CIRCOLO DELLE IMPRESE | 22 Ottobre 2016

«Le imprese sono il pilastro della vita sociale»

Marco Galbiati, imprenditore siderurgico, lecchese, uno dei protagonisti del Circolo delle Imprese. «Le aziende sono il pilastro della vita sociale, ma il governo sbaglia metodi e obbiettivi». L’intervista

di ROBERTO BETTINELLI

Il modello vincente della sovrapposizione famiglia e impresa, tanto vituperato dagli economisti, ma che ha fatto grande l’industria italiana. L’importanza dell’innovazione ai fini dello sviluppo del progetto imprenditoriale, lo sforzo decennale nel garantire gli investimenti, il rispetto assoluto per le risorse umane e la relazione con i colleghi imprenditori che diventa sempre più decisiva per costruire reti e alleanze ai fini della penetrazione nei mercati esteri.

E’ così che Marco Galbiati interpreta il suo mestiere: l’imprenditore. Insieme ai fratelli e ai cugini, condivide la guida del Gruppo Galbiati che ha sede a Lecco e lavora nel settore siderurgico dal 1979. Una produzione di qualità incentrata sui coils, una reputazione impeccabile, un entusiasmo da 'prima ora' che ha consentito alle sette aziende di crescere all'unisono. Un’espansione che ha migliorato le performance di fatturato e ha aumentato il numero degli addetti grazie ad un'accorta diversificazione delle attività e ad una scelta tempestiva in risposta alla necessità della globalizzazione. 

Da circa un anno e mezzo Marco Galbiati è diventato uno egli animatori del Circolo delle Imprese. Una ‘squadra’ di imprenditori che si è via via allargata fino ad organizzare incontri con 200 o 300 colleghi. Un cluster aperto, dinamico che sta crescendo e che trascende i settori di competenza puntando a cementare i rapporti attraverso cene, aperitivi, contatti personali, serate a tema, informazioni comunicate tramite un sito dedicato. Niente burocrazia, solo la voglia di confrontarsi in piena libertà, discutere, imparare gli uni dagli altri, capire le richieste di un mercato che spinge inevitabilmente a superare i confini nazionali. E sullo sfondo, naturalmente, l’orgoglio di rappresentare quell’Italia che coincide con la parte sana, produttiva e responsabile del Paese. Una parte che sempre più viene minacciata dall’invadenza dello Stato e da un malsano esercizio della politica che mortifica la libertà d’intraprendere. Ma sentiamo che cosa ci ha detto Marco Galbiati nell’intervista.

Ha descritto il 'Circolo delle Imprese' come una esperienza straordinaria. Perchè?
«Tutto è nato da una intuizione di alcuni imprenditori. Abbiamo sentito l’esigenza di confrontarci fino in fondo condividendo le nostre esperienze in materia di banche, fornitori, clienti, mercati. La crisi economica ha cambiato radicalmente la forma mentis di chi ha la responsabilità di guidare un’azienda. Sai che non puoi fare tutto da solo e sai che devi valorizzare i tuoi collaboratori migliori. Un approccio che ti porta anche a considerare l’importanza delle esperienze dei colleghi. Soprattutto in una fase in cui le imprese sono costrette ad approdare sui mercati internazionali». 

Ma alla base c’è sempre il contatto personale…
«Le relazioni umane hanno un ruolo sempre più vitale. I contatti personali. La fiducia. I nostri territori sono ricchi di un patrimonio enorme sotto questo punto di vista. Incontrandoci, non facciamo altro che consentire alle persone di condividere il risultato della loro azione nel tentativo di migliorare le performance aziendali. Ed è un obbiettivo che si può raggiungere solo dichiarando i tuoi successi e i tuoi errori. Solo facendo un percorso insieme si acquisisce la forza che nasce dalla consapevolezza che altri hanno tentato. E ce l’hanno fatta. Il metodo è proprio questo: acquisire le pratiche e i comportamenti dei pionieri. Darsi un aiuto vicendevole». 

Il Gruppo che rappresenta ha alle spalle una famiglia solida e unita. Quanto è importante per lei?
«Il mio gruppo è, di fatto, espressione della mia famiglia. E’ impossibile discernere i due aspetti. E ne sono orgoglioso. Siamo giunti alla seconda generazione. Dirigo l’attività insieme ai miei fratelli e ai miei cugini. Ognuno ha il proprio ruolo e tenta di svolgerlo al meglio. Sappiamo di avere ricevuto un’eredità importante e facciamo di tutto per tutelarla. Per noi resta imprescindibile la continuità con la lezione dei due fondatori: Vittorio e Sergio. La crescita del gruppo ha richiesto impegno, umiltà, dedizione. Principi che abbiamo sempre onorato senza smettere di credere nel rischio e nella capacità di intraprendere. Non è mai venuta meno l’attenzione per gli investimenti nell’ambito del prodotto e del processo industriale». 

La crisi ha cambiato il volto e la strategia delle aziende. Quanto avete dovuto modificare la rotta?
«Radicalmente. Negli ultimi anni abbiamo avviato una tenace strategia d’internazionalizzazione. Ed è stato proprio sperimentando la strada dei mercati esteri per sopperire alla mancanza di domanda interna che mi sono reso conto, con molto fastidio, di come lo Stato italiano non si ponga minimamente l’obbiettivo di sostenere le imprese. Ossia quelle realtà che producono ricchezza e posti di lavoro dando una speranza di benessere alle nuove generazioni. Un comportamento rispetto al quale questo governo, nonostante i tanti proclami, non ha manifestato alcuna discontinuità».

Si riferisce all’ultima legge finanziaria del governo Renzi…
«Sono stati stanziati oltre 3 miliardi di euro per l’emergenza immigrazione che ha scalzato altre priorità: sostenibilità del sistema produttivo, tenuta delle famiglie, rilancio del mercato del lavoro. Ma sono sono queste le vere emergenze. Dall’immigrazione non si ricava un solo centesimo per imprese, famiglie e occupati. E’ vero invece il contrario. Senza aziende in utile, consumi e occupazione è impossibile ricavare risorse per l’accoglienza. Il fatto che non si comprenda un dato così elementare è un segnale di allarme. Ma non mi stupisce visto il contesto delle regole, scritte e non scritte, in cui operano le imprese italiane». 

Lei si sente penalizzato?
«In Europa lottiamo con aziende che molto spesso hanno una tassazione che oscilla tra il 20% e il 30%. Gli imprenditori italiani subiscono un ladrocinio pari al 50% secondo le stime ottimistiche dello Stato, ma che in realtà sale al 70% quando si fanno davvero i conti». 

Gli imprenditori come lei si sentono abbandonati dallo Stato?
«Il governo in carica sta evitando di occuparsi delle priorità del mondo produttivo: una forte contrazione del carico fiscale in vista del riutilizzo degli utili per rendere più competitiva l’azienda e una politica industriale che rilanci le grandi opere infrastrutturali. In merito alle aspettative che personalmente nutro verso lo Stato, confesso che sono abituato a riscontrare indiferenza se non addirittura ostilità per le sorti delle imprese».

Quali sono i principali elementi di svantaggio? 
«Manca una vera politica industriale. La stessa che esiste in Germania, Francia, Inghilterra. La spesa energetica che per le nostre imprese è maggiore del 30% rispetto alla media europea e un costo del lavoro incapace di reggere la competitività dei Paesi emergenti e che non può essere impattato efficacemente attraverso misure spot come gli 80 euro e la decontribuzione del Jobs Act, incoerentemente già dimezzata e prossima a sparire del tutto».

Quale è il suo giudizio sull’operato del governo e della classe politica? 
«Il ritardo accumulato dall’Italia necessita di una responsabilizzazione della classe politica che è stata smentita da una riforma costituzionale imposta con la forza, nel dispregio della collaborazione parlamentale, che sta spaccando il Paese, concepita con fretta e approssimazione, che ripropone il flagello del centralismo a discapito dell’azione virtuosa di una Regione come la Lombardia e che non avrà alcun impatto positivo sui conti dello Stato. La mia forte delusione nasce dal fato che chi ha in mano le redini dello Stato, i rappresentanti del governo, non solo non hanno saputo fondare un patto fra le forze politiche che superasse i conflitti particolari e gli interessi di fazione, ma hanno scatenato una guerra fra il centro e le periferie. Un clima di divisione che non giova certamente a chi vuole investire». 

Di quale tipo di Stato hanno bisogno gli imprenditori?
«Lo Stato che serve, ma che non c’è, dovrebbe rispecchiare l’etica e la fatica di chi, oggi, fa impresa dentro un contesto ostile e dove ogni segmento del pubblico sembra lavorare per farci chiudere. Lottiamo ogni giorno per non fallire. Lo Stato, ogni giorno, fallisce mille volte e non se ne preoccupa. Tanto alla fine siamo noi cittadini, tutti, a pagare. Questa è l’Italia che dobbiamo lasciarsi definitivamente alle spalle se vogliamo dare un futuro ai nostri figli».


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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