IL SUCCESSO DI CAMERON | 08 Maggio 2015

La lezione inglese e il partito che manca all'Italia

Dopo la Francia anche l’Inghilterra sceglie la destra moderata. Il travolgente successo di Cameron e del Conservative and Unionist Party. Ma in Italia manca una grande forza liberale e popolare. E' ora di costruirla

di ROBERTO BETTINELLI

Dopo la Francia anche l’Inghilterra sceglie la destra moderata e liberale. Davanti al testa a testa che si è concluso con una vittoria travolgente di David Cameron e la disfatta inattesa dei laburisti di Ed Miliband viene da chiedersi quale può essere la lezione utile per l’Italia. Un Paese, il nostro, che è chiamato a confrontarsi con gli stessi problemi di Londra e Parigi: l’austerità, l’impoverimento inarrestabile del ceto medio, la speranza di agganciare il prima possibile la ripresa economica, la pressione dei flussi immigratori, l'emergere esplosivo di leader populisti, l’impossibilità di concepire politiche di bilancio al di fuori dell'Unione Europea. 

L’approvazione dell’Italicum ha avvicinato ulteriormente Francia, Gran Bretagna e Italia dal momento che è stata sancita la superiorità dell’esecutivo rispetto al legislativo in netta contro tendenza rispetto all’assemblearismo che ha sempre connotato la nostra repubblica. Più poteri a chi governa, meno poteri al parlamento. 

Facendo un confronto con il caso britannico risulta subito evidente la differenza fra la grande forza del consenso del Partito Conservatore e l’assoluta mancanza di una formazione simile nel panorama italiano. Qui, infatti, sulle ceneri del defunto Popolo della Libertà non è stato costruito nulla. Le destre si sono ridotte a rappresentanze autoreferenziali e settarie. Un aggregato di partiti minori che esprimono élites deboli e poco radicate nel Paese. Non sono autentiche forze di popolo come invece è il Conservative and Unionist Party di David Cameron o l’Union pour un mouvement populaire di Nicolas Sarkozy. 

Uno scenario non certo incoraggiante e che accomuna il Nuovo Centrodestra ora confluito in Area Popolare, Forza Italia, Fratelli d’Italia. Solo la Lega, in virtù di un profilo dichiaratamente anti sistema, sembra salvarsi grazie a quote di consenso che aumentano di settimana in settimana ma che rischiano di essere improduttive se il Salvini non si deciderà a sedersi al tavolo con Berlusconi per trattare i termini di una nuova alleanza. 

Le condizioni storiche sembrano favorire nelle principali democrazie europee l’affermazione di un voto conservatore. D’altronde non sono passati neanche tre anni da quando il Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi ha quasi trionfato alle elezioni dopo una eroica rimonta, sepratao da un pugno di voti dal Pd di Pierluigi Bersani. Questo vuol dire che gli elettori ci sono, ma non la proposta che deve raccoglierne le istanze e rappresentarne gli interessi in sede politica. Non c'è, in sintesi, il partito. E non c'è il leader che deve offrire al popolo un motivo di identificazione oltre che di fiducia personale. 

Anche alla luce anche del successo di Cameron, Ncd-Ap, FI e FdI non possono abbandonare l’idea di unirsi in una formazione più ampia. Un’evoluzione naturale che viene richiesta dai cambiamenti introdotti dall’Italicum. Attualmente ci sono solo due partiti che possono ambire al ballottaggio previsto dalla legge elettorale: il Pd e il Movimento 5 Stelle. Il primo è intorno al 36% dei consensi, il secondo al 20%. La Lega viene data intorno al 15%. Un numero che la dice lunga sulla capacità di Salvini di intercettare gli umori popolari, ma che non basterebbe in ogni caso a spingere il Carroccio fino alla sfida finale con i democratici. Se Salvini vuole proporsi come l’alternativa a Renzi deve mitigare l’irruenza dei suoi messaggi per non generare allarmismo fra gli elettori moderati, che sono comprensibilmente più arrabbiati di quanto non lo erano in passato a causa della crisi economica ma che hanno bisogno di una cornice raziocinante ed emotivamente sicura. Ciò che Sarkozy e Cameron hanno saputo fornire ai loro sostenitori e che in Italia, invece, non c’è ancora. 

In uno scenario di questo tipo brilla per la sua mancanza una forza di centrodestra che possa vedersela ad armi pari con il notevole riscontro dei 5 Stelle e l’impostazione statalista di un Pd che non può essere corretto nemmeno dalla svolta centrista impressa dal suo segretario: Matteo Renzi. I democratici, sopratutto nelle periferie, non possono negare i fondamenti di una storia e di una cultura che sono tutte scritte nel solco della tradizione socialista. Un aspetto che viene dichiarato inequivocabilmente anche dal posizionamento europeo. I deputati del Pd, a Bruxelles e Strasburgo, militano nelle fila del Pse. 

Il Partito Repubblicano lanciato da Silvio Berlusconi potrebbe essere l’occasione di colmare un vuoto che penalizza il sistema politico italiano, minandone la tenuta democratica visto che non esiste una controparte del Pd nel campo opposto dello schieramento politico. La discesa in campo di Silvio Berlusconi nel lontano ’94 è stata interpretata più volte, e ragione, come la risposta italiana al cambio di indirizzo che nel Regno Unito e negli Usa avevano rappresentato i governi di Margaret Tatcher e Ronald Reagan. Il fallimento del Pdl non deve far disperare. Non sempre le cose riescono in prima battuta come dimostra l’avventura di Matteo Renzi che è riuscito a impadronirsi del Nazareno solo al secondo tentativo. 

I conservatori di Cameron si sono aggiudicati la maggioranza dei seggi sconfiggendo gli avversari laburisti che hanno incassato un risultato peggiore rispetto alle precedenti elezioni del 2010. Ottima la prestazione del partito scozzese di Nicola Sturgeon che ha saputo rimettere al centro del dibattito la questione dell'indipendenza delle highlands. Senza cadere nell’errore di utilizzare toni accentuati e violenti, la ‘leonessa’ ha saputo raccogliere un milione e mezzo di voti. Deludente il risultato dei liberal-democratici di Nick Clegg. Meglio l’Upik di Nigel Farage che ha furoreggiato alle ultime elezioni europee con il suo messaggio anti Europa e anti immigrati, ma che pur essendo diventato il terzo partito con il 14% dei consensi porterà a Westminster un solo rappresentante. E' da sottolineare che Miliband, Farage e Clegg si sono dimessi poche ore dopo aver conosciuto l'esito delle urne. E' inutile dire che da noi non sarebbe mai accaduto ed è un fatto di cui non dobbiamo andare fieri. 

La calma e la determinazione hanno rappresentato due ingredienti emotivi essenziali nel determinare il sorpasso di Cameron nell’ultimissima fase della campagna elettorale. Il premier ha sottolineato con forza i dati incoraggianti della ripresa economica e soprattutto, a differenza del leader laburista, ha battuto ogni angolo del Regno Unito incontrando di persona gli elettori. Un bagno di folla che si è tradotto nel bagno di sangue di Miliband. Se c’è un aspetto negativo che ha particolarmente influito nel decidere l’esito della campagna elettorale a favore di Cameron, è stato il populismo che tutti i media inglesi hanno rimproverato al segretario dei laburisti. L’estremismo delle sue argomentazioni avrebbe spaventato, secondo i sondaggisti, l’elettorato medio spingendolo nelle braccia dei conservatori. 

Per chiudere con il nostro confronto possiamo dire che il Pd non è molto distante dal Labour Party mentre l’Upik è simile alla nostra Lega che può essere paragonata anche allo Scottish National Party di Nicola Sturgeon. In Inghilterra, fortuna loro, non ci sono equivalenti del Movimento 5 Stelle. Ma, sfortuna nostra, in Italia non esiste ancora nulla che possa accogliere con la stessa autorevolezza e rilevanza di popolo le ragioni dell'elettorato moderato che oltre la Manica ha trovato conforto nella proposta del Conservative and Unionist Party. 

Un partito, quello di Cameron, che ha un’ispirazione liberale in economia ed è legato a i valori della tradizione religiosa e nazionale. Anche in Italia c'è spazio per una formazione politica che abbia queste caratteristiche. Di più. Ce n'è un assoluto bisogno. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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