno rinnovato l'ennesima posizione debole e approssimativa degli italiani di fronte all'ipotesi della guerra

di ALBERTO LEONI

Nel mondo in cui vivo, prima di fare una dichiarazione all’esterno di una qualche importanza (e quando dico esterno, intendo al di fuori di una cerchia ristretta di quattro-cinque persone) ci si consulta e si decide contenuto e modalità di trasmissione di una determinazione che, da quel momento stesso, diventa difficilmente modificabile. Una volta espressa questa decisione, essa viene condivisa con altri gruppi di quattro, cinque persone fino a diventare inappellabile, nel senso che la si sostiene fino alla fine anche per anni. Ciò ha l’inestimabile vantaggio di far emergere valutazioni errate, condividendo scelte che non sono mai avventate.

Nel mondo in cui vivono i nostri ministri degli Esteri e della Difesa basta un’intervista a Sky o al Messaggero per far volare cifre e propositi di guerra come fossero palle da schioppo. L’onorevole Gentiloni dichiara che l’Italia è pronta a combatte sotto egida O.N.U. mentre l’on. Pinotti risponde che «se abbiamo mandato 5.000 uomini in Afghanistan non si vede perché non fare altrettanto in Libia».

Viene da compiangere il povero Beppe Fenoglio che in un passo del “Partigiano Johnny”, il romanzo più bello di tutta la letteratura italiana, così descriveva un botta e risposta tra un ufficiale fascista e Johnny: «Bene che farete, ragazzi, dell’Italia?» «Una cosa alquanto piccola, ma del tutto seria» rispose Johnny.

Bene, Beppe-Johnny, mi dispiace dirtelo ma non è andata così, e lo sapevi fin troppo bene, non puoi dire di no. Esiste una linea di pensiero senza soluzione di continuità fra Mussolini che fornisce il suo assenso al Patto d’Acciaio per telefono mentre è in visita in Piemonte e i nostri democratici ministri.

Alcune domande vanno poste a partire da quelle bagatelle che sono le branche dell’arte militare: organica, logistica, tattica e strategia. Robe per colonnelli in pensione non per ministri che, non essendo tenuti a essere competenti negli affari del loro dicastero possono scaricare sui tecnici l’ingrato composito di realizzare le loro “boutades”. 5.000 uomini? Di quali reparti? Trasportati come? Regole d’ingaggio? Intese con governi locali? Finanziamenti straordinari? Obbiettivi? Capacità offensiva? Tempi di permanenza sul terreno? Capacità di svolgere compiti di controguerriglia? Protezione delle truppe sul campo? Stanziamenti per feriti e famiglie dei caduti? Tasso di sopportazione delle perdite per l’opinione pubblica italiana?

Eh sì perché è noto che noi italiani, storicamente, abbiamo della guerra un’idea che somiglia ai mondiali di calcio: poltrona, frittatona di cipolle, familiare di Peroni gelata e rutto libero. Poi, un giorno, le cose cambiano e la guerra arriva in casa nostra: con che modalità? Attualmente il terrorismo islamico non sembra disporre di tecnici che possano far detonare bombe ad alto potenziale. Molto meglio, perché più economico, una pattuglia di due, quattro, anche dieci assassini determinati, armati di AK 47, che facciano strage in luoghi affollati: è la tecnica usata per le stragi di Mumbay del 2008 e in Italia c’è solo l’imbarazzo della scelta per obbiettivi del genere.

Non basta dire: «Dobbiamo agire». Potrà sembrare un pensiero stravagante per un italiano ma, a dire il vero, sarebbe bello vincere una guerra ogni tanto: e per vincere una guerra bisogna fare un minimo di pianificazione e predisporsi a sopportare perdite dolorose. Se c’è una cosa che, assolutamente non possiamo permetterci contro assassini come quelli di Isis è rinunciare a una lotta intrapresa perché siamo stati colpiti duramente, perché lo saremo. E allora il primo nemico da combattere non sarà il terrorista islamico di turno ma l’utile idiota (di turno) che protesterà contro l’uso della forza o esorterà al “dialogo” o chiederà il ritiro delle truppe, un mantra che i populisti di ogni colore conoscono fin troppo bene. Però, per favore, signori governanti, date almeno l’apparenza di una serietà e non pensiate che, come sempre, ci sarà l’antiterrorismo e i soliti militari a togliere le castagne dal fuoco in cambio di qualche medaglia alla memoria.

In fondo, la lotta contro il terrorismo ha un paradosso interessante e, a suo modo, persino “bello”: poiché questa minaccia riguarda tutti, tutti sono chiamati a reagire, ognuno nel suo ambito e secondo i propri doveri. Sarebbe compito della politica cogliere tale spunto e suscitare uno spirito di resistenza: ma, forse, ho letto troppi discorsi di Churchill e non sono più un vero italiano.


ALBERTO LEONI

Alberto Leoni (Napoli 25/12/1957), una moglie, sei figli e un bimbo in affido, otto libri pubblicati. Campo di indagine la storia militare con tutto il suo terrorizzante fascino.

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