LIBERALI E POPOLARI | 11 Febbraio 2015

Le ragioni dell’unità e la sfida alla sinistra

Ncd e Forza Italia devono superare le divisioni fratricide per sfidare il finto riformismo renziano. I moderati chiedono una rappresentanza politica

di ROBERTO BETTINELLI

Ciò che manca oggi, nella politica italiana, è una forza moderata, liberale e popolare che possa recepire con dignità e autorevolezza la lezione del Ppe. Il tentativo di costruire un partito con un chiaro riferimento al mondo dei valori del liberalismo cattolico non può che essere condotta dai due soggetti che si trovano, a causa della contingenza, dalla parte opposta della barricata: Forza Italia e il Nuovo centrodestra. 

Il partito che vede ancora alla guida Silvio Berlusconi e gli scissionisti di Alfano che si trovano al governo con Renzi farebbero meglio a concentrarsi su quanto li lega e ciò che hanno in comune invece di seguitare a combattere una inutile lotta fratricida che non avvantaggia nessuno. Una contrapposizione che non ha una vera ragione d’essere se si analizza la situazione politica con lucidità, lasciando da parte il terreno spinoso della polemica quotidiana ed entrando nel merito dei contenuti. In entrambi casi c’è la convinzione che lo Stato, a differenza di quanto prescrive il dirigismo e lo statalismo del Pd, debba fare un passo indietro liberando energie e voglia di intraprendere, abbandonando la logica paternalistica e centralistica che in Italia ha sempre ostacolato la nascita di una società civile forte e consapevole. 

A ciò si aggiunge la comunanza sui temi valoriali dove a prevalere è un’impostazione che premia l’ordine, il rispetto della tradizione cattolica, e un'idea di libertà della persona che non prescinde dalla dimensione comunitaria e che coincide con un’assunzione di responsabilità morale verso la conseguenza delle azioni umane. Si tratta di un ‘liberalismo popolare’ che è l’esatto contrario dell’individualismo famelico, nichilista e autodistruttivo che spesso si associa a una visione liberista distorta e angosciante. E' questa la peculiarità della cultura politica italiana e che è storicamente documentata, ancora attiva per quanto mai davvero valorizzata nella sua importanza, capace di esprimere personalità del calibro di Alcide De Gasperi e don Luigi Sturzo. 

La sana iniezione di libertà e di antistatalismo di cui negli anni ’80 si sono fatti portatori capi di Stato come Margaret Tatcher e Ronald Reagan, e che ha ispirato il messaggio di Silvio Berlusconi nella famosa discesa in campo del '94, non è lontana da questo nobile filone che resta il più autorevole e il più fecondo della nostra storia politica. 

Sia Ncd che FI hanno commesso l’errore di fidarsi ciecamente di Renzi. Ncd è finito in uno stato di completa subordinazione rispetto al Partito Democratico, Forza Italia ha perso la leadership del centrodestra regalando alla Lega Nord di Salvini il primato nella rappresentanza delle forze che si oppongono alla sinistra. Tutto questo ha determinato un vuoto pericoloso nell’elettorato dove simpatie, affezioni, emozioni seguono ormai la logica dello schema bipolare. Una conquista della seconda repubblica che ha avvicinato l’Italia, dopo decenni di immobilismo, alle democrazia anglosassoni governate dalla legge implacabile dell’alternanza. Un patrimonio inestimabile che impone l'esistenza di due partiti ambiziosi e di ampie dimensioni e che non va disperso per nessun motivo. Farlo, significherebbe buttare gli ultimi vent’anni della vita repubblicana. 

FI e Ncd sono oggi molto più deboli di quando erano riuniti sotto la bandiera del Pdl, un contenitore che negli ultimi giorni della sua esistenza non poteva certo competere con il Pd ma aveva, quanto meno, uno zoccolo duro di elettori dotato di una consistenza tale da poter far intravedere un possibile rilancio. Bisognava solo attendere che il vento del consenso cambiasse direzione. Un appuntamento inevitabile considerato il ritmo ciclico che governa la tempistica convulsa e instabile delle vicende politiche. 

Ncd, nonostante gli sforzi in questa direzione, non può illudersi di potersi accaparrare l’etichetta del Ppe con la nascita di Area Popolare, incapace com’è di radicarsi al Nord dove è ridotto ad un livello di mera sussistenza. Scomparso dall’Emilia Romagna e dal Piemonte, rischia di fare la stessa fine in Liguria e in Veneto dove la Lega salviniana ha posto il veto all’ingresso del partito di Alfano nell’alleanza contro il Pd. In Lombardia il ministro Lupi e il coordinatore nazionale Quagliariello hanno dovuto affrontare le motivate proteste dei dirigenti che vedono svanire il sostegno degli elettori ad ogni giro di boa elettorale e che chiedono di uscire dall’ambiguità di un incocnludente centrismo a trazione Pd. 

Ncd è nella posizione più scomoda. La scelta della responsabilità che ha portato alla scissione e al varo del governo di Enrico Letta in alleanza col Pd è ormai lontana. Già difficile da digerire per l’elettorato al momento dello strappo iniziale, oggi risulta troppo sospetta. Il sogno del ‘partito a due cifre’ è crollato. La realpolitik impone che bisogna prenderne atto e cambiare strategia. Matteo Renzi non è Enrico Letta. Alfano e gli altri due ministri, Lupi e Lorenzin, sono sistematicamente oscurati da un premier che ha il dono imbattibile della persuasione. Renzi, a differenza del timido e riservato Letta, è un comunicatore di rango che non offre sbocchi mediatici e non accetta iniziative autonome. 

Il governo Renzi potrebbe essere il miglior governo della storia repubblicana, cosa che non è, ma se anche lo fosse nessuno si accorgerebbe del contributo positivo di Ncd. La personalità del capo dell’esecutivo è così debordante da fagocitare anche la più insigificante delle vittorie. I sondaggi dimostrano chiaramente che questa è la realtà dei fatti e saranno ancora più duri e amari quando Renzi, come ha annunciato nella lettera agli elettori del Pd, scatenerà la battaglia sui diritti civili. Una promessa fatta alla sinistra del suo partito e a Sel a titolo di risarcimento per l’elezione di Mattarella al Quirinale.  

Allo stesso tempo Forza Italia continua a perdere il sostegno dei propri elettori che non hanno compreso la svolta governativa imboccata dopo che Renzi e Berlusconi hanno siglato il Patto del Nazareno. Un avvicinamento che, a giudicare dai risultati, ha letteralmente massacrato gli azzurri mentre ha messo il premier nelle condizioni di poter fare il bello e il cattivo tempo. La partita del Quirinale ha portato al colle Sergio Mattarella, cofondatore dell’Ulivo di Romano Prodi, giudice costituzionale, storicamente noto per la sua avversione a Mediaset nella perenne contesa fra il gruppo fondato da Silvio Berlusconi e la televisione di stato. 

Se vogliono recuperare il giusto protagonismo che spetta ad un'area liberale e popolare priva di rappresentanza poltiica, Ncd e Forza Italia devono procedere quanto prima alla definizione di una strategia che preveda il traguardo della riunificazione, così da risalire insieme fino alla soglia del 20%, necessaria per fare la ‘massa critica’ che permetta una difficile ma appassionante ‘rimonta’. Non c’è altra strada per invertire la sudditanza innaturale verso la Lega e sfidare il Pd renziano che al di là delle slides e delle dichiarazioni del suo segretario sembra incapace di riportare l’Italia sulla rotta della prosperità. 

Renzi è il ‘cavallo di troia’ della sinistra e Ncd ormai dovrebbe averlo capito. Forza Italia ha rotto il Patto sciagurato del Nazareno ed è tornata a uno scontro frontale con il Partito Democratico. La valanga di emendamenti presentati per la legge di trasformazione del Senato in un appendice dei consigli regionali e le dimissioni irrevocabili del relatore delle riforme alla Camera sono il segno che ormai non si torna indietro. Un sussulto positivo nei sondaggi c’è stato immediatamente, ma si tratta di una scelta che necessita di una coerenza ben più ambiziosa. 

Serve un progetto di grande respiro: in gioco non ci sono solo le beghe e le ambizioni di deputati e senatori timorosi di perdere il privilegio di cui godono grazie a un’elezione che hanno ottenuto quando la bandiera del centrodestra era una sola. In gioco c’è il destino politico degli elettori moderati, che ci sono, sono moltissimi e rappresentano la spina dorsale del Paese, e che non sono disposti a credere alle chimere renziane. Se l’Italia vuole continuare ad essere una democrazia è indispensabile costruire quanto prima una proposta politica che mantenga in vita l'eredità del liberalismo e del cattolicesimo. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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