SCENARIO POLITICO | 04 Febbraio 2017

Le inquietudini del centrodestra

Tra discussioni intorno alla miglior legge elettorale e angosce legate a posizionamenti personali, il centrodestra dovrebbe tornare a interrogarsi sulle radici culturali di uno schieramento politico che oggi sembra più un agglomerato

di ROSSANO SALINI

La politica che non sia fondata su una solida base culturale non va da nessuna parte. Manca di fondamenta e manca di obiettivi, e pertanto non è in grado né di creare consenso, né di affrontare la difficile navigazione quotidiana a cui la politica per obblighi di mestiere è per sua natura costretta.

Una premessa che ci costringe però a una constatazione che ha del paradossale: ciò che manca oggi a tutti fronti politici, sia in Italia che altrove, è esattamente questo elemento centrale ed essenziale, e cioè il fatto di avere una solida base culturale. Non serve scomodare Gaber per ricordare che la differenza tra sinistra e destra si riduce spesso a nient'altro che a una serie di tic e comportamenti contrapposti. Un nulla indifferenziato che ha generato per reazione altro nulla, vale a dire l'inconsistente grillismo.

Se tutto ciò a sinistra è oggi certificato dalla presenza di un leader che ha ridotto in briciole la grande tradizione culturale del comunismo e del post-comunismo in Italia, a destra la situazione è forse ancor più drammatica. Come noto, la destra in Italia fino agli anni Novanta non è mai esistita. Un residuale gruppo di nostalgici post-fascisti, del tutto ininfluenti nel panorama politico-culturale italiano, buoni solo a creare la mitizzazione del nemico per pseudo-partigiani in arruolamento perenne. Qualcosa è cambiato solo con l'avvento di Silvio Berlusconi, che ha lanciato nel panorama nostrano la possibilità di avere una destra liberale, di stampo tatcheriano-reaganiano, mai vista in un paese come il nostro in cui il blocco dominante è sempre stato radicalmente di centrosinistra (la lunga storia della Dc da Fanfani in poi, che ha pesantemente tradito le proprie origini e ha rinnegato il pensiero e l'impostazione politica di Luigi Sturzo).

Oggi di questa rinascita liberale in Italia non è rimasto pressoché nulla, e il centrodestra italiano non sembra più interessato a recuperare questa prospettiva. Non solo perché Berlusconi, come più volte si è detto in questi anni, ha tradito le promesse e non è stato in grado di realizzare la tanto agognata rivoluzione liberale, ma anche e soprattutto perché oggi ha preso sempre più spazio un'impostazione sovranista e protezionistica, quella della linea Salvini-Meloni con tanti addentellati anche in Forza Italia, che con l'origine del centrodestra berlusconiano non ha più nulla a che fare. Era già stato lo stesso Berlusconi a rinnegare negli anni le motivazioni della propria discesa in campo; ma lo scenario di oggi sancisce tutto questo. Berlusconi se n'è accorto, e non per nulla sta cercando in ogni modo in questi mesi di resistere a questa impropria mutazione genetica del centrodestra. Meglio tenersi le mani libere, dice il cavaliere, e vedere cosa accade dopo le elezioni con un sistema elettorale aperto, piuttosto che vincolarsi con chi, come Salvini, ha un'impostazione politica più vicina al nichilismo protestatario dei Cinque Stelle che non alla sana e solida voglia di costruire che invece da sempre caratterizza l'elettorato oggi disperso di Forza Italia.

La frattura si sta sempre più consolidando, e risulta difficile nello scenario attuale vedere come questo possa essere superato, per recuperare l'unità del centrodestra. La prospettiva da tutti invocata è la solita: un uomo forte, un leader che sia capace di rinsaldare la coalizione con il proprio carisma e la capacità di attirare consensi. È naturale infatti immaginare che, di fronte alla figura di un leader vincente, tutti sarebbero obbligati a fare dei passi indietro, a retrocedere rispetto a determinate forzature, a smussare tutti gli spigoli per lasciare spazio a un'unità politica in grado di consolidare una forte alleanza di governo. Questo succedeva ai tempi del Berlusconi in auge, si dice, questo succederà ancora quando qualcuno sarà in grado di proporre una medesima autorevolezza. E nessuno oggi è in grado di fare questo, tantomeno Salvini.

Una prospettiva che naturalmente ha una sua ragionevolezza, ma che non tiene conto della fondamentale premessa da cui siamo partiti. Il centrodestra non sembra più avere voglia di interrogarsi sulla propria natura, sulla propria impostazione culturale, sui propri obiettivi. È o no una forza liberale? In cosa è alternativa alla sinistra? Quali sono i suoi punti di riferimento? Salvini a queste domande non risponde, probabilmente perché nemmeno ne intuisce la portata. È un leader istintivo, che dice «non stiamo con chi pensa che», e poi snocciola punti sconnessi, senza sintesi culturale, senza prospettiva.

Un'inquietudine culturale e politica che non per nulla ha generato una totale dispersione di voti in un fronte politico che solo otto anni fa dominava incontrastato lo scenario politico. Tra discussioni intorno alla miglior legge elettorale e angosce legate a posizionamenti personali vari, sarebbe il caso di tornare a interrogarsi sulle radici culturali di uno schieramento politico che oggi sembra più un agglomerato.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.